04/04/2022
Si narra che una cinquantina di anni fa, in un luogo non molto distante, una ragazza si aggirasse in un bosco.
L'idea era provare la sua nuova macchina fotografica a colori, una novità per l'epoca.
Addentrandosi nell'intrigo degli alberi, non si rese conto del passare del tempo.
Scese così la notte, trovandola sola, al buio e persa tra gli alberi.
Ormai rassegnata ad aspettare il sorgere del sole, si appoggiò ad un albero con le braccia abbracciate alle ginocchia.
Passò qualche ora, di dormire non se ne parlava nemmeno.
Ad un tratto vide poco distanze una, poi due, tre flebili luci che sembravano danzare tra i rami e le foglie.
Si avvicinò incuriosita, con cautela, e si fermò dietro una sporgenza di roccia. Guardò ma non credette ai propri occhi.
Davanti a lei, a neanche dieci metri di distanza, in una piccola radura, c'erano quelle che poteva chiamare solo in un modo: Fate
Alte forse poco più di quindici centimetri, con delle ali veloci e appuntite, ognuna di loro emanava una luce diversa, gialla, verde, azzurra, bianca.
Alcune ballavano leggere nell'aria rincorrendosi, altre erano sdraiate sull'erba.
Nonostante la sorpresa e la paura, prese la macchina fotografica per scattare una foto.
Inquadrò, mise a fuoco, e scattò.
Il suono del vecchio otturatore meccanico squarciò la notte, e dal mirino vide le fate girarsi verso di lei, urlando e volando come uno sciame di vespe impazzite.
Corse via con tutta la velocità che solo la paura può dare.
Scappò tra alberi, rovi e sentieri per più di venti minuti.
Poi si fermò.
Si appoggiò a uno spuntone di roccia, chiuse gli occhi e prese fiato.
Quando li riaprì le sue mani cominciarono a tremare.
Si girò e si rese conto di trovarsi nello stesso punto da cui era scappata, con le fate ferme davanti a lei, a non più di un metro dal suo viso.
Una di loro, di color verde, si avvicinò. Poi, una voce melodiosa entrò nella testa della ragazza, parlandole.
Aprì gli occhi. Il sole illuminava il sentiero verso casa...