14/05/2026
Quando scegliamo di credere alle nostre profonde
ferite, di ascoltarle, di diventare i loro traduttori, allora
le ferite si trasformano in pozzi. Ci fermiamo, quando
la vita sembra oscurarsi e spingerci via da sé, e ascoltiamo
la voce che dal fondo del pozzo parla di quello
che ci sta succedendo, e che spesso è una riproposizione
del passato. Va ascoltata con equanimità, senza
essere a favore o contro, va ascoltata in pieno corpo.
Il pozzo è nel cuore. Non sempre narra, non sempre
ha parole. Ma urli, sussurri, ululati sí. Se ascoltiamo
con quiete, sapremo quanto valore e preziosità c’è in
certe ferite, quanto non siano contemplazioni egocentriche,
ma pezzi di oscurità che vogliono essere portati
alla luce. Sono animali della notte che chiedono di
essere traghettati nel giorno per essere visti nel loro
tremore, per sapere che la ferocia è ricerca di protezione,
per sfamarli. Sono le “brutte cose” stanche di
essere considerate tali.
Solo chi è ferito conosce cosa fare, come interrogare
una ferita. Disonore a chi non ha mai vissuto in
un inferno e crede di poter parlare di archiviazione
del male o di guarigione a chi ci ha vissuto e ne porta
i segni, indelebili.
Chandra Candiani da 'Questo immenso non sapere'. Einaudi