27/01/2018
Poche volte scrivo qui. Questa è una di quelle poche, e ho scritto un po'. Volevo riportare alcuni pensieri.
Sono stato ad Auschwitz.
Per la seconda volta nella vita, devo dire: una seconda volta caratterizzata da meno tempo, ma più maturità, più esperienza, una macchina fotografica e degli occhi che da qualche tempo parlano con quest'ultima.
È difficile da spiegare. È un'esperienza che tutti dovremmo fare nella vita probabilmente, possibilmente non con l'attitudine e le modalità del turista, ma con quelle del semplice umano: portarsi in un luogo non soltanto per visitarlo, per aggiungere una bandierina alla nostra mappa dei viaggi, ma per esperirlo in modo profondo. Essere presenti con il corpo e unire le sensazioni alla sostanza della mente: è essenziale fare entrambe le cose, per evitare che la storia diventi un romanzo fine a sé stesso, il presente che fu di qualcun altro ma non nostro.
Grave errore, questo.
Come i tronchi degli alberi, l'umanità si sviluppa cerchio dopo cerchio, generazione dopo generazione; il duro inverno vissuto dal cerchio precedente influenza lo sviluppo di quello che cresce oggi. Che quest'ultimo se ne renda conto, o no. Il passato e il presente sono collegati: il passato è nel presente. Purtroppo, certo passato è fin troppo nel nostro presente. Perché tutti (o perlomeno la maggioranza) rimangono al minimo commossi al pensiero di ciò che accadde in quegli anni, ma spesso rimaniamo molto più freddi e distaccati rispetto a ciò che accade oggi, nel presente; non facciamo collegamenti tra ieri e oggi.
Auschwitz non è una cartolina, non è un opuscolo datoci dalla guida del tour organizzato comodo e veloce: Auschwitz è una macchina di morte che come ogni artefatto dell'uomo, nel corso degli anni, è diventata più silenziosa, più compatta, più efficace.
Una macchina che quindi funziona ancora.
Auschwitz oggi è nelle acque del mediterraneo dove ogni mese esseri umani muoiono annegati fuggendo dalla disperazione, mentre altri costruiscono su queste carni la loro carriera infame; Auschwitz oggi è nelle terre dove l'IS da anni semina terrore e morte, avendo avuto come primi sostenitori molti degli stessi che oggi affermano di combatterlo, mentre in ogni caso a morire è sempre la stessa classe di persone; ma è anche nelle periferie abbandonate dell'Europa, dove un giovane ragazzo da sempre trattato come un rifiuto, un corpo estraneo nella terra che calpesta da quando è nato rischia di trovare un minimo di identità nelle parole di qualche f***e, invasato, interessato; Auschwitz oggi è nei magazzini di Amazon, nei campi roventi di pomodori del sud Italia, nei cantieri e nelle fabbriche dove velocità e profitto sono parole d'ordine, non sicurezza e dignità; Auschwitz oggi è nelle nostre città, ogni volta che una persona è costretta a dormire per strada mentre un'altra sta speculando su una nuova proprietà.
Auschwitz oggi opera ancora, ovunque si neghi l'identità di un essere umano, ovunque sia permesso a un essere umano di dichiararsi superiore a un suo simile.
Con ciò, vorrei tornare agli alberi.
Sono stato ad Auschwitz una seconda volta, e ciò che mi ha attirato di più la mia attenzione sono stati gli alberi. Quegli alberi, che io ho visto, probabilmente erano lì al tempo. Hanno visto tutto. Quegli alberi sono ancora lì.
Spesso oggi, parlando di problematiche ambientali, si afferma che come umani stiamo "distruggendo il pianeta". Io credo che questa sia un'affermazione errata: le cose cambiano, e il pianeta che definiamo "nostro", vivo da molti più anni di noi, come ha affrontato cambiamenti colossali nelle migliaia di anni precedenti affronterà i cambiamenti odierni, adattando i suoi equilibri e proseguendo la sua vita.
Di fatto non stiamo quindi distruggendo il pianeta (per ora, almeno): stiamo distruggendo noi stessi, come specie. Luoghi ed eventi come Auschwitz sono picchi estremamente esemplificativi di questo processo. Quindi? Siamo perduti? "Gli esseri umani sono tutti stupidi e cattivi, ci meritiamo l'estinzione" ecc. ecc.…? Personalmente, credo ci sia un sacco di tempo, una volta morti, per essere disfattisti. Se la pensate così e il vostro polso batte ancora, c'è un problema: o sbagliate a pensarla, o non dovreste essere ancora in piedi.
Auschwitz e i suoi analoghi del tempo sono stati sconfitti, la resistenza era addirittura dentro i campi; ogni giorno, oggi, persone impegnano il loro tempo e la loro vita a lottare perché nessuno più muoia nel mediterraneo; perché si possano fermare l'IS e i suoi alleati (tutti, anche quelli che se ne professano nemici nonostante i fatti dimostrino il contrario) e per dare prospettive diverse a persone che altrimenti finirebbero per diventare carne da cannone in una guerra tra poveri; perché l'essere umano, con la sua dignità e la sua identità, unica, vengano prima del lavoro, del profitto, delle speculazioni.
È una questione di scelte. È una questione di consapevolezza.
Le prime dovrebbero basarsi sulla seconda; quest'ultima si acquisisce vivendo in modo profondo: il presente, consci del passato che l'ha generato e dei suoi segni, consci di un futuro che sarà il ripetersi esatto di questo processo.
I cerchi degli anni precedenti; la corteccia che si sviluppa. Noi stiamo in mezzo, formati da entrambi. Il presente non esiste senza il suo passato; se non si ha un presente non si può avere un futuro.
"Non dimenticare" non deve avere il senso che ha dopo aver studiato per la verifica di storia del giorno dopo: vuol dire saper portare il ricordo nel presente, per non ripetere gli errori.
Si sceglie di non dimenticare, si sceglie di vivere; si sceglie anche di scegliere, o no. Quando non scegliamo, tendenzialmente qualcun altro lo farà per noi; tendenzialmente, il più forte. E/o prepotente, a seconda.
Credo valga la pena, provarci. Provare a stare sul pezzo, minuto per minuto, e scegliere.
Perché dei prepotenti, non se ne può più.
Alcune foto e pensieri dalla mia seconda visita ad Auschwitz.
Sono stato ad Auschwitz.
Per la seconda volta nella vita, devo dire: una seconda volta caratterizzata da meno tempo, ma più maturità, più esperienza, una macchina fotografica e degli occhi che da qualche tempo parlano con quest'ultima.
È difficile da spiegare. È un'esperienza che tutti dovremmo fare nella vita probabilmente, possibilmente non con l'attitudine e le modalità del turista, ma con quelle del semplice umano: portarsi in un luogo non soltanto per visitarlo, per aggiungere una bandierina alla nostra mappa dei viaggi, ma per esperirlo in modo profondo. Essere presenti con il corpo e unire le sensazioni alla sostanza della mente: è essenziale fare entrambe le cose, per evitare che la storia diventi un romanzo fine a sé stesso, il presente che fu di qualcun altro ma non nostro.
Grave errore, questo.
Come i tronchi degli alberi, l'umanità si sviluppa cerchio dopo cerchio, generazione dopo generazione; il duro inverno vissuto dal cerchio precedente influenza lo sviluppo di quello che cresce oggi. Che quest'ultimo se ne renda conto, o no. Il passato e il presente sono collegati: il passato è nel presente. Purtroppo, certo passato è fin troppo nel nostro presente. Perché tutti (o perlomeno la maggioranza) rimangono al minimo commossi al pensiero di ciò che accadde in quegli anni, ma spesso rimaniamo molto più freddi e distaccati rispetto a ciò che accade oggi, nel presente; non facciamo collegamenti tra ieri e oggi.
Auschwitz non è una cartolina, non è un opuscolo datoci dalla guida del tour organizzato comodo e veloce: Auschwitz è una macchina di morte che come ogni artefatto dell'uomo, nel corso degli anni, è diventata più silenziosa, più compatta, più efficace.
Una macchina che quindi funziona ancora.
Auschwitz oggi è nelle acque del mediterraneo dove ogni mese esseri umani muoiono annegati fuggendo dalla disperazione, mentre altri costruiscono su queste carni la loro carriera infame; Auschwitz oggi è nelle terre dove l'IS da anni semina terrore e morte, avendo avuto come primi sostenitori molti degli stessi che oggi affermano di combatterlo, mentre in ogni caso a morire è sempre la stessa classe di persone; ma è anche nelle periferie abbandonate dell'Europa, dove un giovane ragazzo da sempre trattato come un rifiuto, un corpo estraneo nella terra che calpesta da quando è nato rischia di trovare un minimo di identità nelle parole di qualche f***e, invasato, interessato; Auschwitz oggi è nei magazzini di Amazon, nei campi roventi di pomodori del sud Italia, nei cantieri e nelle fabbriche dove velocità e profitto sono parole d'ordine, non sicurezza e dignità; Auschwitz oggi è nelle nostre città, ogni volta che una persona è costretta a dormire per strada mentre un'altra sta speculando su una nuova proprietà.
Auschwitz oggi opera ancora, ovunque si neghi l'identità di un essere umano, ovunque sia permesso a un essere umano di dichiararsi superiore a un suo simile.
Con ciò, vorrei tornare agli alberi.
Sono stato ad Auschwitz una seconda volta, e ciò che mi ha attirato di più la mia attenzione sono stati gli alberi. Quegli alberi, che io ho visto, probabilmente erano lì al tempo. Hanno visto tutto. Quegli alberi sono ancora lì.
Spesso oggi, parlando di problematiche ambientali, si afferma che come umani stiamo "distruggendo il pianeta". Io credo che questa sia un'affermazione errata: le cose cambiano, e il pianeta che definiamo "nostro", vivo da molti più anni di noi, come ha affrontato cambiamenti colossali nelle migliaia di anni precedenti affronterà i cambiamenti odierni, adattando i suoi equilibri e proseguendo la sua vita.
Di fatto non stiamo quindi distruggendo il pianeta (per ora, almeno): stiamo distruggendo noi stessi, come specie. Luoghi ed eventi come Auschwitz sono picchi estremamente esemplificativi di questo processo. Quindi? Siamo perduti? "Gli esseri umani sono tutti stupidi e cattivi, ci meritiamo l'estinzione" ecc. ecc.…? Personalmente, credo ci sia un sacco di tempo, una volta morti, per essere disfattisti. Se la pensate così e il vostro polso batte ancora, c'è un problema: o sbagliate a pensarla, o non dovreste essere ancora in piedi.
Auschwitz e i suoi analoghi del tempo sono stati sconfitti, la resistenza era addirittura dentro i campi; ogni giorno, oggi, persone impegnano il loro tempo e la loro vita a lottare perché nessuno più muoia nel mediterraneo; perché si possano fermare l'IS e i suoi alleati (tutti, anche quelli che se ne professano nemici nonostante i fatti dimostrino il contrario) e per dare prospettive diverse a persone che altrimenti finirebbero per diventare carne da cannone in una guerra tra poveri; perché l'essere umano, con la sua dignità e la sua identità, unica, vengano prima del lavoro, del profitto, delle speculazioni.
È una questione di scelte. È una questione di consapevolezza.
Le prime dovrebbero basarsi sulla seconda; quest'ultima si acquisisce vivendo in modo profondo: il presente, consci del passato che l'ha generato e dei suoi segni, consci di un futuro che sarà il ripetersi esatto di questo processo.
I cerchi degli anni precedenti; la corteccia che si sviluppa. Noi stiamo in mezzo, formati da entrambi. Il presente non esiste senza il suo passato; se non si ha un presente non si può avere un futuro.
"Non dimenticare" non deve avere il senso che ha dopo aver studiato per la verifica di storia del giorno dopo: vuol dire saper portare il ricordo nel presente, per non ripetere gli errori.
Si sceglie di non dimenticare, si sceglie di vivere; si sceglie anche di scegliere, o no. Quando non scegliamo, tendenzialmente qualcun altro lo farà per noi; tendenzialmente, il più forte. E/o prepotente, a seconda.
Credo valga la pena, provarci. Provare a stare sul pezzo, minuto per minuto, e scegliere.
Perché dei prepotenti, non se ne può più.