Camera Penale Di Tivoli

Camera Penale Di Tivoli La Camera Penale di Tivoli è un'associazione di avvocati penalisti aderente all'UCPI

Anche quest'anno la Camera Penale di Tivoli ha aderito all’iniziativa “Ristretti in agosto” promossa dall’Osservatorio C...
28/08/2026

Anche quest'anno la Camera Penale di Tivoli ha aderito all’iniziativa “Ristretti in agosto” promossa dall’Osservatorio Carcere UCPI.

In data odierna numerosi colleghi si sono recati presso la Casa Circondariale "Raffaele Cinotti" di Roma Rebibbia N.C. e, grazie alla disponibilità del Vice Direttore dott.ssa Alessia Rampazzi e del personale di Polizia Penitenziaria, hanno potuto visitare diversi settori, parlare con i detenuti ed ascoltare le loro problematiche e riflessioni sulla vita all'interno delle mura carcerarie.

Quest'anno un ringraziamento particolare va al dott. Marcello Rescigno, Presidente della sezione penale del Tribunale di Tivoli, che ha partecipato alla visita dimostrando una particolare sensibilità e attenzione alle terribili condizioni di vita dei detenuti.

Nei prossimi giorni verrà condivisa una relazione dettagliata della visita odierna.

05/08/2026

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«Così torniamo di nuovo alla pesca a strascico...»Intervista a Francesco Petrelli, di Valentina Stella, su "Il Dubbio", ...
11/07/2026

«Così torniamo di nuovo alla pesca a strascico...»

Intervista a Francesco Petrelli, di Valentina Stella, su "Il Dubbio", 11 luglio 2026

Avvocato Francesco Petrelli, Presidente dell’Unione Camere penali, qual è la vostra posizione sull’emendamento in materia di intercettazioni presentato da FdI alla legge di conversione del decreto legge "Giustizia e Patto Ue su migrazione e asilo", in discussione al Senato, come sollecitato dal Procuratore Melillo?

Si tratta di un ritorno al passato privo di qualsivoglia giustificazione: la modifica dell’art. 270, con l’ampliamento dei casi di utilizzabilità delle intercettazioni in un procedimento diverso da quello in cui sono state raccolte, non risponde ad alcuna necessità oggettiva. L’attuale disciplina è già ampiamente derogatoria e non costituisce alcun ostacolo per le indagini. Vale la pena di ricordare che il limite alla utilizzazione in procedimenti diversi trova fondamento nei principi cardine della nostra Costituzione ed infatti era già presente nel codice del 1988.

Si tratta del ritorno alla pesca a strascico?

Assolutamente sì, si vuole sostanzialmente tornare alla normativa del 2020 quando la politica giudiziaria populista del Ministro Bonafede volle abbattere i limiti e le garanzie del giusto processo, aprendo la strada ad una indiscriminata utilizzazione dei risultati delle intercettazioni. Quello che è stato operato nel 2023 è stato il corretto ripristino dell’originario bilanciamento razionale che era stato spazzato via da un colpo di mano giustizialista. Non ripetiamo lo stesso errore. Se si abbattono i limiti costituiti dalle garanzie costituzionali e si apre alle più indiscriminate esigenze inquisitorie e repressive si scivola dallo Stato di diritto verso uno Stato di polizia.

Secondo Melillo l’attuale normativa rappresenta un intralcio alle indagini. Come replica?

Che si tratta di una posizione puramente assertiva perché se è per questo tutte le regole del processo penale si pongono come un limite allo strapotere dello Stato. Così funziona lo Stato di diritto. Non è un buon motivo per abolirle. Il problema è verificare se vi sia equilibrio fra le diverse esigenze ma in ogni caso lo strumento investigativo, mettendo a rischio i diritti tutelati dalla Costituzione, non può certo trasformarsi in un dispositivo onnivoro al quale sia consentito di scrutare in maniera indiscriminata la vita dei cittadini con la scusa di attingere a non ben precisati reati-spia.

Tra la lotta alla criminalità e diritto alla privacy perché dovrebbe prevalere il secondo?

Mettere in conflitto sicurezza e diritti è un errore concettuale oltre che comunicativo perché senza diritti e senza garanzie non vi può essere vera sicurezza. Oggi le norme e la giurisprudenza delle Sezioni Unite consentono già di utilizzare le intercettazioni in un procedimento diverso nel caso in cui emerga la prova di un reato particolarmente grave. In questo caso quindi la richiesta si traduce in una evidente alterazione del bilanciamento fra regola ed eccezione, portando la regola a retrocedere inammissibilmente rispetto l’eccezione. Un declivio questo molto pericoloso. La riservatezza delle comunicazioni è un bene di tutti i cittadini, non un intralcio da abbattere.

Fratelli d’Italia ha accolto l’allarme della Procura Nazionale Antimafia al Senato. Lo stesso ha fatto alla Camera bloccando la seconda approvazione sulla legge sugli smartphone. Si tratta solo a suo parere di una condivisione dell’allarme di Melillo o c’è una gara con gli altri partiti sul tema sicurezza?

Il tema della sicurezza è un tema di propaganda politica multitasking che si adatta a tutte le esigenze,formidabile in campagna elettorale. Non può escludersi che la ricerca di consenso abbia avuto il suo peso data la centralità assunta da quel tema in questo momento. La competizione è già iniziata e probabilmente ci si posiziona rispetto alle altre forze in campo. È sempre una pessima idea mettere le riforme della giustizia nella cassetta degli attrezzi della propaganda perché si finisce con il fare pessime leggi e con non farne delle buone, come quella sui sequestri informatici.

Non è la prima volta che la politica tenta di piegarsi alle istanze delle procure. Dopo la battaglia referendaria, a maggior ragione che è stata persa, non bisognerebbe svincolarsi da certe pretese?

No, non è certo la prima volta che la politica si sia mostrata sensibile e sollecita nel rispondere alle richieste dell’antimafia ma ogni volta che lo ha fatto abbiamo assistito ad una retrocessione dei principi di libertà e delle garanzie che devono presidiare i diritti di libertà in ogni democrazia liberale. Il processo penale e la materia penale in genere dovrebbero restare a riparo dalle incursioni della propaganda e chi governa le norme non mostrarsi così disponibile e sensibile alle incursioni della magistratura per quanto autorevolmente rappresentata.

A parte il dl giustizia, gli altri dossier sulla giustizia sono fermi. Colpa della sconfitta del referendum?

Non vi è dubbio che la vittoria del fronte della magistratura abbia frenato tutta una serie di riforme processuali importanti sulle quali la maggioranza si era originariamente mossa con compattezza e sulla cui ripresa l’Unione ha sollecitato formalmente, e continua a farlo ad ogni occasione, il fronte garantista parlamentare. Ma credo che oltre che l’esito del referendum ciò che ora freni le iniziative legislative sia anche l’aria di confronto elettorale. Anche questo sconsiglia prese di posizione nette sulla giustizia perché molte questioni restano fortemente divisive, come abbiamo visto, anche all’interno della maggioranza. Oltre al tema del sequestro dei dispositivi informatici, vi sono quelli del recupero della oralità nelle impugnazioni e della abolizione dei suoi limiti, della tutela della immediatezza all’interno del dibattimento. La ricostruzione del modello accusatorio resta per noi fondamentale.

Che messaggio vorrebbe dare a Nordio sulle carceri?

Che è arrivato il momento di una netta inversione. Tutti i rimedi promessi, quelli messi in campo, quelli ipotizzati non hanno avuto alcuna ricaduta reale mentre l’impatto drammatico della realtà carceraria è sotto gli occhi di tutti. La vicenda del sequestro del carcere fiorentino di Sollicciano, da molto tempo oggetto di denuncia, grida la vergogna di una condizione intollerabile per qualsiasi democrazia. Lo stato di illegalità e di degrado dilaga nella maggior parte delle strutture e le proiezioni sui dati del sovraffollamento sono preoccupanti e rendono ovvio l’allarme derivante dalla pressione che si registra negli istituti. Il numero dei detenuti morti per cause non accertate e per suicidio è impressionante. L’estate è altrettanto inclemente ed è il periodo più a rischio. Le condizioni oggettive della magistratura di sorveglianza rendono impossibile ogni risposta di giustizia. L’asimmetria fra numero di detenuti, operatori e organici della polizia penitenziaria è inaccettabile. È il momento di dare risposte che siano concrete e di contenuto davvero emergenziale e risolutivo.

COMUNICATO DEL DIRETTIVO DELLA CAMERA PENALE DI TIVOLIAbbiamo letto l’intervista rilasciata dalla Presidente del Tribuna...
04/07/2026

COMUNICATO DEL DIRETTIVO DELLA CAMERA PENALE DI TIVOLI

Abbiamo letto l’intervista rilasciata dalla Presidente del Tribunale, Dottoressa Laura Di Girolamo, al “Tiburno” ed abbiamo appreso da colleghi presenti all’insediamento del Presidente della Sezione Penale che, sempre la Presidente, avrebbe indicato quali sarebbero i servizi non essenziali potenzialmente a rischio ove il Tribunale di Tivoli dovesse rimanere organicamente sottodimensionato nei prossimi mesi.

Purtroppo, alcune delle frasi proferite dalla Presidente ci deludono e un po' ci sorprendono.

Leggiamo nell’intervista: “In tal modo, con la consapevolezza che il dibattimento si celebra in pochi mesi, molti indagati potrebbero essere motivati a definire i processi davanti al Giudice per l’udienza preliminare, senza contare sui lunghi tempi del dibattimento con eventuale prescrizione”.

Non possiamo sottacere che una siffatta affermazione non può che trovare fondamento in “luoghi comuni” che tuttavia non dovrebbero albergare nelle persone che ricoprono ruoli istituzionali così importanti.

Tutti gli “addetti ai lavori” sanno (o dovrebbero sapere) che gli imputati scelgono di farsi giudicare nel giudizio ordinario, giammai nella speranza di veder riconosciuta la prescrizione del reato, ma nella profonda convinzione che, attraverso il dibattimento, potranno emergere ulteriori elementi a supporto della loro non colpevolezza (anche se noi preferiremmo parlare di “presunzione di innocenza”).

Giova a tal proposito sottolineare che non sono stati certo gli indagati o imputati (né i loro Avvocati) a individuare in questo Tribunale, unitamente alla Procura della Repubblica, dei criteri di trattazione - e le conseguenti modalità attuative – in base alle quali alcuni processi, che si sarebbero prescritti nei successivi 18 mesi, andavano rinviati a dopo la data di prescrizione del reato, individuando, in maniera del tutto discrezionale, delle fasce di priorità secondo le quali determinati processi andavano invece celebrati.

La verità è che lo scarso ricorso ai riti deflattivi e premiali ha ragioni molto meno semplicistiche che coinvolgono responsabilità in primo luogo politiche: se il nostro legislatore, sull’onda della subcultura “forcaiola” imperante, continua a introdurre fattispecie ostative alle misure alternative alla detenzione, è del tutto evidente e soprattutto del tutto comprensibile, che il rischio dell’esecuzione carceraria veloce non invogli a celebrare riti celeri.

Forse per incrementare il numero di riti alternativi sarebbe necessario renderli effettivamente premiali e convenienti per chi li sceglie e non solo celeri e utili per chi li celebra.

Addossare responsabilità all’imputato è un gioco facile a cui francamente non intendiamo partecipare. Rivolgersi al potere legislativo per cercare di risolvere nel profondo i problemi della giustizia sarà anche più difficile ma ci appassiona di più e chi dovesse scegliere questa strada sappia che troverà gli Avvocati penalisti al suo fianco.

Passando a un altro argomento, da quello che riferiscono colleghi presenti all’insediamento del Presidente di Sezione Penale, (cerimonia alla quale avremmo partecipato volentieri laddove invitati) la Dottoressa Di Girolamo, a margine delle formalità di rito, avrebbe specificato che tra i servizi “non essenziali” potrebbero esserci le liquidazioni dei difensori.

Se così fosse, ma ci auguriamo che le nostre “fonti” abbiano compreso male, non potremmo che registrare con profonda amarezza un attacco alla dignità e autonomia della funzione defensionale.

Giova ricordare che la nostra professione non è solo normativamente necessaria ma è socialmente indispensabile poiché, attraverso l’istituto della difesa d’ufficio e del Patrocinio a spese dello Stato, viene costituzionalmente riconosciuta pari dignità a tutti i cittadini, anche a quelli appartenenti alle fasce più deboli che, diversamente, non avrebbero la possibilità di accedere ad una adeguata difesa nel processo penale.

Noi ci opporremo sempre a ogni tentativo di marginalizzazione dell’Avvocatura così come non smetteremo mai di contrastare fermamente quell’idea secondo la quale il difensore avrebbe un ruolo sempre meno “essenziale” nel processo penale, nella migliore dell’ipotesi relegato ad una sorta di “vigilante” che aiuta il Giudice a non sbagliare e ciò sarebbe sufficiente a salvaguardare i diritti delle persone.

Questa idea pericolosa ci condurrebbe verso un processo penale autoreferenziale ed autoritario e non potrà che essere aspramente avversata dalla Camera Penale di Tivoli, con ogni iniziativa e strumento che l’ordinamento democratico e quello forense consentono, a difesa della dignità, della libertà, dell’autonomia della funzione dell’Avvocato perché solo così si garantisce un giusto processo penale a tutti i cittadini.

Da ultimo cogliamo l’occasione per salutare e fare il nostro caloroso augurio di buon lavoro al nuovo Presidente di Sezione e a tutti i Magistrati recentemente insediatisi, rappresentando loro che ci troveranno sempre disponibili al dialogo per il miglioramento del servizio giustizia ma fermi nella difesa dei diritti delle persone che da domani verranno giudicate a Tivoli.

Il Direttivo della Camera Penale di Tivoli

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COMUNICATO DEL CONSIGLIO DIRETTIVO «[...] est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consis...
29/05/2026

COMUNICATO DEL CONSIGLIO DIRETTIVO

«[...] est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum.»
(Orazio, Satire (I, 1, 106-107))


«[...] esiste una misura nelle cose; esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto.»


In un film del 2006, Le vite degli altri, viene descritto il sistema di intercettazioni e di controllo creato nella Germania dell’Est per controllare le vite di tutti coloro che si pensava non fossero in linea con l’ideologia del regime comunista allora al potere.
A distanza di venti anni dall’uscita del film e a quasi quarant’anni dal crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale ci pare che in alcuni casi una parte della magistratura abbia perso quella che Orazio, nel passaggio sopra citato, definiva la “misura delle cose”.

I fatti di Perugia e di Napoli, invero, non possono lasciare indifferenti chi, come noi, crede nello Stato liberale dove i diritti dei singoli sono garantiti e i pubblici poteri sono limitati dalla legge.

Abbiamo invece appreso che nei casi verificatisi a Napoli e Perugia sarebbero stati superati proprio quei limiti posti dal codice di procedura a garanzia delle “vite degli altri”, ossia l’indipendenza e la libertà del difensore. Se non c’è libertà di difesa non c’è garanzia dei diritti e se non c’è garanzia dei diritti non ci sono neanche i diritti: non è un caso che la Costituzione (art. 24) affermi che il diritto di difesa è inviolabile e garantisce la libertà e la segretezza delle comunicazioni (art. 15). Se questo vale per tutti i cittadini, nel caso dei difensori le garanzie sono rinforzate con l’art. 103 del codice di procedura penale.

Non è intenzione del direttivo della Camera Penale di Tivoli entrare nel merito delle vicende processuali che hanno portato alla richiesta ed alla successiva autorizzazione in ben precisi procedimenti penali delle conversazioni tra difensori e propri assistiti ma non si può non stigmatizzare il fatto che a Perugia, a seguito delle cimici poste nella sala colloqui del carcere, sono stati intercettati per circa sei mesi i colloqui di tutti i difensori con i loro assistiti e a Napoli è stata redatta un’informativa nella quale sono stati descritti i comportamenti dentro e fuori dall’aula di alcuni colleghi, la cui unica colpa, se tale può essere, è quella di difendere alcuni imputati in processi per camorra.

In realtà questi due episodi sono la spia di qualcosa di più profondo e più grave che affligge il nostro sistema giustizia, ossia il fatto che sull’altare della “ricerca della verità” vengono sacrificate anche le garanzie individuali. Non possiamo dimenticare, infatti, che una delle norme meno applicate del codice di rito è quella che limita lo strumento dell’intercettazione ai casi nei quali sono presenti gravi indizi di reato e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini. Una domanda sorge spontanea: nel profluvio di intercettazioni che poi leggiamo quotidianamente nei giornali o ascoltiamo in televisione, quante di queste erano assolutamente indispensabili?

La risposta pare scontata a chi scrive e qui torniamo al film citato all’inizio. Esistono due forme di stato: gli Stati autoritari o totalitari nei quali i pubblici poteri tutto possono e i diritti dei singoli esistono (se esistono) fino a quando non intralciano l’attività degli apparati e gli Stati liberali nei quali i diritti dei singoli vengono prima dello Stato e non possono essere limitati se non nella misura necessaria per l’utilità collettiva, “al di qua ed al di là dei quali non può esservi il giusto”.

Noi faremo tutto quanto è nelle nostre possibilità per cercare di vivere in uno Stato liberale.

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