29/05/2026
COMUNICATO DEL CONSIGLIO DIRETTIVO
«[...] est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum.»
(Orazio, Satire (I, 1, 106-107))
«[...] esiste una misura nelle cose; esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto.»
In un film del 2006, Le vite degli altri, viene descritto il sistema di intercettazioni e di controllo creato nella Germania dell’Est per controllare le vite di tutti coloro che si pensava non fossero in linea con l’ideologia del regime comunista allora al potere.
A distanza di venti anni dall’uscita del film e a quasi quarant’anni dal crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale ci pare che in alcuni casi una parte della magistratura abbia perso quella che Orazio, nel passaggio sopra citato, definiva la “misura delle cose”.
I fatti di Perugia e di Napoli, invero, non possono lasciare indifferenti chi, come noi, crede nello Stato liberale dove i diritti dei singoli sono garantiti e i pubblici poteri sono limitati dalla legge.
Abbiamo invece appreso che nei casi verificatisi a Napoli e Perugia sarebbero stati superati proprio quei limiti posti dal codice di procedura a garanzia delle “vite degli altri”, ossia l’indipendenza e la libertà del difensore. Se non c’è libertà di difesa non c’è garanzia dei diritti e se non c’è garanzia dei diritti non ci sono neanche i diritti: non è un caso che la Costituzione (art. 24) affermi che il diritto di difesa è inviolabile e garantisce la libertà e la segretezza delle comunicazioni (art. 15). Se questo vale per tutti i cittadini, nel caso dei difensori le garanzie sono rinforzate con l’art. 103 del codice di procedura penale.
Non è intenzione del direttivo della Camera Penale di Tivoli entrare nel merito delle vicende processuali che hanno portato alla richiesta ed alla successiva autorizzazione in ben precisi procedimenti penali delle conversazioni tra difensori e propri assistiti ma non si può non stigmatizzare il fatto che a Perugia, a seguito delle cimici poste nella sala colloqui del carcere, sono stati intercettati per circa sei mesi i colloqui di tutti i difensori con i loro assistiti e a Napoli è stata redatta un’informativa nella quale sono stati descritti i comportamenti dentro e fuori dall’aula di alcuni colleghi, la cui unica colpa, se tale può essere, è quella di difendere alcuni imputati in processi per camorra.
In realtà questi due episodi sono la spia di qualcosa di più profondo e più grave che affligge il nostro sistema giustizia, ossia il fatto che sull’altare della “ricerca della verità” vengono sacrificate anche le garanzie individuali. Non possiamo dimenticare, infatti, che una delle norme meno applicate del codice di rito è quella che limita lo strumento dell’intercettazione ai casi nei quali sono presenti gravi indizi di reato e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini. Una domanda sorge spontanea: nel profluvio di intercettazioni che poi leggiamo quotidianamente nei giornali o ascoltiamo in televisione, quante di queste erano assolutamente indispensabili?
La risposta pare scontata a chi scrive e qui torniamo al film citato all’inizio. Esistono due forme di stato: gli Stati autoritari o totalitari nei quali i pubblici poteri tutto possono e i diritti dei singoli esistono (se esistono) fino a quando non intralciano l’attività degli apparati e gli Stati liberali nei quali i diritti dei singoli vengono prima dello Stato e non possono essere limitati se non nella misura necessaria per l’utilità collettiva, “al di qua ed al di là dei quali non può esservi il giusto”.
Noi faremo tutto quanto è nelle nostre possibilità per cercare di vivere in uno Stato liberale.
Il Direttivo