Karlo Valentini Fotografo

Karlo Valentini Fotografo His photographs have been part of solo and group shows and have been published in the main Italian a

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Quando la grande esperienza giornalistica di Cecilia Sandroni incontra storie che cambiano tutto...
Fortunatamente io credo che avrò già un sonno profondo.

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09/03/2025

QUANDO LA GUERRA SI FA IL SELFIE
Ci servono ancora fotografie dell’orrore e della colpa?
[da 'Fotocrazia' di Michele Smargiassi, 8 marzo 2025]

Di fronte alla testa mozza di un soldato liberiano portata in trionfo per le vie di un mercato, una celebre e terribile fotografia di Noel Quidu, un visitatore indignato di War Photo Ltd (https://www.warphotoltd.com/), museo della fotografia di guerra di Dubrovnik, corse ad apostrofare Wade Goddard, il direttore: “Lei come osa mostrare cose del genere?”. La risposta: “E lei come osa ignorarle?”.
Forse un giorno, quando la mostra dieta mediatica sarà nutrita solo di immagini create dai robot, perfette e vuote, ci accorgeremo di quanto ci mancano gli “avvoltoi”, i vecchi calunniati vo**ur, i fotoreporter.
Ci sono ancora, vorrei precisare. E ce ne sono di bravissimi, coraggiosi, intelligenti. Ringrazio ogni giorno che esistano questi occhi delegati della comunità umana, che tengono aperti gli occhi di tutti.
Ma il loro mito è stato lentamente, abilmente logorato e consumato, svilito e delegittimato. Consumato ad arte. E non da oggi. Ai tempi dell’assedio di Sarajevo, un cinico e lucido Henry Kissinger affermò, beffardo: “Il Vietnam è la prima guerra vinta dai fotografi. La Bosnia, la prima che abbiano perso”. Siamo pieni di fotografie dele guerre jugoslave. Eccellenti, eloquenti testimonianze di ferocia. Ma è l’impatto della loro esistenza nello spazio pubblico che è stato limato via, con cura.
Dopo diversi errori, i signori della guerra ci sono arrivati. Perché, vedete, la prima soluzione, quella del blackout, applicata ai tempi della prima guerra del Golfo, non funzionò. I corpi bruciati dei soldati di Saddam sulla “strada della morte”, scovati dai professionisti dell’immagine, bucarono le prime pagine. Non funzionò, ma solo perché la guerra-Nintendo, nitida e asettica come un videogame, la guerra delle scie di missili in un cielo verde-monitor, una guerra senza cadaveri, non era credibile.
Devono averci pensato su, i generali, sotto i loro firmamenti di stellette e dietro i loro cimiteri di croci sul petto. Volete proprio vedere il sangue? Bene, non c’è problema, possiamo darvi anche quello, ma sempre senza giornalisti di mezzo. Magari indirettamente, tollerando che siano i redneck diciottenni texani in divisa a diffondere via Internet le loro disgustose istantanee traboccanti raw meat, carne cruda. Lo scambio di fotografie orrende prese dai soldati al fronte è vivissino, nei bassifondi del Web.
Lo so che, dicendo questo, rischio di dare ragione alla prima Susan Sontag, quella della compassion fatigue, dell’esaurimento progressivo, per assuefazione, della capacità dei lettori di indignarsi guardando fotografie dell’orrore e della sopraffazione.
Ma è vero che la seconda Susan Sontag, quella di Il dolore degli altri, corresse in buona parte quella convinzione troppo schematica, quando si trovò di fronte alle fotografie dei torturatori di Abu Ghraib.
Dunque, non è colpa dei reporter e delle loro fotografie, non è colpa della loro insistenza, se le immagini che dovrebbero scuoterci fino in fondo all’anima non lo fanno più.
Continuiamo a dimenticare che tra loro e noi, tra chi produce testimonianze visuali e chi le guarda, c’è uno spazio enorme, non vuoto, ma presidiato da catene di decisioni mediatiche, lusinghe e imposizioni dei poteri costituiti, convenienze di gestori di spazi e di piattaforme.
Ma soprattutto, che se la pioggia cade in un deserto di sola sabbia riarsa, non fiorisce nulla. Devono esserci dei semi nascosti sotto quella sabbia. Ci sono?
In queste settimane, sembra che gli unici entusiasmi che svegliano un’opinione pubblica sonnolenta siano i roboanti appelli al riarmo. Che seducono tutti, perché ce n’è una versione adeguata ad ogni segmento di pubblico, comprese le anime belle. Le scarse voci di dissenso dalla narrazione parabellum sono, prima ancora che contestate, sbeffeggiate, delegittimate, insultate.
Sembra di essere tornati alla vigilia della guerra che qualche sconsiderato definì grande (non lo fu se non per la quantità di cadaveri che produsse).
Mi sono chiesto più volte: se la fotografia di guerra, come predicò un profeta inascoltato di nome Ando Gilardi, giuoca quasi sempre a favore della guerra, esiste una fotografia di pace?
No, non esiste, se la intendiamo come fotografia retorica dell’ideologia pacifista, ovvero: fotografie di cortei e marce per la pace, di bandiere arcobaleno che garriscono al vento eccetera.
La fotografia di pace potrebbe essere solo quella che rappresenta la vita della pace, la vita quotidiana di lavoro affetti relazioni che non ha nulla di notiziabile e neppure di rappresentabile, almeno epicamente, come sa fare la fotografia di guerra.
Ma io temo che anche quell’idea di vita buona sia stata arruolata, messa in divisa dal ragionamento auto-affermante: vuoi il benessere? Difendilo con le armi!
Nessuna fotografia di pace è in grado di fermare la guerra, vorrei dire adesso al vecchio amico e maestro Gilardi, proprio come non sa farlo nessuna fotografia di guerra. Credo che sarebbe d’accordo.
Ma credo che un tentativo dobbiamo farlo. Per esempio, quello di cercare anche le fotografie che non furono fatte per denunciare l’orrore. Ma quelle fatte per documentarlo, rivendicarlo, giustificarlo. Le fotografie dei carnefici. Ho scritto poche settimane fa, su Il Venerdì, del bel libro di Laura Fontana, Fotografare la Shoah, che dà conto, vent’anni dopo la mostra epocale La memoria dei campi, degli sforzi di storici e ricercatori per riportare alla luce gli orrendi selfie dei perpetratori, ovvero le fotografie dei loro crimini, commissionate o almeno tollerate da loro stessi.
Mi chiedo se non esista uno storico delle immagini (Laura stessa?) che possa fare un lavoro simile sulle fotografie dei crimini di guerra italiani. Sui quali, da qualche anno, c’è una letteratura non molto ampia, ma crescente.
Roberto Masciadri, curatore di un sito che esiste da vent’anni sull’argomento, e che si chiama appunto Crimini di guerra (https://www.criminidiguerra.it/immagini.shtml), mi ha invitato a sfogliare la sezione fotografica del sito. L’ho fatto e lo ringrazio. Purtroppo, a differenza della ricchissima area di documenti e della eccellente bibliografia di quella pagina Web, la sezione fotografica comprende (per ora?) poche immagini, tutte provenienti dai massacri compiuti dall’esercito fascista nei Balcani, sommariamente descritte, non documentate come dovrebbero.
Poche, ma impressionanti devo dire. A parte l’immagine della fucilazione di Dane, molto vista anche per colpa di un costante non sempre ingenuo fraintendimento (è stata usata spessissimo come prova del suo opposto, come se fosse la fucilazione di italiani da parte dei partigiani titini), sono tutte immagini che almeno io non conoscevo.
Fotografie di ostaggi civili condotti alla fucilazione, dei loro volti, vivi e poi morti. Fotografie impressionanti. Almeno per me.
Fotografie che meriterebbero di essere indagate, vagliate con metodo critico e scientifico, ricollocate nei loro contesti, riportate alle circostanze della loro realizzazione, proprio come Clément Chèroux e oggi Laura Fontana hanno fatto per le immagini dello sterminio degli ebrei. Altre fotografie magari esistenti ma oggi nascoste, andrebbero cercate, tirate fuori da archivi pubblici e privati, raccolte, indagate, messe in relazione.
Forse non abbiamo una fotografia che salva. Ma potremmo avere un’idea della fotografia che aiuta a uccidere. E avremmo un’idea di cosa non è possibile accettare.

Bel lavoro.
25/02/2025

Bel lavoro.

Indirizzo

San Casciano Val Di Pesa
50024

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Martedì 18:00 - 20:00
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