23/04/2026
Ci sono immagini che, nel momento in cui le scatti, ti sembrano sbagliate.
Questa per me era una di quelle.
L’ho fatta da sola, tenendo la fotocamera in alto con la mano sinistra, cercando di intuire l’inquadratura più che di controllarla davvero. L’ombra della macchina cade sul mio viso, taglia la luce, disturba l’immagine. Non è pulita, non è composta non è “come dovrebbe essere”. All’epoca l’avevo quasi scartata.
Poi, col passare degli anni, è cambiato qualcosa.
Oggi questa fotografia ha un peso diverso. Non parla solo di quel periodo in cui allattavo la mia terza figlia, di quei momenti sospesi in cui lei mi guardava con uno sguardo pieno, assoluto, e io sentivo che sarebbe stato l’ultimo tempo così, l’ultimo in cui vivere tutto questo in quella forma.
Questa immagine racconta anche il modo in cui cercavo di stare dentro a quei giorni, di trattenere ogni momento inclusa la fatica, la stanchezza, l’impossibilità concreta di fare “una foto fatta bene”. Non c’era spazio per un cavalletto, per una luce studiata, per una composizione pensata. C’era solo la vita che accadeva, veloce, piena, a volte caotica.
E io dentro, a cercare di esserci.
Forse è proprio per questo che oggi questa immagine mi somiglia più di tante altre tecnicamente riuscite. Perché dentro c’è tutto: la presenza e il limite, il tentativo e l’imperfezione.
Col tempo ho capito che i ricordi che continuano a parlarci non sono quelli perfetti. Non sono quelli costruiti per essere belli.
Sono quelli veri.
Quelli che, anche a distanza di anni, riescono a restituirci davvero chi siamo stati.