10/08/2026
(RAS)SERENATA RAP
DI Lavinia Marchetti
Homo ludens, Gaza dolens. Il concertone di Jovanotti e il divertissment in mezzo ai cadaveri
Stamattina Repubblica, quel giornale filoatlantista che ama l’imprenditore che lascia tutto (dopo aver fatto i soldi) e va a vivere nei boschi, ci ha consegnato uno di quei titoli che, non volendo, in due righe ci spiegano alla perfezione il “secolo breve” senza impiegare 599 pagine come Hobsbawm. Nella fotografia Jovanotti spalanca la bocca sotto una luce rossa; la camicia animalier è trattenuta da due bretelle gialle, simbolo di “leggerezza” e di scanzonatura, ma anche di trasando giovane (40 anni fa). Il titolo, una frase di Jova, si annuncia come il buon senso futurista fra una prima guerra mondiale devastante e una seconda che era all’orizzionte: «Tra queste tragedie c’è bisogno di festa». Si sa, le tragedie sono divenute quel contorno fastidioso, ci mettono di cattivo umore, sempre a pensare a gente morta mentre ci potremmo sballare sulla spiaggia, come un tempo, quando massacri e genocidi non erano in diretta su questi dannati telefoni. Le tragedie stanno fra noi come l’afa; il concertone offre refrigerio. A Gaza si continua a morire ogni giorno, Russia e Ucraina sembrano all’escalation a pochi chilometri da noi, USA e Iran sono in stallo, mentre l’Europa prepara il proprio riarmo. La vita quotidiana rischia quasi di renderci tristi. Quanto ci mancano gli anni di Reagan, i paninari, la Milano da bere, il sogno americano, l’Hamburger a colazione e un bel telefilm su Italia 1 dove il mondo era solo uno: l’America, piena di eroi e di cattivi sempre sconfitti. Per fortuna, ci informa Repubblica, alle quattro e mezza apre l’arca di Loré.
Jovanotti è il ministro imbretellato della felicità obbligatoria. Cambiano il costume e la causa umanitaria del momento, ma resta questa ingiunzione a partecipare. Qualunque cosa accada, alzate le mani. Ghimmifive. Qualunque cosa abbiate visto sul telefono, date il cinque. La vita è una festa e chi resta seduto rischia di guastare la ripresa del pubblico. C’è qualcosa di ancestrale, ce lo insegna anche l’esercito più morale del mondo, nel ballare sopra ai cadaveri.
Dalla tragedia allo scrolling
Al Corriere Jova ha spiegato che occorre «staccare per un giorno dallo scrolling delle tragedie continue» e che la musica può portare allegria. Jovanotti ci ricorda che il mondo va avanti, certo in Occidente, per chi può permettersi un concertone, può non lavorare e farsi una bella vacanza, non fate quelle facce lunghe, è estate, “deve fare caldo”, ma sì balliamo.
Mi piacerebbe parlare con Jovanotti di Pascal. Vorrei chiedergli cosa ne pensa della sua definizione di divertissement, ovvero dell’insieme delle occupazioni con cui l’essere umano evita di incontrare la propria miseria e il pensiero della morte. Il suo re correva dietro a una lepre per sfuggire a se stesso; il consumatore contemporaneo corre dietro a un palco mobile e porta al polso il braccialetto elettronico dell’evento. La distanza storica è enorme, la struttura psichica riconoscibile. Il divertimento lenisce perché impedisce alla coscienza di restare abbastanza a lungo davanti a ciò che ha visto. Oggi questa fuga possiede in aggiunta una potenza industriale. Horkheimer e Adorno chiamarono «industria culturale» la produzione razionalizzata dello svago, organizzata secondo un ciclo in cui la manipolazione crea il bisogno che poi promette di soddisfare. Il Jova Summer Party ha quell’aria di improvvisazione universale, ma è organizzata al millimetro, conserva la precisione logistica di un centro commerciale del buonumore.
Voglio mettere le mani avanti. Non siamo affatto davanti ad una sfrenata festa popolare, di quelle che un tempo creavano forme insubordinate e, per una notte, riuscivano a ribaltare le gerarchie restituendo ai corpi una forza comune, come poteva essere il carnevale che derideva il sovrano. La festa neoliberale chiede invece al pubblico di liberarsi della tristezza lasciando il sovrano al proprio posto. L’energia collettiva viene convertita in esperienza privata: io c’ero e ho ballato. Il mattino seguente il mondo conserva i rapporti di forza della sera precedente; restano anche migliaia di storie su Instagram.
Jovanotti for Reagan
Nel 1988 il primo album si intitolava Jovanotti for President. Dentro c’era Gimme Five. Il giovane Lorenzo importava l’America meno pericolosa che l’Italia reaganiana potesse desiderare, niente del ‘68, degli hippy, delle forme comunitarie sperimentate in California, niente Easy Rider. Jovanotti ha importato un rap ripulito dalla rabbia nera che scorreva nelle metropoli e convertito un fenomeno di rabbia popolare in animazione da villaggio turistico. La presidenza evocata nel titolo era tutto un programma. Il potere poteva assumere l’aspetto di un ragazzo simpatico purché nessuno si chiedesse chi possedeva la discoteca.
Poi arrivò la Jovastrojka. Chiamo così la ristrutturazione permanente del personaggio, una perestrojka senza glasnost e con molti cappelli. Il paninaro presidenziale scoprì l’impegno globale; la fratellanza universale rese quindi superfluo nominare qualunque antagonismo. La metamorfosi fu abilissima. Jovanotti attraversò la fine della Prima Repubblica e l’avvento del capitalismo digitale con la capacità adattativa di un organismo che trae nutrimento anche dall’ambiente che avvelena. Nessuna epoca lo ha trovato fuori posto perché lui si presenta già tradotto nel lessico pubblicitario dell’epoca successiva.
Il suo ottimismo appartiene a una famiglia lontana dalla speranza. La speranza guarda il pericolo e cerca una via. L’ottimismo jovanottiano dichiara la via già aperta, possibilmente verso il palco. La storia perde attrito e diventa energia. Che Guevara può stare accanto a Madre Teresa perché entrambi, privati del conflitto che li rese intelligibili, funzionano bene su un maxischermo. La pace acquista il carattere di una preferenza personale, simile al biologico o alla bicicletta. Il male sopravvive come bad vibes. Sì, sì, il mondo è una m***a, ma fattela una risata, apericena e disco?
Nietzsche aveva intuito la venuta dell’ultimo uomo, soddisfatto di avere inventato la felicità e intento ad ammiccare. Jovanotti aggiunge una sezione fiati stonati. Il suo ultimo uomo viaggia con un eccellente cardiofrequenzimetro. Pedala fra una data e l’altra mentre l’apparato economico che ha prodotto la catastrofe si congratula per la scelta sostenibile. L’Occidente terminale raramente si presenta depresso. Arriva abbronzato, persuaso che l’allegria (mikebongiorniana, Eco docet) sia una virtù civile.
L’hamburger come teoria della conoscenza
L’americanizzazione che ci ha condotti fin dentro questa festa supera di molto la musica. L’hamburger ha assunto lo statuto di un oggetto filosofico. Questa cultura ha imparato presto a far convivere la guerra con lo spettacolo. Durante il conflitto in Vietnam gli apparati statunitensi trasmettevano da altoparlanti montati sugli elicotteri le voci contraffatte dei morti, la celebre operazione Wandering Soul, documentata anche negli archivi della CIA, dove i good guys, sfruttando le credenze funerarie vietnamite, usavano per terrorizzare chi si trovava a terra. Anni dopo il cinema avrebbe consegnato al mondo l’assalto degli elicotteri accompagnato da Wagner. L’intenzione critica di Apocalypse Now è stata inghiottita dalla potenza dell’immagine; la guerra appariva atroce e magnificamente montata. L’impero aveva trovato la propria colonna sonora.
Jovanotti opera a grande distanza dal complesso militare holliwodyano, e con mezzi infinitamente più miti. L’affinità riguarda gli effetti. Anche la sua festa separa l’intensità dalla responsabilità. Offre movimento senza direzione e un cosmopolitismo dal quale il conflitto politico è stato accuratamente estratto. Il pubblico può sentirsi planetario continuando a vivere dentro il privilegio occidentale. Basta pronunciare «mondo» abbastanza spesso per appiattire le differenze fra chi bombarda e chi viene bombardato: “le tragedie”, appunto, come fosse un terremoto e non un genocidio.
L’arca di Loré non è la Flotilla
Il dettaglio più rivelatore del concerto di Olbia si trova forse nell’arca di carta costruita sui maxischermi. Un giornalista ha chiesto se alludesse alla Global Sumud Flotilla. Jovanotti ha risposto che l’omaggio era involontario e ha ricondotto la barchetta al «bambino interiore», evitando una connotazione politica. Ovviamente, il concertone si deve vendere, strizzare l’occhio anche ai brand sionisti, ché poi si sa, nell’industria culturale è il sionismo che paga in larga parte. Il bambino interiore è il solo bambino al quale l’Occidente garantisca protezione illimitata. Può essere cullato e portato in salvo sull’arca. I bambini reali di Gaza restano fuori dall’inquadratura, dove una dichiarazione apertamente politica potrebbe disturbare la festa. Smettiamo un attimo di scrollare e datemi il cinque.
La responsabilità dei bombardamenti appartiene a chi li ordina e a chi fornisce le armi e i mezzi e la copertura diplomatica. Jovanotti non ha responsabilità di tutto questo, ma solo delle frasi che sceglie e del modo in cui offre il mondo al proprio pubblico. Chiamare «tragedie» eventi prodotti da decisioni politiche, che lui ne sia cosciente o meno, è una manovra ideologica. La tragedia rinvia al destino e rende il colpevole evanescente.
Anche Repubblica fa la sua scelta. Il giornale che presenta l’atlantismo come scelta obbligata e matura e il riarmo come consequenziale, offre poi ai lettori la festa quale intervallo umanitario. Prima rende la guerra amministrabile attraverso il linguaggio della responsabilità occidentale e poi rende amministrabile la coscienza di chi la osserva. Il martirio resta agli altri, l’elaborazione emotiva a noi. Siamo invitati a sentirci affaticati dalle immagini della loro morte, quasi che la stanchezza dello spettatore fosse ormai la conseguenza politica più urgente del massacro.
Il declino dell’Occidente comincia in questa sproporzione oscena. Una civiltà dispone di satelliti capaci di mostrare l’uccisione in tempo reale e usa la propria superiorità tecnica per cambiare canale. Sa quasi tutto e trasforma il sapere in impotenza piacevole. DIVERTIAMOCI. Beviamoci su. La coscienza si limita a registrare, mentre il corpo cerca una base su cui saltare. Il nichilismo contemporaneo può ballare, come? Basta sostituire il senso con l’intensità; sente moltissimo per evitare di comprendere. Per questo ci si indigna un giorno e poi si passa ad altro.
Jovanotti rappresenta la forma italiana, cordiale e coloratissima, di questo nichilismo. Il male gli è estraneo e la crudeltà gli ripugna. Proprio questa innocenza lo rende esemplare. La festa procede sopra i cadaveri con la convinzione di rendere un servizio ai vivi. Il Titanic conserva le classi e l’iceberg; sul ponte hanno installato i maxischermi. Il capitano di De Gregori, davanti alla nebbia, ordinava di «andare avanti tranquillamente». Oggi il comando ha una base funk e due bretelle fluorescenti.
Ballare resta una facoltà umana meravigliosa. Però sapere su cosa stiamo ballando decide che esseri umani siamo. Dopo aver visto i morti sotto il palco, l’Occidente ha chiesto al fonico di alzare il volume.