Giorgio Bianchi

Giorgio Bianchi Documentary photographer - Director - Filmmaker - Writer

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10/08/2026

Negli StatiUniti torna a riaccendersi il dibattito su uno dei temi più delicati della storia recente americana: l'11 settembre. A riportarlo al centro dell'attenzione è stato Tucker Carlson.

Da RadioRadio

Un’inchiesta di Drop Site News rivela la nuova, inquietante frontiera della campagna di Israele per riconquistare l’opin...
10/08/2026

Un’inchiesta di Drop Site News rivela la nuova, inquietante frontiera della campagna di Israele per riconquistare l’opinione pubblica.

Brad Parscale, ex direttore della campagna digitale di Trump, con la sua società Clock Tower X, sta gestendo un’operazione da 46,5 milioni di dollari (poi salita a 4,5 milioni al mese) per conto del governo israeliano.

L’obiettivo dichiarato? “Influenzare i chatbot basati sull’intelligenza artificiale” come ChatGPT, Claude, Gemini e Perplexity, una pratica nota come “LLM poisoning” (“avvelenamento” dei modelli linguistici).

I siti creati da Parscale registrano poche centinaia di visitatori al mese. Il loro vero scopo è essere “letti” e indicizzati dai web crawler che alimentano i giganti dell’IA, per addestrare le future versioni dei modelli, diventando parte permanente della loro “conoscenza”.

https://it.insideover.com/media-e-potere/llm-poisoning-israele-paga-46-milioni-di-dollari-per-manipolare-chatgpt-gemini-e-claude.html

(RAS)SERENATA RAPDI Lavinia MarchettiHomo ludens, Gaza dolens. Il concertone di Jovanotti e il divertissment in mezzo ai...
10/08/2026

(RAS)SERENATA RAP
DI Lavinia Marchetti

Homo ludens, Gaza dolens. Il concertone di Jovanotti e il divertissment in mezzo ai cadaveri

Stamattina Repubblica, quel giornale filoatlantista che ama l’imprenditore che lascia tutto (dopo aver fatto i soldi) e va a vivere nei boschi, ci ha consegnato uno di quei titoli che, non volendo, in due righe ci spiegano alla perfezione il “secolo breve” senza impiegare 599 pagine come Hobsbawm. Nella fotografia Jovanotti spalanca la bocca sotto una luce rossa; la camicia animalier è trattenuta da due bretelle gialle, simbolo di “leggerezza” e di scanzonatura, ma anche di trasando giovane (40 anni fa). Il titolo, una frase di Jova, si annuncia come il buon senso futurista fra una prima guerra mondiale devastante e una seconda che era all’orizzionte: «Tra queste tragedie c’è bisogno di festa». Si sa, le tragedie sono divenute quel contorno fastidioso, ci mettono di cattivo umore, sempre a pensare a gente morta mentre ci potremmo sballare sulla spiaggia, come un tempo, quando massacri e genocidi non erano in diretta su questi dannati telefoni. Le tragedie stanno fra noi come l’afa; il concertone offre refrigerio. A Gaza si continua a morire ogni giorno, Russia e Ucraina sembrano all’escalation a pochi chilometri da noi, USA e Iran sono in stallo, mentre l’Europa prepara il proprio riarmo. La vita quotidiana rischia quasi di renderci tristi. Quanto ci mancano gli anni di Reagan, i paninari, la Milano da bere, il sogno americano, l’Hamburger a colazione e un bel telefilm su Italia 1 dove il mondo era solo uno: l’America, piena di eroi e di cattivi sempre sconfitti. Per fortuna, ci informa Repubblica, alle quattro e mezza apre l’arca di Loré.

Jovanotti è il ministro imbretellato della felicità obbligatoria. Cambiano il costume e la causa umanitaria del momento, ma resta questa ingiunzione a partecipare. Qualunque cosa accada, alzate le mani. Ghimmifive. Qualunque cosa abbiate visto sul telefono, date il cinque. La vita è una festa e chi resta seduto rischia di guastare la ripresa del pubblico. C’è qualcosa di ancestrale, ce lo insegna anche l’esercito più morale del mondo, nel ballare sopra ai cadaveri.

Dalla tragedia allo scrolling
Al Corriere Jova ha spiegato che occorre «staccare per un giorno dallo scrolling delle tragedie continue» e che la musica può portare allegria. Jovanotti ci ricorda che il mondo va avanti, certo in Occidente, per chi può permettersi un concertone, può non lavorare e farsi una bella vacanza, non fate quelle facce lunghe, è estate, “deve fare caldo”, ma sì balliamo.

Mi piacerebbe parlare con Jovanotti di Pascal. Vorrei chiedergli cosa ne pensa della sua definizione di divertissement, ovvero dell’insieme delle occupazioni con cui l’essere umano evita di incontrare la propria miseria e il pensiero della morte. Il suo re correva dietro a una lepre per sfuggire a se stesso; il consumatore contemporaneo corre dietro a un palco mobile e porta al polso il braccialetto elettronico dell’evento. La distanza storica è enorme, la struttura psichica riconoscibile. Il divertimento lenisce perché impedisce alla coscienza di restare abbastanza a lungo davanti a ciò che ha visto. Oggi questa fuga possiede in aggiunta una potenza industriale. Horkheimer e Adorno chiamarono «industria culturale» la produzione razionalizzata dello svago, organizzata secondo un ciclo in cui la manipolazione crea il bisogno che poi promette di soddisfare. Il Jova Summer Party ha quell’aria di improvvisazione universale, ma è organizzata al millimetro, conserva la precisione logistica di un centro commerciale del buonumore.

Voglio mettere le mani avanti. Non siamo affatto davanti ad una sfrenata festa popolare, di quelle che un tempo creavano forme insubordinate e, per una notte, riuscivano a ribaltare le gerarchie restituendo ai corpi una forza comune, come poteva essere il carnevale che derideva il sovrano. La festa neoliberale chiede invece al pubblico di liberarsi della tristezza lasciando il sovrano al proprio posto. L’energia collettiva viene convertita in esperienza privata: io c’ero e ho ballato. Il mattino seguente il mondo conserva i rapporti di forza della sera precedente; restano anche migliaia di storie su Instagram.

Jovanotti for Reagan
Nel 1988 il primo album si intitolava Jovanotti for President. Dentro c’era Gimme Five. Il giovane Lorenzo importava l’America meno pericolosa che l’Italia reaganiana potesse desiderare, niente del ‘68, degli hippy, delle forme comunitarie sperimentate in California, niente Easy Rider. Jovanotti ha importato un rap ripulito dalla rabbia nera che scorreva nelle metropoli e convertito un fenomeno di rabbia popolare in animazione da villaggio turistico. La presidenza evocata nel titolo era tutto un programma. Il potere poteva assumere l’aspetto di un ragazzo simpatico purché nessuno si chiedesse chi possedeva la discoteca.

Poi arrivò la Jovastrojka. Chiamo così la ristrutturazione permanente del personaggio, una perestrojka senza glasnost e con molti cappelli. Il paninaro presidenziale scoprì l’impegno globale; la fratellanza universale rese quindi superfluo nominare qualunque antagonismo. La metamorfosi fu abilissima. Jovanotti attraversò la fine della Prima Repubblica e l’avvento del capitalismo digitale con la capacità adattativa di un organismo che trae nutrimento anche dall’ambiente che avvelena. Nessuna epoca lo ha trovato fuori posto perché lui si presenta già tradotto nel lessico pubblicitario dell’epoca successiva.

Il suo ottimismo appartiene a una famiglia lontana dalla speranza. La speranza guarda il pericolo e cerca una via. L’ottimismo jovanottiano dichiara la via già aperta, possibilmente verso il palco. La storia perde attrito e diventa energia. Che Guevara può stare accanto a Madre Teresa perché entrambi, privati del conflitto che li rese intelligibili, funzionano bene su un maxischermo. La pace acquista il carattere di una preferenza personale, simile al biologico o alla bicicletta. Il male sopravvive come bad vibes. Sì, sì, il mondo è una m***a, ma fattela una risata, apericena e disco?

Nietzsche aveva intuito la venuta dell’ultimo uomo, soddisfatto di avere inventato la felicità e intento ad ammiccare. Jovanotti aggiunge una sezione fiati stonati. Il suo ultimo uomo viaggia con un eccellente cardiofrequenzimetro. Pedala fra una data e l’altra mentre l’apparato economico che ha prodotto la catastrofe si congratula per la scelta sostenibile. L’Occidente terminale raramente si presenta depresso. Arriva abbronzato, persuaso che l’allegria (mikebongiorniana, Eco docet) sia una virtù civile.

L’hamburger come teoria della conoscenza
L’americanizzazione che ci ha condotti fin dentro questa festa supera di molto la musica. L’hamburger ha assunto lo statuto di un oggetto filosofico. Questa cultura ha imparato presto a far convivere la guerra con lo spettacolo. Durante il conflitto in Vietnam gli apparati statunitensi trasmettevano da altoparlanti montati sugli elicotteri le voci contraffatte dei morti, la celebre operazione Wandering Soul, documentata anche negli archivi della CIA, dove i good guys, sfruttando le credenze funerarie vietnamite, usavano per terrorizzare chi si trovava a terra. Anni dopo il cinema avrebbe consegnato al mondo l’assalto degli elicotteri accompagnato da Wagner. L’intenzione critica di Apocalypse Now è stata inghiottita dalla potenza dell’immagine; la guerra appariva atroce e magnificamente montata. L’impero aveva trovato la propria colonna sonora.

Jovanotti opera a grande distanza dal complesso militare holliwodyano, e con mezzi infinitamente più miti. L’affinità riguarda gli effetti. Anche la sua festa separa l’intensità dalla responsabilità. Offre movimento senza direzione e un cosmopolitismo dal quale il conflitto politico è stato accuratamente estratto. Il pubblico può sentirsi planetario continuando a vivere dentro il privilegio occidentale. Basta pronunciare «mondo» abbastanza spesso per appiattire le differenze fra chi bombarda e chi viene bombardato: “le tragedie”, appunto, come fosse un terremoto e non un genocidio.

L’arca di Loré non è la Flotilla
Il dettaglio più rivelatore del concerto di Olbia si trova forse nell’arca di carta costruita sui maxischermi. Un giornalista ha chiesto se alludesse alla Global Sumud Flotilla. Jovanotti ha risposto che l’omaggio era involontario e ha ricondotto la barchetta al «bambino interiore», evitando una connotazione politica. Ovviamente, il concertone si deve vendere, strizzare l’occhio anche ai brand sionisti, ché poi si sa, nell’industria culturale è il sionismo che paga in larga parte. Il bambino interiore è il solo bambino al quale l’Occidente garantisca protezione illimitata. Può essere cullato e portato in salvo sull’arca. I bambini reali di Gaza restano fuori dall’inquadratura, dove una dichiarazione apertamente politica potrebbe disturbare la festa. Smettiamo un attimo di scrollare e datemi il cinque.

La responsabilità dei bombardamenti appartiene a chi li ordina e a chi fornisce le armi e i mezzi e la copertura diplomatica. Jovanotti non ha responsabilità di tutto questo, ma solo delle frasi che sceglie e del modo in cui offre il mondo al proprio pubblico. Chiamare «tragedie» eventi prodotti da decisioni politiche, che lui ne sia cosciente o meno, è una manovra ideologica. La tragedia rinvia al destino e rende il colpevole evanescente.

Anche Repubblica fa la sua scelta. Il giornale che presenta l’atlantismo come scelta obbligata e matura e il riarmo come consequenziale, offre poi ai lettori la festa quale intervallo umanitario. Prima rende la guerra amministrabile attraverso il linguaggio della responsabilità occidentale e poi rende amministrabile la coscienza di chi la osserva. Il martirio resta agli altri, l’elaborazione emotiva a noi. Siamo invitati a sentirci affaticati dalle immagini della loro morte, quasi che la stanchezza dello spettatore fosse ormai la conseguenza politica più urgente del massacro.

Il declino dell’Occidente comincia in questa sproporzione oscena. Una civiltà dispone di satelliti capaci di mostrare l’uccisione in tempo reale e usa la propria superiorità tecnica per cambiare canale. Sa quasi tutto e trasforma il sapere in impotenza piacevole. DIVERTIAMOCI. Beviamoci su. La coscienza si limita a registrare, mentre il corpo cerca una base su cui saltare. Il nichilismo contemporaneo può ballare, come? Basta sostituire il senso con l’intensità; sente moltissimo per evitare di comprendere. Per questo ci si indigna un giorno e poi si passa ad altro.

Jovanotti rappresenta la forma italiana, cordiale e coloratissima, di questo nichilismo. Il male gli è estraneo e la crudeltà gli ripugna. Proprio questa innocenza lo rende esemplare. La festa procede sopra i cadaveri con la convinzione di rendere un servizio ai vivi. Il Titanic conserva le classi e l’iceberg; sul ponte hanno installato i maxischermi. Il capitano di De Gregori, davanti alla nebbia, ordinava di «andare avanti tranquillamente». Oggi il comando ha una base funk e due bretelle fluorescenti.

Ballare resta una facoltà umana meravigliosa. Però sapere su cosa stiamo ballando decide che esseri umani siamo. Dopo aver visto i morti sotto il palco, l’Occidente ha chiesto al fonico di alzare il volume.

09/08/2026

Raniero La Valle: “L’industria bellica americana ha ‘comprato’ la guerra in Ucraina spingendo per decenni la Nato verso Est”
di Pino Nicotri - Il Fatto Quotidiano
“Il 16 maggio 2023 l’Eisenhower Media Network ha comprato un’intera pagina del New York Times per pubblicare un documento firmato da molte personalità di rilievo che accusano l’industria delle armi Usa di avere stanziato oltre 90 milioni di dollari per convincere il Congresso a tradire l’impegno della non espansione a Est dell'Alleanza

“Ormai ognuno si diverte a inventarsi la data entro la quale la Russia invaderà l’Europa, alimentando così paure totalmente immotivate, ma utili per foraggiare le industrie di armamenti. Le stesse industrie che, come ha scritto il New York Times il 16 maggio 2023 e io ripeto da anni, negli Usa hanno letteralmente comprato la linea politica che ha portato direttamente alla attuale guerra in Ucraina. Hanno cioè comprato questa guerra. Guerra che rischia di diventare la Terza Guerra Mondiale, trascinandovi in primis l’Europa. Ho 95 anni e spero di non vederla”. A parlare è l’intellettuale cattolico di sinistra Raniero La Valle, già direttore dei quotidiani Il Popolo e L’Avvenire d’Italia, senatore e assessore del Comune di Roma, fondatore del sito Chiesa di Tutti Chiesa dei Poveri.

Di recente, La Valle ha ripetuto la sua accusa sulla linea politica e sulla guerra, entrambe comprate. Di che si tratta esattamente? “Il 16 maggio 2023 l’Eisenhower Media Network ha comprato un’intera pagina del New York Times per pubblicare un documento firmato da molte personalità di rilievo ed esperti soprattutto della sicurezza nazionale che accusano l’industria delle armi Usa di avere stanziato a suo tempo una cinquantina di milioni di dollari, pari a oltre 90 milioni di dollari di oggi, per convincere i parlamentari del Congresso a tradire l’impegno preso non solo dalla presidenza Usa di non espandere la Nato ‘neppure di un pollice‘ a Est, cioè verso la Russia, in cambio della riunificazione della Germania. Per ottenere il tradimento in questione è stata fondata una apposita associazione, il cui nome indica esplicitamente e alla luce del sole l’obiettivo che voleva ottenere e che ha ottenuto: Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato. Sono riusciti a farla espandere con l’ingresso di ben 14 Paesi ex sovietici i cui governi e ministri non sono certo incorruttibili”.

La pagina del New York Times col lungo, dettagliato e molto interessante documento in questione, La Valle l’ha pubblicata in italiano sul suo sito, compresi i prestigiosi nomi dei 15 firmatari. Il passo che spiega e riassume quanto denunciato più volte è il seguente: “Perché gli Stati Uniti hanno persistito nell’espandere la Nato nonostante tali avvertimenti? Il profitto derivante dalla vendita di armi è stato un fattore importante. Di fronte all’opposizione all’estensione della Nato, un gruppo di neoconservatori e dei massimi dirigenti americani delle industrie degli armamenti costituirono il Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato. Tra il 1996 e il 1998, i maggiori produttori di armi hanno speso 51 milioni di dollari (94 milioni di dollari di oggi) in attività di lobbying e altri milioni in contributi elettorali. Con questa prodigalità, l’espansione della Nato divenne rapidamente un affare fatto, dopo il quale i produttori americani di armi hanno venduto miliardi di dollari di armi ai nuovi membri della Nato. Finora, gli Stati Uniti hanno inviato attrezzature militari e armi in Ucraina per un valore di 30 miliardi di dollari, con aiuti totali all’Ucraina superiori a 100 miliardi di dollari. La guerra, è stato detto, è un racket altamente redditizio per pochi eletti”.

Tra i firmatari c’è l’economista e docente Jeffrey Sachs, l’uomo che dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia è stato incaricato dalla Casa Bianca di traghettare la Polonia dal regime comunista al capitalismo. Quando però lo stesso Sachs ha proposto alla Casa Bianca di traghettare anche la Russia dal sistema comunista a quello capitalista, s’è visto opporre un rifiuto. Prova provata che di fatto il governo Usa perseguiva sempre e comunque non l’ammodernamento – anche capitalista – della Russia, ma il puro e semplice peggioramento del suo crollo economico. Crollo già provocato dall’essersi dovuta svenare per rincorrere la politica Usa di continuo aumento delle spese per la propria potenza militare. Sachs le accuse del documento pubblicato dal New York Times e da Raniero La Valle le ha ripetute con grande chiarezza anche nel Parlamento europeo quando il 19 febbraio 2025 vi è stata trattata la “geopolitica della pace”.

“È francamente scandaloso e stupefacente che nessuno parli di questa faccenda, nascondendo così deliberatamente i veri motivi della guerra russo ucraina”, fa notare La Valle. E aggiunge: “Hanno anche negato in perfetta malafede che a Michail Gorbaciov prima e a Boris Yeltsin dopo, gli ultimi due presidenti della Russia, sia stato promesso che la Nato non si sarebbe espansa verso est. Per fortuna però il giornale tedesco Der Spiegel ha pubblicato i documenti che sbugiardano i mentitori. Purtroppo Gorbaciov e Yeltsin, convinti di avere a che fare con politici seri e onesti, si sono accontentati degli impegni orali senza pretendere che fossero messi per iscritto”.

Un altro dato sorprendente, se non agghiacciante, è che questa br**ta vicenda che sta trascinando l’Europa verso un’altra guerra contro la Russia (la quinta, dopo l’invasione polacco lituana del 1600, l’invasione svedese del 1700, quella francese di Napoleone nel 1800 e quella nazifascista di Germania e Italia nel 1900), pare proprio ricalcare la vicenda appurata negli Usa dalla commissione parlamentare Nye, istituita il 12 aprile 1934 e che prese il nome dal suo presidente senatore Gerald Nye. Il nome esatto era commissione speciale di Inchiesta sull’Industria delle Munizioni ed era nata per indagare sugli interessi industriali, finanziari e bancari che portarono gli Usa a intervenire nella Prima Guerra Mondiale pur senza averne nessun motivo, né territoriale né patriottico o simili. Le cose scoperte dalla Commissione Nye sono state il motivo che ha spinto il mondo politico e l’opinione pubblica statunitense alla neutralità nei primi tempi della Seconda Guerra Mondiale.

La Commissione venne istituita perché nel decennio 1920-1930 una marea di libri e articoli di giornale avevano accusato i produttori di armi e munizioni di avere ingannato il Paese sui veri motivi dell’entrata in guerra. Tra i più decisi accusatori c’era il generale dei Marines Smedley Butler che nel ’35 arrivò a scrivere un libro pesantemente accusatorio fin dal titolo: La guerra è una mafia. Nel corso delle 93 udienze con oltre 200 testimoni venne appurato che le industrie delle armi e delle munizioni avevano realizzato profitti spropositati vendendo al governo le loro merci a caro prezzo. Venne anche appurato che le grandi banche per proteggere i loro prestiti ai Paesi belligeranti avevano esercitato forti pressioni sul presidente Thomas Woodrow Wilson perché entrasse in guerra. Tali banche avevano infatti concesso enormi prestiti ai Paesi che la guerra la stavano perdendo.

La Commissione Nye venne infine bloccata e sciolta dallo stesso Senato per impedirle di rendere noti i nomi delle industrie dei “mercanti di morte” e delle banche, vere cause della guerra. E per nascondere il fatto che il presidente Wilson aveva a lungo mentito al suo popolo sia sul perché dell’entrata in guerra, presentata con l’eterna retorica della lotta tra il bene (la democrazia) e il male (l’autocrazia), sia sul fatto che non sapeva nulla della diplomazia segreta dei Paesi della Triplice Intesa (Russia, Francia e Inghilterra), mentre invece ne era a perfetta conoscenza.

Il copione delle azioni, degli interessi e delle tresche del Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato, e annessi effetti tragici, ricordato sul Nyt sembra identico a quello appurato dalla Commissione Nye. Con una differenza: per impedire alla Commissione di rivelare la verità hanno dovuto scioglierla, nel caso recente basta l’impressionante omertà generale.

Li selezionano sfigati per poi incastrarli con le amanti attratte dal loro fascino "irresistibile", oppure è solo una co...
09/08/2026

Li selezionano sfigati per poi incastrarli con le amanti attratte dal loro fascino "irresistibile", oppure è solo una coincidenza?

Dagli influencer pagati alle campagne mirate sui chatbot di intelligenza artificiale, fino ai tentativi di orientare il ...
09/08/2026

Dagli influencer pagati alle campagne mirate sui chatbot di intelligenza artificiale, fino ai tentativi di orientare il dibattito statunitense: abbiamo intervistatoNick Cleveland-Stout, research associate del Quincy Institute for Responsible Statecraft e autore del rapporto The Eighth Front: Inside Israel’s $1 Billion Influence Camping. Pubblicato a luglio 2026, il documento ricostruisce la massiccia offensiva di diplomazia pubblica messa in campo da Israele dopo il 7 ottobre 2023, per un valore complessivo superiore al miliardo di dollari.

Segue...

https://it.insideover.com/media-e-potere/lottavo-fronte-la-propaganda-di-israele-negli-usa-intervista-a-cleveland-stout-del-quincy-institute.html

Sono seduti per terra con le mani legate, gli occhi bendati. Accanto a loro un soldato israeliano fa il segno della vitt...
09/08/2026

Sono seduti per terra con le mani legate, gli occhi bendati. Accanto a loro un soldato israeliano fa il segno della vittoria con le dita.

Nadi Maarouf (63) e Ali Maarouf (60) sono due anziani palestinesi di Gaza. Questa è la loro ultima foto prima di essere giustiziati. Forse dallo stesso soldato ragazzino che fa il segno di vittoria nella foto.

Siamo a Gaza, nel novembre 2024.

L’immagine è stata pubblicata solo ora dal giornalista investigativo palestinese Younis Tirawi.

A ottobre 2025 lo stesso giornalista aveva pubblicato la foto dei due anziani in mutande mentre conducevano soldati israeliani tra le macerie di un edificio a Gaza. Nel post Tirawi spiegava che i due uomini erano stati rapiti dalle truppe israeliane del 92° battaglione della brigata Kfir che li avevano usati come scudi umani per giorni prima di ucciderli.

Ondata di caldo record, perché Luca Mercalli consiglia di "non andare al mare d'estate": la spiegazioneIl consiglio di L...
09/08/2026

Ondata di caldo record, perché Luca Mercalli consiglia di "non andare al mare d'estate": la spiegazione
Il consiglio di Luca Mercalli, famoso climatologo, è quello di non andare al mare d'estate per evitare il caldo estremo.

"La spiegazione".

Due, perfino tre neonati costretti a condividere la stessa incubatrice. È una delle immagini che emerge dall'ultimo alla...
09/08/2026

Due, perfino tre neonati costretti a condividere la stessa incubatrice. È una delle immagini che emerge dall'ultimo allarme lanciato dall'Unicef sulla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza dove, nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore nell'ottobre 2025, i bambini continuano a morire.

Secondo l'agenzia delle Nazioni Unite, dall'annuncio della tregua sono stati uccisi quasi 300 bambini, una media di circa uno al giorno. Un bilancio che, sottolinea l'organizzazione, dimostra come il peso del conflitto continui a ricadere sui più piccoli anche in una fase che avrebbe dovuto segnare la fine dei combattimenti.

"Un cessate il fuoco che provoca la morte di una media di un bambino al giorno è un fallimento per i bambini", afferma Edouard Beigbeder, direttore regionale dell'Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa. Oltre alle vittime, sono centinaia i minori rimasti feriti, molti dei quali in modo grave, mentre migliaia di famiglie continuano a vivere in condizioni estremamente precarie.

08/08/2026

In Cina hanno pochi dubbi: quello che è successo nell’exclave sp****la in Marocco sarebbe da attribuire a un colpevole ben preciso: Israele.

Diversi circoli accademici e di intelligence cinesi ipotizzano che gli eventi di Ceuta coinciderebbero con un’operazione di Hybrid Warfare volta ad aumentare la pressione sul governo Sanchez.

Stando a questa interpretazione, la manovra avrebbe coinvolto il Mossad, il servizio di intelligence israeliano, interessato a promuovere una campagna di destabilizzazione contro la Spagna.

Si noto bene: il governo cinese non ha alcuna intenzione di accusare ufficialmente Israele tanto che le accuse provengono da esperti o analisti, non da ministri o portavoce ministeriali.

L’aspetto più curioso dell’intera vicenda è perché che la Cina ha fatto trapelare l’indiscrezione della regia israeliana dietro la crisi di Ceuta.

Tra Cina e Spagna si sta consolidando un eccellente rapporto bilaterale: Sanchez ha effettuato quattro visite in terra cinese negli ultimi quattro anni, più di ogni altri leader europeo. Madrid si sta trasformando nella porta d’ingresso prediletta del Dragone per l’Europa.

Al momento non esistono prove certe che colleghino i fatti di Ceuta al Mossad o ad altre agenzie straniere.

Ma una cosa è certa, la news messa in circolazione da informatori cinesi – vera o falsa che sia – risponde a un duplice scopo: da un lato offrire un assist al governo Sanchez per alleviare le pressioni che gravano sulle spalle di Madrid, dall’altro far capire che Pechino ha tutto l’interesse di mantenere il Nord Africa il più stabile possibile.

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