Giorgio Bianchi

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Giorgio Bianchi Documentary photographer - Director - Filmmaker - Writer

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J.D. Vance (che è una sorta di rappresentazione organica del nulla assoluto, piazzato lì dall'ennesimo miliardario megal...
04/11/2026

J.D. Vance (che è una sorta di rappresentazione organica del nulla assoluto, piazzato lì dall'ennesimo miliardario megalomane a stelle e strisce, Peter Thiel con le sue malsane tesi su anticristo e governo mondiale dell'IA) aveva chiesto agli americani di votare repubblicano per poter proseguire con le "wonderful things" fatte finora.
Le "cose meravigliose":
• 6 Paesi bombardati (Venezuela, Nigeria, Yemen, Siria, Iraq, Iran);
• rapimento di un capo di Stato sulla base di accuse ridicole;
• nessuna soluzione del conflitto ucraino (come promesso in campagna elettorale);
• insabbiamento degli Epstein files (dove i vari Trump, Bannon e compagnia cantante vengono citati migliaia di volte e non esattamente per "cose meravigliose");
• una guerra letteralmente inutile all'Iran (come l'ha definita pure Mearsheimer) ed il rischio (ancora in piedi) di una crisi energetica globale;
• oltre 20 miliardi di dollari ad Israele per portare avanti genocidio palestinese e pulizia etnica in Libano;
• crisi umanitaria a Cuba;
• gasolio a quasi 10 dollari il gallone;
• cittadini americani sparati in faccia in strada da milizie paramilitari.

Daniele Perra

Le elezioni di Midterm, per quanto i risultati non siano ancora definitivi, profilano letteralmente un tracollo dei repu...
04/11/2026

Le elezioni di Midterm, per quanto i risultati non siano ancora definitivi, profilano letteralmente un tracollo dei repubblicani, e dunque un giudizio devastante rispetto all’amministrazione Trump. È interessante confrontarli con i risultati delle elezioni israeliane di qualche giorno fa, dove il Likud di Netanyahu ha perso qualche posizione, ma è rimasto saldamente il primo partito. Questo confronto chiarisce due cose.
La prima è il funzionamento (prevalente) delle due basi elettorali. Negli americani l’indignazione pubblica scatta quando gli toccano il portafoglio. Non sapendo assolutamente nulla di tutto ciò che accade al di fuori dei propri confini, utilizzano come termometro delle sorti del mondo il costo del proprio pieno. Questo li rende cinici, ma comunque almeno in parte legati ad un principio di realtà: quando qualcuno come Trump sbaglia tutto, ma proprio tutto, senza resti, politicamente, moralmente, economicamente, prima o poi traggono le conseguenze.
Non così la base elettorale israeliana, che presenta ciò che Kierkegaard chiamerebbe un’ostinazione demoniaca: “la mia volontà è la sola cosa che meriti considerazione, perché è mia, e se anche mi dovesse portare all’inferno, tanto peggio per l'inferno”.
Questo confronto tra retroterra Usa e Israeliano chiarisce anche, io credo, quale dei due membri dell’allegro duo di devastatori del pianeta sia di gran lunga più pericoloso e inemendabile. Gli USA sono un gigante cinico, ma sostanzialmente scemo, che rompe qualcosa ogni volta che si gira e poi si stupisce perché il mondo non li ama. Israele è una piovra che manipola governi ovunque nel mondo, a partire da quelli americani, e possiede solo obiettivi autoreferenziali, rigorosamente suprematisti, per i quali è disposto a sacrificare letteralmente qualunque forma vivente al di fuori dei propri confini (ed anche entro i proprio confini, se non sono sionisti).
Se ne fotte di essere amato. Vuole solo essere obbedito e temuto.

Andrea Zhok

La villa degli orrori di Kiev: “L’Azov tortura i disertori”di Marco Pasciuti - Il Fatto QuotidianoTumulti in un sobborgo...
04/11/2026

La villa degli orrori di Kiev: “L’Azov tortura i disertori”
di Marco Pasciuti - Il Fatto Quotidiano
Tumulti in un sobborgo a ovest della Capitale per “salvare” soldati agli arresti

Pietre contro gli agenti in tenuta anti-sommossa, auto della polizia vandalizzate, un bus militare assediato. La sera del 2 novembre la strada antistante a una villa di Petropavlivska Borshchagovka, sobborgo alle porte di Kiev, è stata teatro di guerriglia urbana. All’origine della rabbia, voci incontrollate su soldati ucraini torturati, forse perché disertori. Fatti sui quali ora le autorità ucraine hanno promesso di fare luce. Tutto è cominciato con alcuni messaggi circolati sui social. Diversi militari, dicono i post, sono tenuti segregati nel seminterrato di un’abitazione privata e sono sottoposti a torture. Circola un video in cui una donna paramedico afferma che tra i prigionieri ci sono “persone picchiate, con fratture alla colonna vertebrale e necrosi”. Nella casa, si dice, ci sarebbe anche un morto. Una folla si raduna davanti all’edificio, alcuni giovani cercano di sfondare il cancello.

La prima forza dell’ordine ad arrivare è la polizia, “chiamata dal personale di un’ambulanza privata”, farà sapere lo stesso organo in un comunicato. Gli agenti accertano “che i fatti si stavano svolgendo nei pressi di una casa privata, dove si trovavano i militari della Guardia nazionale”.

Ormai la strada è piena di gente, ci sono molti giornalisti. Un cronista di Suspilne parla con la donna del video. Dice di chiamarsi “Valentyna”, di essere la proprietaria della clinica privata Med-Prestige, racconta che un uomo sottoposto a un intervento chirurgico a inizio settembre si trova nell’edificio da 37 giorni insieme a quattro persone ferite e aggiunge che l’ambulanza era stata chiamata dai familiari di uno dei prigionieri. La polizia regionale riferisce però a Slidstvo.Info di essere stata avvertita da una donna che si era presentata come medico. I cronisti la identificano in Valentyna Moloda, titolare di una clinica di chirurgia estetica chiusa dal 2023, scoprono che l’“ambulanza privata” arrivata sul posto non è in servizio dal 2023 e che il titolare della clinica l’aveva venduta nel 2024.

Tre fatti sono certi. Il primo è che la casa è usata come “campo militare temporaneo” dalla Guardia nazionale. Nello specifico dall’Unità militare 3121, reparto d’assalto del 1° Corpo d’armata Azov, nato nel 2014 come “Battaglione Azov”, posto sotto il controllo del ministero dell’Interno nel 2015 e trasformato in Corpo d’armata nel 2025. Il secondo: nell’abitazione c’erano “militari fermati dopo essersi allontanati arbitrariamente dal reparto, in attesa della riassegnazione ad altre unità”, conferma su Telegram la stessa Azov. Il terzo: nella casa ci sono dei feriti: “Quattro dei militari trattenuti presentavano delle lesioni e sono stati portati in ospedale”. Per il Difensore civico militare Olga Reshetylova, l’edificio ospitava militari che avevano combattuto nelle battaglie di Mariupol e Azovstal.

Il ministro degli Interni Ivan Vyhivskyi ha ordinato l’apertura di un’inchiesta, si dovrà capire cosa ha scatenato la rabbia degli abitanti, talmente furiosi che a tentare di calmarli in serata è arrivato Kyrylo Budanov. Il capo dell’Ufficio di Volodymyr Zelensky ha accompagnato alcuni manifestanti nell’edificio e ha poi cercato di sbloccare lo stallo, invitando la folla a lasciar partire un autobus sul quale nel frattempo erano stati fatti salire i militari evacuati dalla villa. Il caos non si placa: dal cortile viene fatto uscire un 14enne che racconta di essere stato picchiato. Poco prima, mostrano alcuni video, il giovane aveva scavalcato la recinzione, lanciato mattoni e minacciato gli agenti. La guerriglia dura ore: Budanov va via intorno alle 23, non prima di aver spiegato che nella villa c’erano 14 persone, che “di strutture simili ce ne sono molte”, che “si dovrà fare chiarezza su cosa avviene al loro interno”. La folla si disperde solo a mezzanotte.

Ieri, in un primo post su Telegram, Budanov ha parlato di eventi “inammissibili per lo Stato, che “danneggiano l’unità degli ucraini, specie dinanzi alla minaccia rappresentata dalla Russia”. “È già noto con certezza che non sono avvenuti senza influenze esterne”, aggiunge dopo poche ore. L’indagine è in corso. Valentyna Moloda è stata arrestata. Il Servizio di sicurezza (Sbu) ha identificato circa 100 persone: gli organizzatori “hanno pianificato l’evento con un unico obiettivo – ha spiegato il vice capo, Ivan Rudnytsky –: rapire un membro della Guardia nazionale”.

Trump deve dire se vuole la guerra all'Iran: il resto sono chiacchiereCon la conquista del Senato i democratici si assic...
04/11/2026

Trump deve dire se vuole la guerra all'Iran: il resto sono chiacchiere

Con la conquista del Senato i democratici si assicurano una piattaforma per contrastare Trump, scrive il New York Times, prefigurando scontri con la Casa Bianca su questioni di spesa e guerra all'Iran. Lui userà i poteri di veto e gli ordini esecutivi, intanto ha ribadito che "rifarebbe la guerra all'Iran", ovvero un disastro per gli Usa e il mondo: conferma i suoi errori e di essere manipolato da Israele e Netanyahu. Con un risvolto inatteso: ha affermato che gli Usa attualmente forniscono a Israele 4 miliardi di dollari all'anno e che i due Paesi hanno concordato di porre fine agli aiuti. Ma adesso si viene al punto: o fa un accordo con Teheran o continua la guerra. Lo stallo attuale non è un'opzione a meno che non conceda all'Iran il controllo di Hormuz e una leva enorme del mercato mondiale di energia. Il resto sono chiacchiere.

Alberto Negri

In un'intervista a Fox la mattina del voto, il presidente ha detto di aver concordato con Netanyahu l'interruzione dei fondi a fine anno e ha citato il candidato dem al Senato El-Sayed. Non è chiaro quali fondi siano coinvolti: il memorandum con Israele vale 3,8 miliardi l'anno e scade nel 2028.

Così Laura Loomer, nota influencer conservatrice di famiglia ebraica, su X: “È giunto il momento che il presidente Trump affronti l'Iran una volta per tutte. Lo faccia e basta.
Ormai non c'è più nulla da perdere.
Porti a termine il lavoro".

Finalmente un ministro che ha letto il mio libro (o almeno, è come se l’avesse fatto).Il Ministro della Difesa, Guido Cr...
03/11/2026

Finalmente un ministro che ha letto il mio libro (o almeno, è come se l’avesse fatto).

Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto ha spiegato che gli scontri di Milano sono «il punto di arrivo» di una guerra ibrida combattuta con TikTok, YouTube e i social. Secondo lui, attraverso le piattaforme digitali qualcuno conosce e influenza i nostri ragazzi meglio delle loro famiglie, e l’intelligenza artificiale ha reso tutto questo ancora più efficace. Il risultato sarebbe una «controeducazione» che riguarda i giovani italiani in generale, non solo quelli di seconda generazione.

Signor Ministro, sottoscrivo ogni parola. È la tesi di fondo de La società dei Golden Retriever.

Mi permetto solo di correggere il termine. Più che “controeducazione”, io parlerei di addestramento. Le piattaforme social non sono un incidente della modernità. Sono nate esattamente per questo: raccogliere dati, conoscerci meglio di quanto ci conosciamo noi stessi, e insegnarci a correre avanti e indietro appresso al bastone.

Chi detiene il potere ha fatto con noi, quello che l'ingegneria zootecnica ha fatto con i cani da riporto: ci ha programmati per giocare tutta la vita, per rincorrere uno "straccio", senza un vero scopo costruttivo. Ma soprattutto, per compiacere il padrone.

Resta però una domanda, che nessuno in sala ha pensato di farle. Tra gli strumenti di questa guerra lei ha citato YouTube. YouTube appartiene a Google, e Google ha sede in California. Instagram e Facebook stanno a Menlo Park. Lei sa meglio di me in quale Paese si trovano Menlo Park e la California.

E allora: chi sta addestrando chi?

La società dei Golden Retriever è un viaggio nella guerra cognitiva. Parte dai Padroni, li indica, per poi passare ai loro addestratori, Edward Bernays sopra tutti. Analizza i metodi della propaganda classica, passa per il cinema come fabbrica di immaginario, per poi approdare ai metodi digitali. Ricostruisce passo dopo passo l'origine militare delle piattaforme social, e arriva all’intelligenza artificiale e alle smart city come “società-fattoria”.

Lo trovate in tutte le librerie d’Italia. E, se proprio non potete fare altrimenti, anche online.

03/11/2026

OMBRE SU AZOV

I fatti in Ucraina che hanno fatto prima il giro di Telegram e TikTok ora sono un caso nazionale nel Paese. Una dottoressa implora di prestare servizio medico dentro quel palazzo in cui la gente sembra sparire.
Sul finale del video avanziamo un'ipotesi non proprio peregrina.

In Polonia il Tribunale Costituzionale è l'ultimo vero ostacolo. Bruxelles e i suoi partner locali sono determinati a ri...
03/11/2026

In Polonia il Tribunale Costituzionale è l'ultimo vero ostacolo. Bruxelles e i suoi partner locali sono determinati a rimuoverlo. Quello che si sta consumando in Polonia non è un dibattito tecnico sul "ripristino dello Stato di diritto". È il tentativo sistematico da parte del governo Tusk, supportato dalla Commissione Europea e da una rete di ONG lautamente finanziate, di neutralizzare l'unica istituzione che ha ripetutamente sbarrato la strada agli ultimi tasselli del trasferimento di sovranità verso Bruxelles.
Il Tribunale Costituzionale, con tutti i suoi limiti, deteneva il potere formale di dichiarare incompatibili con la Costituzione polacca le misure di derivazione UE o le interpretazioni ad hoc dei "valori europei". Che cosa potrebbe succedere?
La Fondazione Stefan Batory, un'organizzazione legata alla rete Open Society di Soros e finanziata dalla Commissione Europea, aveva tracciato il percorso con vari scenari. Se lo scenario di una transformazione attraverso la sostituzione graduale dei giudici non dava l'esito sperato o risultava troppo lenta, il secondo scenario, quello a cui assistiamo, prevedeva uno scontro aperto. Dal momento che anche questo scenario incontra degli ostacoli, il terzo passaggio da loro proposto riguarda un "reset" (usano questo termine!) costituzionale. Modificare la Costituzione stessa, mandare in pensione con lauti incentivi i giudici non allineati e ridisegnare il sistema di nomina in modo che Sejm, Senato e Presidente si spartiscano la quota dei seggi. L'obiettivo dichiarato è un tribunale selezionato nel quadro politico del 2026-2027, quando la coalizione filo-europeista detiene ancora l'iniziativa.
Prima si dichiara illegittima l'istituzione esistente, poi si presentano proposte redatte da "esperti", in modo da far apparire una riprogettazione radicale come l'unica opzione responsabile. Infine, si blindano le nuove disposizioni nel testo costituzionale, così che una futura maggioranza sovranista non possa facilmente ribaltarle. Lo stesso copione è già stato utilizzato contro la magistratura, i media pubblici e la procura generale.
Il reset costituzionale auspicato dalla Fondazione Batory viene ora caldeggiato dai poteri "forti" europeisti come una "soluzione moderata", invoca lo Stato di diritto e chiama la "società civile" a redigere le nuove regole, assicurandosi però che l'esito finale sia perfettamente allineato alle aspettative di Bruxelles e delle fondazioni che da anni stanno preparando il terreno.

Coloro che credono ancora che le Costituzioni nazionali debbano prevalere sul diritto UE stanno assistendo in tempo reale alla messa in scena di questi copioni. L'unica domanda che resta è se a Varsavia ci sia ancora la volontà politica sufficiente per rifiutare questo «reset costituzionale». Poiché la via formale è bloccata dalla mancanza di una maggioranza qualificata, lo scontro sul Tribunale Costituzionale continuerà probabilmente a essere combattuto attraverso pressioni extra-costituzionali, braccio di ferro istituzionale e scontri fino alle prossime elezioni.

Laura Ruggeri

“I leader che paragonano Putin a Hi**er mancano di un fondamentale di diplomazia”.Marco Carnelos ex diplomatico, ha fatt...
03/11/2026

“I leader che paragonano Putin a Hi**er mancano di un fondamentale di diplomazia”.

Marco Carnelos ex diplomatico, ha fatto parte dello staff di politica estera di tre presidenti del Consiglio e

Georgie, W***y e Nicky: i nomignoli con cui George V, Guglielmo II e Nicola II si scrivevano nei giorni che precedettero la Prima guerra mondiale. Cugini, legati da una parentela comune con la regina Vittoria, e a capo di tre potenze che nell’estate del 1914 finirono su fronti contrapposti. È il precedente a cui storici come Christopher Clark, con I sonnambuli, hanno dedicato pagine fondamentali per ricostruire le dinamiche che portarono all’esplosione del conflitto.

Oggiorno dinamiche analoghe, riaffiorano progressivamente.

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La sera del 2 novembre sull’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, le esplosioni arrivano una dopo l’altra. A...
03/11/2026

La sera del 2 novembre sull’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, le esplosioni arrivano una dopo l’altra. Alcuni testimoni raccontano di aver visto passare due aerei, riferisce Al Jazeera citando l’agenzia di Stato iraniana IRNA.

A colpire sono gli Stati Uniti, scrive il Wall Street Journal.

Secondo i funzionari americani citati dal quotidiano, Qeshm è l’ultimo di una serie di attacchi limitati che gli Stati Uniti conducono da settimane contro l’Iran senza annunciarli.

Sono attacchi difensivi, secondo i funzionari USA e servono a impedire all’Iran di colpire le navi commerciali nello Stretto. Uno di loro spiega che Washington ha tenuto nascosta la campagna per non far pensare a un ritorno alla guerra.

Lo stesso giorno, alla vigilia delle elezioni di metà mandato negli USA, Trump dice ai giornalisti: “Non combattiamo da mesi”. E su Truth scrive: “I prezzi del petrolio crollano, giù di quasi 10 dollari al barile, un record, perché la gente sente che non ci sarà una guerra con l’Iran. L’Iran vuole un accordo il prima possibile. Potrebbe succedere!”. A chi gli chiede se pensa di attaccare l’Iran dopo il voto risponde “no”.

Per il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei, se gli Stati Uniti tolgono il blocco navale ai porti iraniani e fermano le ostilità, l’Iran riapre lo Stretto in due giorni. “La palla è nel campo degli Stati Uniti”, dice.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu vuole invece tornare a bombardare l’Iran, e preme per una nuova ondata di attacchi appena finito il voto americano.

Per il giornalista conservatore americano Tucker Carlson, Netanyahu chiede a Trump anche un attacco nucleare. “Bibi lo chiama ogni giorno”, gli racconta una fonte anonima. Carlson lo scrive su X il 2 novembre e spiega il motivo: dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre Netanyahu non ha i numeri per formare un governo.

“Netanyahu è con le spalle al muro e disperato. Deve restare vicino a Trump. Ha bisogno di questa guerra”, scrive Carlson.



Da InsideOver

03/11/2026

Lucio Caracciolo: l'inglese è la lingua delle menzogne.

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