Rosario Curia - Photography

Rosario Curia - Photography Fotografia professionale di cerimonia, book, still life, architettura. Attivo su Roma ma disponibile a spostarmi ovunque!

12/08/2026

Se ne riparla la prossima volta 🥲.

10/08/2026

Lanciata nel 1975, l'Olympus OM-2 è una reflex analogica ultracompatta che racchiudeva una tecnologia straordinaria, capace di offrire una funzione che persino le fotocamere digitali di oggi non replicano. In una reflex tradizionale, la luce viene riflessa dal pentaprisma verso l'esposimetro prima dello scatto ma non appena lo specchio si solleva diventa completamente "cieco" e la macchina scatta basandosi sui dati calcolati un istante prima.
L'Olympus OM-2 risolse il problema affiancando al classico esposimetro superiore due sensori secondari posizionati sotto lo specchio in grado di leggere la luce proiettata sulla tendina dell'otturatore e sulla pellicola stessa durante la fase di scatto:
Questo sistema (denominato OTF, Off-The-Film) permetteva alla fotocamera di reagire istantaneamente ai cambi di luminosità durante la ripresa. Se durante una lunga esposizione la luce aumentava all'improvviso, l'otturatore si chiudeva immediatamente per evitare di sovraesporre l'immagine.
Al contrario, se la luminosità calava, la macchina prolungava il tempo di scatto per salvare il fotogramma.
La medesima tecnologia consentiva un controllo automatico del flash senza bisogno di pre-lampi digitali o complessi protocolli TTL, interrompendo la parabola della torcia nell'esatto momento in cui la pellicola riceveva la corretta quantità di luce.
Un'innovazione pazzesca per il 1975 e una soluzione d'ingegneria ottico-meccanica brillante. Se vi capita di trovarne un esemplare ben conservato in qualche mercatino dell'usato, è un pezzo di storia della fotografia che merita assolutamente un posto in collezione.
Conoscevate la tecnologia OTF dell'Olympus OM-2 o avete mai provato una reflex con questo sistema di lettura in tempo reale? Ditemi la vostra nei commenti.

03/08/2026

Oggi il mercato fotografico sembra diviso principalmente tra Full Frame e APS-C, ma per un po' di tempo è esistito un formato intermedio che ha segnato un'epoca: il sensore APS-H, caratterizzato da un fattore di crop pari a 1.3x.

Nei primi anni 2000, produrre un sensore Full Frame delle dimensioni della pellicola 35mm era un'operazione estremamente complessa e dai costi proibitivi. I sensori APS-C erano sì economici, ma penalizzavano la resa ad alti ISO e la gamma dinamica. Canon trovò il punto d'incontro ideale sviluppando la linea APS-H per le sue ammiraglie professionali.

Il formato APS-H garantiva una superficie sufficiente per contenere il rumore ad alti ISO e restituire una grande qualità d'immagine, ma al contempo generava file abbastanza leggeri da essere processati a velocità fino ad allora impensabili:

Ad esempio la Canon 1D Mark II del 2004 che ho provato recentemente riusciva a scattare a ben 8,5 fotogrammi al secondo gestendo file da 8,2 Megapixel, numeri fantascientifici per il Full Frame dell'epoca.

Ll rovescio della medaglia era l'assenza di lenti dedicate. Montando ottiche Full Frame, il crop 1.3x riduceva l'angolo di campo, penalizzando la natura dei grandangolari spinti ma era comunque apprezzato per chi faceva fotogiornalismo.

Questo sensore ha rappresentato lo standard tecnologico d'eccellenza che ha permesso a Canon di dominare per oltre un decennio nella fotografia sportiva e nel fotogiornalismo.

Conoscevate l'esistenza del formato APS-H o avete mai avuto l'occasione di scattare con una reflex della serie 1D? Ditemi la vostra nei commenti.

Spirit of Ecstasy: a benchmark, defined in monochrome.🌐My page is mainly dedicated to portrait photography, but anyone w...
30/07/2026

Spirit of Ecstasy: a benchmark, defined in monochrome.

🌐My page is mainly dedicated to portrait photography, but anyone who really knows me is well aware of just how passionate I am about cars.
So, as soon as I saw this vintage Rolls-Royce, chosen by a couple for their wedding, I couldn’t help but set aside a bit of time to take a few photos with the Viltrox 35 mm 1.8 EVO a lens that’s proving more and more satisfying to use.

🇮🇹La mia pagina è principalmente dedicata al ritratto ma chi mi conosce davvero ha presente la mia passione per le auto.
Dunque appena ho visto questa Rolls-Royce d'epoca, auto scelta da una coppia per il loro matrimonio, non ho potuto fare a meno di dedicare un po' di spazio a lei per qualche scatto con il Viltrox 35mm 1.8 EVO, obiettivo che mi sta dando sempre più soddisfazioni.

27/07/2026

Se guardando l'ultimo film di Nolan avete notato inquadrature leggermente morbide o con un fuoco non impeccabile, non si tratta affatto di una svista, ma delle sfide estreme che comporta girare in IMAX 70mm. Un fotogramma di pellicola così imponente regala una resa estetica pazzesca, ma riduce la profondità di campo a livelli quasi millimetrici, specie nei primi piani dove spesso soltanto l'occhio dell'attore riesce a rimanere nitido.
Nel cinema ad altissimi livelli l'autofocus non esiste: la gestione del piano di nitidezza è affidata interamente al lavoro manuale del fuochista. Quando il soggetto e la macchina da presa si muovono contemporaneamente, mantenere il fuoco perfetto diventa un'impresa fisica difficilissima.
A rendere il quadro ancora più complesso c'è la scelta delle ottiche, tra cui set dedicati di Panavision Sphero 65 con apertura T/2 (approssimabile a un f/1.8 fotografico). Per fare un confronto pratico con il mondo Full Frame:
Un 100mm T/2 utilizzato su un fotogramma IMAX 70mm produce uno sfocato e una profondità di campo paragonabili a un 50mm f/0.9 su Full Frame.
Con una lama di nitidezza così sottile, basta che l'attore oscilli di pochi centimetri per far scivolare il fuoco fuori dalla zona d'interesse.
Di fronte a una piccola imprecisione tecnica, la regia sceglie quasi sempre di privilegiare la recitazione dell'attore e l'impatto emotivo della scena piuttosto che ripetere il ciak. È anche questo il grande fascino della pellicola: accettare una leggera imperfezione pur di conservare un'interpretazione magistrale.

24/07/2026

Trovare un pulsante con l'icona del microfono sul retro di una reflex di oltre vent'anni fa, del tutto priva della funzione di registrazione video, può sembrare una contraddizione bizzarra. In realtà non si tratta affatto di un errore di progettazione, ma di una funzione fondamentale pensata per il fotogiornalismo e la fotografia sportiva d'alto livello.

Guardando l'ultimo scatto a display e tenendo premuto quel pulsante, la fotocamera permette di registrare una breve nota vocale associata direttamente al file dell'immagine.

In un contesto di gara o durante un evento di cronaca, questa funzione permetteva di:

Registrare al volo nomi di atleti, dettagli dell'evento o informazioni essenziali per la didascalia. ed evitare di fermarsi per prendere appunti a mano su un taccuino.

Nonostante i progressi tecnologici, questa opzione continua a essere presente sulle ammiraglie professionali moderne. È un dettaglio che rivela la vera natura di questi corpi macchina: strumenti da lavoro puro, progettati per ritmi serrati e per non farti sprecare nemmeno un secondo.

Eravate a conoscenza di questa funzione o l'avete mai utilizzata per catalogare i vostri scatti? Fatemelo sapere nei commenti.

22/07/2026

Se acquisti un 15mm progettato esclusivamente per fotocamere APS-C, devi comunque moltiplicare per 1.5x per ottenere i 22.5mm equivalenti del Full Frame. Viene spontaneo chiedersi: perché i produttori non scrivono direttamente sulla scatola e sulla lente la focale equivalente, risparmiando questo calcolo ai neofiti?

La risposta risiede nella fisica ottica: la lunghezza focale è una proprietà intrinseca dell'obiettivo (la distanza fisica tra il centro ottico della lente e il sensore quando si focheggia all'infinito). Un 15mm resta un 15mm a prescindere dal corpo macchina su cui viene montato. A variare in base alla dimensione del sensore è soltanto l'angolo di campo inquadrato.

Certamente le lenti APS-C proiettano un cerchio d'immagine più piccolo permettendo di progettare ottiche più compatte, leggere ed economiche, ma il valore nominale in millimetri della lente non cambia.

Indicare le focali equivalenti sulle confezioni generebbe una confusione totale. Un ipotetico obiettivo da 30mm dovrebbe essere venduto come:

45mm per la versione Sony o Fujifilm (crop 1.5x)

48mm per la versione Canon (crop 1.6x)

60mm per la versione Micro Quattro Terzi (crop 2.0x)

Sarebbe un incubo orientarsi tra i vari attacchi per capire quali siano le reali specifiche della lente.

Il fattore di crop è un parametro utile solo quando serve confrontare lenti tra sistemi e formati diversi. Se il Full Frame non esistesse come termine di paragone storico, non ci porremmo nemmeno il problema e considereremmo semplicemente il 23mm come la focale standard del nostro sistema.

Vi capita ancora di dover convertire mentalmente ogni focale in equivalente Full Frame prima di scegliere un'ottica? Parliamone nei commenti.

An Ode to Yesteryear. In a world of fleeting trends, finding a moment of genuine, timeless style is rare. Capturing a qu...
17/07/2026

An Ode to Yesteryear. 

In a world of fleeting trends, finding a moment of genuine, timeless style is rare. Capturing a quiet, understated elegance on these ornate stairs. 
The textured linen suit and the classic woven loafers speak of a forgotten style. A vintage rangefinder Canon reminds us to slow down and truly see.
This isn't about looking back; it’s about carrying forward what matters. Elegant. Real. Vintage.


15/07/2026

Ogni volta che esce un film di Christopher Nolan aumentano le leggende sulla risoluzione inarrivabile della pellicola IMAX 70mm. Con il recente caso di The Odyssey si leggono online cifre da capogiro: 18K, 20K, persino oltre 250 megapixel. Ma le cose non stanno proprio così.
In ambito analogico non è tecnicamente corretto parlare di risoluzione, bensì di risolvenza (misurata in coppie di linee per millimetro), un parametro fortemente influenzato dalla qualità ottica delle lenti e dalla sensibilità chimica della pellicola (più salgono gli ASA, più aumenta la grana e si perde dettaglio). Per quantificare il tutto in pixel, la Arri ha condotto dei test scansionando un negativo Super 35 a bassissima sensibilità (Kodak 50 ASA), stabilendo che la sua risoluzione reale equivale a circa un 4K.
Rapportando geometricamente questo dato alla superficie mastodontica di un frame IMAX 70mm, si ottiene un valore teorico massimo di circa 11K. Siamo già lontanissimi dai 18K pubblicizzati, ma la realtà sul campo scende ancora. Per film di questo tipo, la post-produzione viene gestita interamente in analogico: il montaggio del negativo avviene tagliando la pellicola a mano e la correzione colore è chimica. Ogni singolo passaggio di duplicazione per stampare le copie positive destinate alle sale degrada inevitabilmente il dettaglio, portando la risoluzione effettiva visibile su schermo a valori molto più realistici, stimabili tra i 6K e gli 8K.
Resta un impatto visivo mostruoso e una texture meravigliosa, ma decisamente lontano dai numeri miracolosi sparati a caso per fare marketing.
Voi siete del team "analogico a tutti i costi" per la pasta dell'immagine o pensate che il digitale abbia ormai eliminato qualsiasi divario? Parliamone nei commenti.

13/07/2026

Quando si guarda attraverso il mirino ottico di una reflex, si osserva la luce che attraversa l'obiettivo, rimbalza su uno specchio inclinato a 45° e viene convogliata verso l'occhio da un pentaprisma. Finché il viso scherma l'oculare, il sistema funziona perfettamente a senso unico. Quando però la fotocamera viene posizionata su un treppiede e ci si allontana, la luce ambientale può compiere il percorso inverso, entrando dal mirino e causando spiacevoli infiltrazioni.

Questo flusso di luce parassita posteriore genera complicazioni concrete durante la sessione di scatto. La prima complicazione riguarda la lettura esposimetrica, poiché la luce che penetra dall'oculare può ingannare i sensori interni e falsare il calcolo dell'esposizione automatica, anche se si tratta di un problema relativo dato che difficilmente si imposta l'inquadratura senza controllare i parametri.

Il pericolo decisamente più insidioso si presenta invece durante le lunghe esposizioni, come nella fotografia paesaggistica notturna o negli startrail. Permettere alla luce esterna di infiltrarsi nel corpo macchina per minuti o ore crea aloni, riflessi fantasma e artefatti cromatici che rischiano di rovinare ore di sessione continua.

Per ovviare a questo inconveniente, i corpi macchina reflex di fascia più alta e professionale integrano una piccola leva meccanica che aziona una vera e propria tendina oscurante interna per bloccare ogni infiltrazione. Per tutti gli altri modelli che non dispongono di questo comando integrato, i produttori includono solitamente nella dotazione un piccolo tappo in plastica o gomma progettato per essere incastrato manualmente sulla slitta dell'oculare prima di avviare la cattura.

Eravate a conoscenza di questo specifico comportamento ottico delle reflex o vi è mai capitato di trovare strani aloni misteriosi dopo uno scatto a lunga esposizione? Vi aspetto nei commenti.

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