Ma che bella città

Ma che bella città Strade, piazze, chiese, centri commerciali, nodi intermodali, aree produttive: spunti per la rappresentazione di una città complessa.
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Cercare di raccontare la città attraverso la fotografia, questo è lo scopo di l

Il cinodromo: dove la  città corre altroveA Roma, ciò che sembra scomparire, non se ne va mai per davvero. E' un po' que...
04/08/2026

Il cinodromo: dove la città corre altrove

A Roma, ciò che sembra scomparire, non se ne va mai per davvero.
E' un po' quello che è successo al Cinodromo.
La sua storia comincia nel 1928, al Flaminio, dentro lo stadio della Rondinella. I levrieri correvano dietro una falsa preda e intorno alla pista correvano gli uomini: le scommesse, il denaro, la mondanità. C’era il popolo e c’era l’aristocrazia, le famiglie borghesi e la malavita. Tutti insieme, per qualche minuto, a puntare sul cane più veloce.
Era un altro tempo. I levrieri erano animali eleganti, di moda tra le signore dell’alta borghesia e dell’aristocrazia romana. Le corse, invece, erano un affare per tutti.
Poi arrivarono le Olimpiadi. Nel 1958 il vecchio cinodromo del Flaminio venne demolito e la pista si spostò dall’altra parte della città, a Ponte Marconi, in via della Vasca Navale.
Lì rimase fino al 2002.
Ancora oggi, passando su viale Marconi, si incontra la grande insegna liberty: Corse dei levrieri. Una scritta che sembra indicare un luogo che non esiste più. E invece esiste ancora.
Dietro l'insegna ci sono la pista, le gradinate, gli spazi delle scommesse, il bar. Ma soprattutto ci sono le tracce di ciò che quel luogo è stato e di ciò che, nel tempo, è diventato.
Nel 2002 le corse finiscono. I 370 levrieri vengono adottati. Il cinodromo avrebbe potuto diventare uno dei tanti spazi vuoti di Roma, uno di quei luoghi che la città lascia lentamente marcire fino a quando qualcuno non decide che è arrivato il momento di costruirci qualcos’altro.
Ma non è andata così. Un gruppo di giovani studenti e lavoratori precari decide di prendersi cura di quello spazio e nasce Acrobax, cambiando la storia, ma senza farla finre per davvero.
La pista dove si scommetteva sui levrieri diventa uno spazio per lo sport e la musica, per la cultura e l'incontro, per il mutualismo e la socialità. Un luogo attraversato da persone diverse, da generazioni diverse. Un luogo che continua a produrre relazioni.
È forse questa la cosa più interessante del Cinodromo.
Che gli spazi possono chiudere, cambiare funzione, perdere la loro destinazione originaria. Ma ciò che li ha generati continua a vivere nelle relazioni, nelle pratiche e nelle comunità che li hanno attraversati.
E qualche volta, dentro le sue stratificazioni, un luogo riesce persino a scommettere di nuovo.
Solo che questa volta la scommessa non è sul cane più veloce, ma su come uno spazio abbandonato possa ancora diventare una comunità.

Quando le parole che feriscono i muriIl muro della stazione della metro B di Santa Maria del Soccorso, con il volto di P...
06/07/2026

Quando le parole che feriscono i muri

Il muro della stazione della metro B di Santa Maria del Soccorso, con il volto di Pasolini, è un punto in cui la memoria smette di essere un anniversario per respirare nella vita quotidiana di un quartiere. Per questo la scritta omofoba comparsa accanto al suo volto non è soltanto un atto di vandalismo.
Leggendo Pasolini. Una vita, anzi due, Ascanio Celestini suggerisce che esistano due Pasolini: quello che ha vissuto, scritto, amato, provocato e pagato fino in fondo il prezzo della propria libertà; e quello nato dopo la sua morte, trasformato in un simbolo che ognuno tenta di piegare al proprio racconto.
Forse quella scritta ci dice proprio questo. Che, a più di cinquant’anni dalla sua scomparsa, Pasolini continua ancora a inquietare. Non perché appartenga al passato, ma perché continua a interrogare il presente. E c’è sempre qualcuno che, invece di confrontarsi con il suo pensiero, preferisce rispondergli con un insulto.
Le fotografie conserveranno anche questa ferita. Non per darle spazio, ma per mostrare le cicatrici che il tempo le lascia addosso, anche se il volto continua a guardarci. Nonostante tutto. Come accade alle immagini che hanno ormai superato il tempo, appartenendo alla coscienza di una città. E Roma, ogni volta che uno di quei muri viene ferito, è chiamata a scegliere se limitarsi a cancellare una scritta oppure tornare a riconoscere sé stessa.

Numeri romani,  ai margini della storia.Ci sono dettagli che Roma decide di mostrarti solo quando l’occhio ci casca sopr...
29/06/2026

Numeri romani, ai margini della storia.

Ci sono dettagli che Roma decide di mostrarti solo quando l’occhio ci casca sopra, perché lo sguardo è stanco di cercare ciò che è straordinario.
Accade quando l’occhio è rapito da quei numeri, dipinti o impressi su una statua, sul bordo di una vasca, accanto a un capitello, sul frammento di un fregio. Sono così discreti da sembrare invisibili. Eppure, nel momento in cui l’occhio si posa su di loro, diventano il centro dell’immagine. Un punctum capace di sottrarre alla vista, per un istante, il monumento e di trasformare un semplice codice in una presenza estetica, fatta di ombre, superfici, materia e colore.
Numeri puntatori, indirizzo e memoria al tempo stesso, misura e mistero; presenze che indicano riferimenti, e segni che ne raccontano il passato.
Quasi nessuno li osserva. L’attenzione corre verso l’opera, mentre quel piccolo segno continua silenziosamente a custodirne l’identità. Dentro una sequenza di lettere e numeri si nasconde il racconto più essenziale: il luogo da cui il reperto proviene, il tempo del suo ritrovamento, la sua unicità. È il linguaggio degli specialisti, ma anche qualcosa di più profondo. È il numero che ritorna alla sua funzione originaria: mettere ordine nel mondo senza pretendere di raccontarlo.
Quei codici non spiegano la storia. Non dicono perché un’opera sia esistita, né quale civiltà l’abbia immaginata. Registrano soltanto ciò che non deve andare perduto. Sono il gesto discreto del conservare, più che dell’archiviare. Perché un reperto non viene mai davvero chiuso dentro un inventario: viene custodito nell’attesa di essere nuovamente scoperto.
Forse è proprio questo a renderli affascinanti. Sono numeri che rivelano e nascondono nello stesso istante. Hanno qualcosa di misterioso, quasi esoterico, perché sembrano appartenere a un alfabeto parallelo che convive con la bellezza senza reclamarne il protagonismo.
E allora capita che la fotografia non insegua più la statua o la colonna, ma quel piccolo segno che vi si appoggia sopra. Come se, per un momento, il dettaglio si emancipasse dall’insieme e acquistasse una propria autonomia. Una metamorfosi dello sguardo che trasforma un codice scientifico in una forma, una forma in un’immagine, e l’immagine in un nuovo racconto.
Perché Roma sa fare anche questo: sa parlare anche attraverso ciò che nessuno nota.

Un trenino, centodieci anni e due promesseCi sono storie che finiscono con una parola che dovrebbe rassicurare e che inv...
22/06/2026

Un trenino, centodieci anni e due promesse

Ci sono storie che finiscono con una parola che dovrebbe rassicurare e che invece lascia addosso un senso di vuoto. Una promessa.
Il trenino giallo ha compiuto centodieci anni e si è fermato così, nel tempo sospeso delle attese romane. Non con un addio, ma con la promessa di ciò che verrà. Una nuova tranvia. Un servizio migliore. Un futuro necessario.
Eppure, mentre il futuro prende forma nei progetti, il presente continua a misurarsi con un’assenza.
Il trenino giallo non era soltanto un mezzo di trasporto. Era un’abitudine collettiva. Un rumore familiare. Una linea di continuità che attraversava la città e la vita delle persone. Era il suono metallico delle ruote che correvano lungo la Casilina, il convoglio che emergeva nel centro della carreggiata come una lama di ferro capace di aprirsi un varco nel disordine delle automobili.
Dentro quei sedili gialli c’era Roma. Tutta.
C’erano gli studenti e gli operai, gli anziani e i bambini, i pendolari e gli ultimi arrivati. C’erano lingue diverse, colori diversi, destini diversi. Un piccolo ecosistema urbano che ogni giorno si ricomponeva lungo lo stesso percorso. Dal Pigneto a Torpignattara, da Centocelle al Casilino, fino a Giardinetti. Quartieri differenti eppure legati da quella sottile spina dorsale di ferro che per oltre un secolo ha accompagnato l’espansione verso est della città.
Quelle rotaie hanno attraversato la Roma della resistenza e del dopoguerra. Hanno visto passare gli anni difficili delle tensioni sociali, le trasformazioni delle periferie, la lenta metamorfosi dei quartieri popolari diventati luoghi della nuova movida. Hanno osservato arrivare il mondo lungo la Casilina, trasformando la città in un mosaico di culture che oggi ne costituisce una delle identità più vive.
Per questo la sua scomparsa assomiglia a uno strappo.
Non soltanto perché viene meno un servizio essenziale per migliaia di persone. Ma perché si interrompe una consuetudine che sembrava appartenere al paesaggio stesso. Come se da un giorno all’altro venisse cancellato un suono che avevamo smesso di ascoltare proprio perché eravamo certi che ci avrebbe accompagnato ancora.
I ricordi affiorano allora come stazioni lungo la linea. Un nonno che accompagna il nipote fino a Termini. Il tragitto quotidiano verso la scuola. I viaggi degli anni Settanta quando la Roma-Fiuggi arrivava molto più lontano. Frammenti di vite che hanno trovato posto tra quelle carrozze e che oggi sembrano chiedere di essere ricordati prima ancora che sostituiti.
La città promette una rinascita. Ed è giusto guardare avanti. Roma ha bisogno del ferro, delle rotaie, di una mobilità moderna capace di ricucire le sue distanze.
Ma ogni promessa, per essere mantenuta, deve prima riconoscere ciò che lascia dietro di sé.
Perché il trenino giallo non trasportava soltanto passeggeri.
Trasportava memoria!

Galleria Esedra: il tempo sotto la cittàRoma è piena di luoghi che sembrano vivere in una collocazione temporale incerta...
19/06/2026

Galleria Esedra: il tempo sotto la città

Roma è piena di luoghi che sembrano vivere in una collocazione temporale incerta. Luoghi che non appartengono del tutto al presente, ma che non possiamo nemmeno considerare consegnati alla memoria. La Galleria Esedra è uno di questi. Ha la capacità di precipitare il visitatore in un passato ancora sorprendentemente vicino, come se il tempo fosse stato compresso e restituito sullo schermo di un vecchio Telefunken in bianco e nero, dove la città continua a scorrere con una nitidezza inattesa.
Attraversarla significa percorrere un passaggio più che uno spazio. Un corridoio del tempo scavato tra diverse età di Roma. Fuori scorrono le automobili di Piazza della Repubblica, si intrecciano i reticoli viari che convergono verso Via Nazionale, si impone la monumentalità delle Terme di Diocleziano. Dentro, invece, emerge una Roma raccolta e appartata, che ritrova se stessa nelle gigantografie dei suoi monumenti, delicatamente incorniciate da un'eleganza déco che sembra appartenere a una stagione della città mai del tutto conclusa.
Le vetrine, le insegne, le prospettive che si rincorrono lungo la curva dell'antica esedra raccontano il modo in cui Roma abita le proprie trasformazioni. Qui nulla viene realmente cancellato. Ciò che è stato viene incorporato, piegato, adattato a una nuova funzione narrativa. La città continua a scrivere il presente utilizzando le parole delle epoche precedenti.
Le fotografie restituiscono questa stratificazione silenziosa. La luce si posa sulle superfici, accompagna le geometrie delle arcate, indugia sulle ombre che seguono il cammino. Ogni immagine suggerisce che Roma non sia fatta soltanto di monumenti celebri e prospettive solenni, ma anche di questi spazi intermedi, dove il tempo rallenta e la città mostra il proprio volto più intimo.
La Galleria Esedra appare allora come una soglia: tra antico e moderno, tra movimento e sosta, tra ciò che corre e ciò che ricorda. Somiglia a un oggetto di modernariato custodito in un vecchio garage, sopravvissuto alle mode e alle trasformazioni, capace proprio per questo di raccontare un'epoca. Un luogo in cui la memoria non assume la forma della nostalgia, ma quella della permanenza.
È una Roma da attraversare lentamente, magari sostando da Dagnino davanti a una cassata siciliana, mentre il rumore della città resta fuori e il tempo sembra seguire un ritmo diverso.
Forse la Galleria Esedra custodisce proprio questo segreto: ricordarci che Roma non si attraversa mai soltanto nello spazio. La si attraversa nel tempo, nella speranza che tutto rimanga com'è anche quando arriva il pericolo dello sfratto imposto dalla modernità.

Indirizzo

Rome

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