14/01/2026
Amici di PMF! Riparte la nostra rubrica e il nostro corrispondente dalla terra d’Albione Vincenzo Aversa ha deciso di regalarvi “A night at the Opera” insieme a Freddie & C. Che altro dire se non buona lettura e… God Save “The Queen”!
PMF MUSIC MASTERPIECES
A Night at the Opera (Queen, 1975 - EMI Records)
Pensate di far parte di una rock band, con quattro dischi alle spalle dopo appena tre anni di attività. Il pubblico comincia ad apprezzare i dischi, lo stile riconoscibile dopo i primi accordi, i testi mai banali. I ciritici si aspettano il salto di qualità, quell’album che potrebbe lanciarvi nell’Olimpo del Rock.
Eppure avete un problema. Nonostante le buone vendite ed il successo iniziale, non avete un penny da parte. A causa di un accordo capestro con la casa discografica che vi ha lanciato e che avete firmato senza pensarci con l’entusiasmo della gioventù, la Trident è tenuta a versarvi solo 60 sterline a settimana, una cifra ridicola rispetto a quello che hanno incassato i dischi.
Quando poi il manager si permette di rifiutare un anticipo di 4000 sterline a John Deacon, il bassista, al quale quei soldi servivano come garanzie per il mutuo della casa, a quel punto vi decidete a prendere una decisione drastica: trovarvi un buon avvocato e negoziare un’uscita da quell’accordo.
Questa è la situazione tutt’altro che agevole in cui i Queen (Freddie Mercury, Brian May, John Deacon e Roger Taylor) hanno concepito A night at the Opera, probabilmente il loro capolavoro.
Una situazione precaria fatta di rate da pagare, appuntamenti con l’avvocato, scantinati ammuffiti, documenti da firmare e tante, tante idee musicali che affollavano la testa dei quattro amici, ma per realizzare le quali ci volevano tanti soldi.
La loro salvezza fu una major, perchè alla fine l’accordo con la Trident fu trovato e le spese se le accollò la EMI, una delle case discografiche a cui i soldi non facevano difetto e che vide nei Queen tanto talento, ma soprattutto una potenziale fonte di profitto che giustificava l’investimento iniziale.
A questo punto non soprenderà nessuno che il brano di apertura del disco sia Death on two legs, una canzone acidissima sia nel testo che nell’accompagnamento dedicata al loro manager precedente (nonchè proprietario della Trident), Norman Sheffield. L’appellativo più amichevole che gli viene rivolto nella canzone è sanguisuga, e dovrebbe essere sufficiente per capire il tono del brano.
I brani che seguono dopo hanno tutti stili molto diversi: rock, musical, vaudeville, pop e progressive si susseguono ed a volte si fondono in maniera sorprendente per raggiungere il vero obiettivo dei Queen, dichiarato apertamente dal titolo del disco: intrattenere il pubblico, divertirlo, sorprenderlo ma anche commuoverlo, come in una serata al teatro dell’opera.
Gli arrangiamenti riescono ad essere barocchi, talvolta eccentrici, ma mai ridondanti, il lavoro di produzione fu molto accurato e non c’è una nota fuori posto o di cui si poteva fare a meno.
Sebbene dal punto di vista compositivo siano Mercury e May a farla da padrone (cinque brani ciascuno, se vogliamo assegnare a May anche l’arrangiamento di God Save the Queen che chiude il disco), non mancarono anche i contributi di Taylor e Deacon.
John Deacon compose You’re my best friend, pezzo pop dedicato alla moglie in cui John suona il piano elettrico (un Wurlitzer dall’inconfondibile suono). La leggenda dice che avesse cominciato a suonare la tastiera meno di una settimana prima; in effetti la melodia è molto semplice, quasi elementare, eppure ti resta appiccicata addosso e non te la scordi più. Ancora adesso è uno dei brani dei Queen più conosciuti ed apprezzati dai fan.
Taylor invece compose I’m in love with my car, altro brano pop-rock immediato sia nella melodia che nel testo. Pare che May dopo averlo ascoltato disse qualcosa del tipo: “E’ uno scherzo, o dobbiamo davvero suonare questa roba?”. Alla fine Taylor la spuntò e la cantò pure nel disco. Ho sempre apprezzato i batteristi capaci di cantare e suonare la batteria al tempo stesso (Phil Collins su tutti), è una delle cose più complicate da fare e non so come ci riescano. Tra l’altro Taylor ha sempre avuto una voce molto potente e squillante al tempo stesso, ed è quello che raggiunge le note più alte nel disco. Il suo contributo nella band è sempre passato in secondo piano rispetto al duo May-Mercury, ma Taylor aveva personalità e qualità volcali e musicali non indifferenti. Tra l’altro riuscì a spuntarla per inserire questa canzone come lato B del 45 giri. Al lato A c’era Bohemian Rapsody e diciamo che Roger si assicurò un futuro economico grazie a meriti non tutti suoi, ma che compensarono ampiamente la figura di secondo piano che critica e fan gli avrebbero riservato.
Tra i brani di May quelli che preferisco sono 39 e The Prophet Song. 39 è un brano con un testo quasi asimoviano, parla di una viaggio interstellare che dura un anno per gli esploratori, ma a causa della dilatazione temporale prevista dalla teoria della relatività, fa trascorrere più di un secolo per chi è rimasto sulla Terra. Al loro ritorno, gli esploratori non ritrovano più i loro affetti, ed il brano descrive la loro tristezza per questo effetto che non avevano previsto. Come abbia fatto May a parlare di un argomento così complesso in tre minuti e mezzo, è un mistero ancora irrisolto, anche se credo che il dottorato in astronomia abbia lo aiutato parecchio.
L’altro brano è un rock progressive molto complesso, anch’esso con un testo importante, e denso di richiami a diversi testi sacri. Dura più di otto minuti, e mi pare che sia uno dei brani dei Queen più lunghi in assoluto.
E arriviamo ora a Freddie Mercury, che ho tenuto alla fine con “sapiente” mestiere.
E’ arcinota la sua capacità vocale, in grado di spaziare dal falsetto, al rock, all’opera (in questo disco ne dà ampia prova), così come il suo innegabile carisma, che lo ha reso uno dei frontman più apprezzati nelle esibizioni dal vivo. Credo che forse un aspetto che viene poco sottolineato è la sua preparazione musicale e la qualità come autore, oltre che interprete.
Freddie era molto bravo a suonare il pianoforte, nonchè un discreto chitarrista ritmico, in alcuni pezzi da lui composti fu lui a suggerire a May quale sarebbe dovuto essere l’assolo di chitarra facendoglielo sentire al piano. In quest’album dà prova di tutte queste qualità, componendo testi poeticamente molto originali e musicalmente sublimi. Una delle sue migliori composizioni in A Night at the Opera è sicuramente Love of my life, un brano romantico in cui convinse May a suonare l’arpa e che sarebbe stato poi riproposto in innumerevoli concerti dal vivo. E poi c’è ovviamente Bohemian Rhapsody, un pezzo su cui Mercury lavorò a lungo e che inizialmente non aveva un titolo ma era noto agli altri Queen semplicemente come “la cosa di Freddie”. Ci sono diverse teorie sul significato del testo, che è effettivamente parecchio oscuro e si presta a diverse interpretazioni.
Quella a cui sono più affezionato lo considera una metafora dei cambiamenti che stavano avvenendo nella personalità di Freddie e nella difficoltà ad accettare di essere bisessuale. Ovviamente nessuno ne ha mai parlato in maniera chiara e lo stesso Mercury era piuttosto riservato sul tema, ma si tratta di un’ipotesi affascinante. Poi magari è esemplicemente una canzone in cui vengono proposti alcuni clichè tipici delle opere liriche. Fatto sta che è un capolavoro assoluto, con una sovrapposizione di voci mai sentita prima nel rock (menzione speciale di nuovo a Taylor ed al suo Galileo) ed una costruzione musicale complessa ma perfetta nei sincronismi, in cui si passa dall’opera all’hard rock senza quasi che si avverta il cambio di registro.
I Queen dovettero impuntarsi per imporre Bohemian Rhapsody come singolo, all’epoca nessun produttore voleva rischiare di promuovere un brano della durata di quasi sei minuti, già facevano storie quando oltrepassavano la soglia dei tre.
Alla fine però ci riuscirono ed ebbero ragione. Il singolo trascinò A Night at the Opera in vetta alle classifiche inglesi e fece conoscere la band oltre confine. Fu il primo passo verso il successo mondiale della band, che sarebbe arrivato negli anni ’80, purtroppo a discapito della qualità musicale. Dopo questo disco infatti furono pochi i dischi che gli si avvicinarono, negli anni ’80 proabilmente solo il loro ultimo lavoro, Innuendo.
Ed allora forse questo è un motivo in più per celebrare i Queen ancora pieni di debiti, con l’entusiasmo di chi non badava tanto alla muffa sulle pareti di casa, ma pensava piuttosto come intrattenere, divertire, soprrendere, commuovere i propri fan come una serata al teatro dell’Opera.
Too late, my time has come
Sends shivers down my spine, body's aching all the time
Goodbye, everybody, I've got to go
Gotta leave you all behind and face the truth
Mama, ooh (any way the wind blows)
I don't wanna die
I sometimes wish I'd never been born at all
(Bohemian Rhapsody)
Tracklist:
1. Death on two legs3:43
2. Lazing on a Sunday afternoon1:08
3. I’m in love with my car3:05
4. You’re my best friend2:50
5. 393:30
6. Sweet Lady4:01
7. Seaside rendezvous2:13
8. The Prophet’s song8:21
9. Love of my life3:38
10. Good company3:26
11. Bohemian rhapsody5:55
12. God save the Queen1:11
Paolo Porco
Alessandro Farina