16/04/2022
Della Settimana Santa, a Ibla – dove sono nato e cresciuto – una cosa mi ha sempre affascinato.
La sua dimensione più intima e raccolta rispetto, ad esempio, ai festeggiamenti in onore di San Giorgio. Per il patrono infatti, quando il virus ancora non aveva costretto il mondo a mettersi in pausa, arrivavano da tutta Italia; e non solo. La calca, la foga, le urla di gioia, i cori e i canti, il primo caldo di una primavera che presto diventerà estate. Durante le processioni di Pasqua, invece, la sensazione è che a riunirsi siano solo gli abitanti dei vari quartieri e pochi altri fedeli: la Passione di Gesù viene scandita, giorno per giorno, a partire dalla Domenica delle Palme.
La Maddalena, il Cristo alla colonna, la Veronica, 𝑢 𝐶𝑟𝑖𝑠𝑡𝑢 𝑎𝑙𝑙’𝑢𝑜𝑟𝑡𝑢, la Pietà: i simulacri conservati a lungo dentro le Chiese del borgo, vengono portati per le strade, a spalla, verso il Duomo. Poi, il Venerdì Santo, il lutto: un silenzioso corteo funebre segue la Vergine 𝑎𝑑𝑑𝑢𝑙𝑢𝑟𝑎𝑡𝑎, poco più avanti la teca del Cristo Morto. In sottofondo un brusio, le melodie tristi della banda e lodi cantate attraverso megafoni montati su carrellini spinti da chierichetti.
Da sempre così; dacché ero un bambino; il tempo pare tornare indietro ogni volta perché la liturgia possa ripetersi ancora, sempre uguale a se stessa. Qualcosa però, negli anni, è inevitabilmente cambiato: sotto i santi, prima, c’erano i nonni, i genitori; invece ora ci sono anche i piccoli, i figli, i nipoti; tre generazioni si sono alternate, a tendere le braccia e a intrecciarle, a spingere e a caricare.
Stavolta, ho visto persino Alessandro portare la croce che apre le processioni: la stessa croce sotto cui, per una vita, passo dopo passo, ha camminato suo nonno.
A lui, a Giorgio Mallemi, queste mie foto sono dedicate.
‣ Ragusa Ibla, Settimana Santa | Pasqua 2o22
Un grazie a • Roberta Gurrieri • per aver messo per iscritto i miei pensieri