03/07/2025
Matera, la festa che ti prende.
La Festa della Bruna non è solo un evento.
È un giorno sospeso nel tempo, dove tutto si muove al ritmo della devozione, del rito, della follia collettiva che diventa bellezza.
Matera si trasforma. La città si veste di attesa, di luci, di storia.
I vicoli sembrano più stretti, le piazze più grandi, gli sguardi più profondi.
C’è qualcosa nell’aria — un'energia che si sente sulla pelle, come vento caldo.
Il carro trionfale, immenso, lavorato a mano in cartapesta per mesi, attraversa le strade della città come un re effimero.
Viene scortato dai Cavalieri della Bruna, protetto come un miracolo fragile.
Tre giri rituali davanti alla Cattedrale, poi il corteo si allunga, rallenta, avanza.
È tutto poesia popolare, sacralità e carne, fuochi d’artificio e marce sinfoniche.
Una festa che unisce la fede con l’identità, che lega il sacro e il profano con una grazia tutta lucana.
Poi arriva il momento.
Quello che tutti aspettano: lo strazzo del carro.
Un'esplosione di corpi e grida.
Centinaia di persone che si lanciano verso il carro per strapparne un pezzo.
Un gesto viscerale, quasi primitivo, ma profondamente simbolico: distruggere per rinascere.
Quel carro, creato con amore e dedizione, viene fatto a pezzi sotto gli occhi di tutti.
E non è vandalismo. È un atto collettivo di rinnovamento.
Come se, nell’atto di distruggere, si chiudesse un cerchio.
Come se l’anima della città passasse da lì, da quelle mani che si contendono un frammento di cartapesta come fosse una reliquia.
Un talismano da conservare per l’anno che verrà.
Ho assistito a tutto questo con il cuore pieno.
Con la macchina fotografica tra le mani e la gola stretta.
Ho provato a fermare qualcosa, anche se so bene che ci sono momenti che non si possono davvero contenere in uno scatto.
Ma ho voluto provarci.
Perché quello che ho visto è difficile da raccontare.
È festa, è rito, è identità.
È Matera che urla il suo nome, che si lascia andare, che si ricorda di esistere insieme.
E alla fine, quando il carro è solo scheletro, quando il boato si spegne e le mani si fermano…
resta qualcosa nell’aria.
Una dolce malinconia.
Come se la città si fosse svuotata, ma solo per riempirsi di nuovo.