08/05/2026
Ci eravamo attardati sul sentiero.
Un posto così nessuno di noi lo aveva mai visto prima: cime impetuose, vallate aperte fino all’orizzonte, un paesaggio così vasto da far perdere ogni riferimento.
Poi arrivò la sera.
Con gli zaini ancora in spalla iniziammo a rincorrere la stazione della funivia che avrebbe dovuto riportarci al parcheggio. L’ultima corsa sarebbe partita di lì a poco e, senza un posto dove dormire, il pensiero di passare la notte all’addiaccio in quota cominciava a diventare molto concreto.
Ma il tramonto ci fermò.
I colori erano troppo grandi per essere attraversati in fretta. Rallentammo, rapiti dalla luce. E fu così che l’ultima cabina scese a valle, lasciandoci lì, davanti all’inevitabile.
Restammo nei pressi della piccola stazione del Seceda a cercare una soluzione, ma in fondo lo capimmo subito: un’occasione del genere non sarebbe ricapitata facilmente.
Così scegliemmo di restare.
Passammo la notte lassù, sotto un cielo pieno di stelle, mentre sull’altopiano tremavano le luci flebili di altri viaggiatori come noi, sospesi nello stesso silenzio, in attesa dell’alba.
Poi scese il gelo.
Riparati tra le mura della stazione, aspettammo le prime luci del mattino. Quando arrivarono, tutto sembrò irreale: come se fossimo finiti dentro Hithaeglir, le Montagne Nebbiose di Tolkien.
Le parole se le era portate via il vento.
A noi restava solo il cuore pieno.