25/07/2025
Σιγά σιγά
Serifos è sicuramente la più selvaggia delle Cicladi. Non assomiglia a nessun’altra: un’isola senza trucco e senza scuse.
Bella, dura, antica: più che un’isola è un confine, un lembo di roccia scagliato nel blu, come se la terra avesse deciso di farsi pietra e silenzio per ricordare la sua forza primordiale.
Serifos non ha panorami da cartolina, almeno non le cartoline patinate a cui siamo abituati.
Qui il paesaggio è quasi lunare: pietra, luce, assenza.
Solo le tamerici – storte, tenaci, gentili e popolate di cicale – si piegano alla brezza costante e danno ombra.
Le baie sono piccole, nascoste: minuscoli lembi trasparenti in cui i ciottoli si alternano alla sabbia più morbida e il mare arriva lento.
Nell’aria arroventata del primo pomeriggio, lungo i sentieri secchi che scendono alle spiagge semideserte, il profumo dell’origano e dell’elicriso è denso, quasi ruvido: sale dalle piante bruciate dal sole spinto dalla calura e ti investe come un vapore caldo, quasi struggente, che si infila nel respiro.
Non c’è confusione, non c’è fretta, non c’è vetrina.
C’è la Chora, bianca e cocciuta, che si arrampica sulla roccia.
E il vecchio villaggio dei minatori dove ogni ponte sospeso sul mare, ogni carrello inghiottito dalla ruggine, ogni rotaia piegata dal tempo ha ancora qualcosa da dire, solo non urla più.
E poi ci sono loro, i paesini di pescatori dimenticati dalla fretta. Tre case, una taverna, due gatti.
Solo da poco sono arrivati anche alcuni piccoli resort che non disturbano il respiro dell’isola: discreti, rispettosi, mimetizzati nella roccia come se fossero nati qui dove il tempo si misura col vento.
Serifos non si offre, non si mostra.
Rimane distante, intatta.
E in questo silenzio qualcosa di te trova casa.