17/12/2021
Cadenze di passione
di Diana Gianquitto
Al di là dell’oleografia, vola un accento.
Una libera rincorsa verso un territorio amato che è corsa di gabbiano, vento tra panni, geometrie di muri e mari, cromie scolpite come magma.
Quello sdrucciolare della voce verso la fine, tipico della cadenza partenopea, si impadronisce dell’anglofonia trasformandola in neologismo: un sovversivo Viù che mutua dal view solo la voglia di guardare, ma libera la percezione dagli stereotipi compiacenti una visione eterodiretta. Re-impadronendosi, appunto, di uno sguardo autonomo, anche complice con le aspettative tradizionali, ma in nuovo senso consapevole, ludico, e autoriflessivo. Un nome che è travaso linguistico, ma soprattutto percettivo: un manifesto d’intenti.
Sì, il Grand Tour ha regalato alla terra di Partenope il target e le ragioni per una vera e propria operazione di brand marketing visivo, individuando una serie di angolazioni e formule estetiche di successo per viaggiatori in cerca di souvenirs e memorie, magistralmente implementate da Scuola di Posillipo e - seppur in chiave più audace - Scuola di Resina.
Ma lo ha anche rinchiuso, appunto, in un recinto-logo pericoloso. Sia per chi esce, che per chi entra: difficile dimenticarsene, e fare del nuovo; ma anche - paradossalmente - quasi tabù ricordarsene, per chi si accinge a scattarne paesaggi, neanche fosse una colpa passatista il restarne storicamente consapevoli.
Radici, ma intricate in cui inciampare.
E così, una rete di fotografi ha deciso di disinnescare l’impasse con un salto procedurale: anziché scegliere se uscire o entrare, planare dall’alto, con la leggerezza degli accenti del nome e del cuore appunto, per costruire un archivio di passione che disegni un percorso parallelo, se non esclusivo, di ricerca professionale. In cui trova spazio anche il grande formato e l’analogico, la riflessione socio-antropologica, la psicologia e geografia umana e i fenomeni abitativi, la filosofia e l’estetica del paesaggio. Ma in cui, soprattutto, l’esperienza territoriale diviene libero ludus manierista, e nel senso sperimentale del termine: lusinga punti caldi della pratica vedutista, ricercandovi dentro tutto il piacere dell’estremizzazione.
E così, Adriano Rubino si immerge nell’emotività dei cieli, Alfonso Grotta ingemma di effetti favolistici e dettagli arditi, Carlo Hermann personifica oggetti come apposizioni antropiche, Maurizio Criscuolo situa i vissuti del bello in un realismo radicante, Paolo Cappelli progetta architetture di spazi e tempi resi geometrie, Roberto Della Noce virtuosisticamente plasma e fonde fluidi luminosi e coloristici come materie alchemiche mozzafiato.
L’osservatorio del mondo si tramuta in osservatorio di stili.
Che nessuno più abbia paura di porre l’accento sull’amore per la propria, sbalorditiva, terra.