Riky Cunnigham

Riky Cunnigham Fotografo per passione e per lavoro: sopratutto bambini e persone , di tutte le età.

01/06/2026
26/05/2026

📍Quando aveva ventidue anni suo padre le disse una frase precisa. "Non è una cosa che fa una donna."

Si chiamava Tsuneko Sasamoto. Era nata a Tokyo il primo settembre del 1914, quando il mondo era appena entrato in guerra per la prima volta, quando la fotografia era ancora una pratica da studio per ricchi, quando in Giappone una donna si sposava giovane, vestiva il kimono, scendeva tre passi indietro a suo marito, e non chiedeva. Suo padre era un commerciante di kimono tradizionali nel quartiere di Shinagawa. Le aveva pagato la scuola di economia domestica. Pensava che diventasse una buona moglie.

Lei, già a quel tempo, aveva un'altra idea. Voleva fare la pittrice.

Quando glielo disse, lui rispose con quella frase. Cinque parole. Non è una cosa che fa una donna.

Tsuneko fece qualcosa che pochissime ragazze giapponesi della sua epoca avevano il coraggio di fare. Non protestò. Non discusse. Non fuggì di casa. Si iscrisse di nascosto a una scuola di pittura. Senza dirlo. Frequentava la scuola di economia di giorno, e nel pomeriggio entrava in un piccolo istituto di pittura senza che nessuno in famiglia lo sapesse. Per qualche tempo coltivò la sua pittura clandestina mentre la sua famiglia la credeva diligente.

Poi un giorno del 1937, a ventidue anni, andò al cinema con un'amica. Davano un cortometraggio in bianco e nero di un fotografo americano che si chiamava Man Ray. Tsuneko, seduta nella penombra del cinema, vide per la prima volta una fotografia che non era una foto da studio. Era una foto che catturava una verità precisa, sospesa, irripetibile. Uscì dal cinema con un'idea che le sarebbe rimasta in testa per i successivi ottantacinque anni della sua vita.

La fotografia. Non la pittura. La fotografia.

Non aveva una macchina. Non aveva soldi. Non conosceva nessuno. Cominciò come faceva ogni donna ambiziosa del suo tempo. Lavorò gratis. Si fece prendere come illustratrice part-time nelle pagine di cronaca locale di un quotidiano di Tokyo chiamato Tokyo Nichinichi Shimbun, oggi conosciuto come Mainichi Shimbun. Disegnava piccole vignette, schizzi di processi, ritratti di personaggi locali. Tutto in cambio di poche monete e dell'accesso alla redazione, dove poteva guardare i fotografi al lavoro.

Tre anni dopo, nel 1940, attraverso un contatto familiare, riuscì a farsi ricevere dall'allora capo della Japan Photo Library, un uomo che si chiamava Kenichi Hayashi. Lei voleva chiedere consigli. Lui, durante l'incontro, le parlò di una fotografa americana che si chiamava Margaret Bourke-White e che pubblicava le sue foto sulla rivista Life. Le chiese se le sarebbe piaciuto essere la prima donna fotoreporter del Giappone. Lei aveva ventisei anni. Non aveva mai posseduto una macchina fotografica sua. Non sapeva nulla di tecnica fotografica. Aveva paura della disapprovazione dei suoi genitori, che ancora pensavano che diventasse pittrice. Aveva paura di non essere capace.

Disse sì.

Nel 1940 entrò ufficialmente nella Photographic Society del Giappone. Era la prima donna nella storia del paese ad averlo fatto. E qui comincia una vita che si misura non in anni, ma in epoche storiche.

Durante la seconda guerra mondiale, in quanto donna, non le fu permesso di fotografare al fronte. I suoi colleghi uomini partivano. Lei rimaneva in città, e fotografava quello che restava. Le donne che aspettavano. I bambini che giocavano nelle strade bombardate. I funerali. I treni che partivano per la Cina. Le cose che ai fotografi maschi non sembravano importanti, perché non erano la guerra, ma che erano comunque la guerra, vista dall'altro lato.

Dopo la bomba di Hiroshima, fotografò la ricostruzione. Dopo l'occupazione americana, fotografò le donne giapponesi che cominciavano a uscire di casa da sole. Nel 1960 fotografò le proteste anti-Anpo, le manifestazioni di massa contro il rinnovo del trattato di sicurezza con gli Stati Uniti. Negli anni Settanta cominciò a fotografare i minatori in sciopero, gli studenti, le s*x worker di Asakusa, i ritratti delle scrittrici giapponesi, gli operai. Ovunque qualcuno fosse povero, escluso, marginale, lei era lì con la sua Leica.

Per cinquant'anni il suo nome non lasciò il Giappone. In Occidente nessuno la conosceva. Lei continuava a lavorare. Nel 1968, a cinquantaquattro anni, fece per la prima volta un viaggio in Europa. Da quel momento cominciò a viaggiare per il mondo. Continuò a fotografare. Continuò a lavorare. Continuò a non vincere quasi niente.

Nel 2011, a novantasei anni, le diedero in un solo anno il Premio Culturale Yoshikawa Eiji, il Premio della Society of Photography of Japan, e il Lucie Award internazionale per il lavoro di una vita. Era stata la prima donna fotoreporter del Giappone, e il riconoscimento ufficiale arrivava settantun anni dopo il suo primo scatto professionale. Lei accettò i premi. Disse grazie. E tornò a lavorare il giorno dopo.

A cento anni si ruppe una mano e entrambe le gambe in una caduta. La famiglia pensò che si sarebbe fermata. Lei, dal letto della riabilitazione, cominciò un nuovo progetto fotografico. Lo chiamò Hana Akari, "Bagliore di fiori." Erano i ritratti dei fiori che le portavano in ospedale, ciascuno dedicato a un amico che era morto prima di lei. Centinaia di amici, decine di fiori, una sola donna anziana con una macchina fotografica in mano che continuava, da una sedia a rotelle, a fare quello che aveva cominciato a fare a ventisei anni.

Morì il 15 agosto 2022, a Kamakura, a centosette anni. Cause naturali. Aveva lavorato fino agli ultimi mesi. Le ultime sue foto sono fiori dedicati ad amici morti decenni prima di lei.

Una giornalista, qualche anno prima, le aveva chiesto qual era il segreto della sua vitalità a quell'età. Tsuneko aveva risposto con due parole. Curiosità. E poi aveva aggiunto, in un'altra intervista, una frase precisa che oggi è scolpita sul muro di alcune scuole di fotografia in Giappone: "Non bisogna mai diventare pigri. È essenziale restare positivi nella propria vita e non arrendersi mai. Bisogna spingersi avanti e restare attenti, in modo da continuare a muoversi."

Ti racconto questa storia perché penso che parli di te molto più di quanto pensi.

A un certo punto della vita, qualcuno ti ha detto una frase precisa. Forse non te la ricordi più. Forse era tuo padre. Forse era tua madre. Forse era una professoressa, un fidanzato, un collega, una società intera. Era una frase corta. Diceva, in una forma o in un'altra, "non è una cosa che si fa." Non è una cosa che fa una donna. Non è una cosa che fai tu. Non è una cosa che si fa alla tua età. Non è una cosa che si fa con i tuoi mezzi. Non è una cosa.

Tsuneko, a ventidue anni, ha ascoltato quella frase. Non ha discusso. Ha solo deciso, in silenzio, di fare lo stesso quello che voleva fare. E settant'anni dopo, quando i premi internazionali sono finalmente arrivati a casa sua, si è scoperto che la sua vita era stata l'esatto contrario di quella frase. Era stata una cosa. Era stata moltissime cose. Era stata la documentazione fotografica di un intero secolo della storia del suo paese.

C'è una parola giapponese, kōkishin (好奇心), che vuol dire "cuore curioso", o più precisamente "cuore che ama quello che è strano." È la parola che Tsuneko usava per descrivere quello che, secondo lei, l'aveva tenuta in vita. Non l'ambizione. Non il successo. Non il riconoscimento, che era arrivato troppo tardi per importarle davvero. Kōkishin. La curiosità di vedere cosa c'era nella prossima stanza. Cosa c'era nel prossimo paese. Cosa c'era nel prossimo decennio della sua vita, anche quando aveva già passato i cento anni.

La domanda che la sua vita pone è semplice. Cosa hai dentro che sei stata costretta a fare di nascosto, perché qualcuno ti aveva detto "non è una cosa che si fa". E quanto sei disposta ancora oggi, a quarant'anni, a cinquanta, a sessanta, a settanta, a continuare a farlo lo stesso. Anche se non hai una macchina fotografica. Anche se nessuno ti vede. Anche se i premi, ammesso che arrivino, arriveranno settant'anni più tardi.

Ho scritto un libro di diciannove storie di persone che hanno disobbedito alla frase corta. Persone che a un certo punto hanno smesso di farsi spiegare cosa potevano fare, e hanno cominciato a farlo.

"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO"

Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi sente, dentro di sé, una pittura clandestina che non ha mai mostrato a nessuno.

➡️ COMMENTA CON "ESTRATTO" PER RICEVERE GRATIS UN CAPITOLO DEL LIBRO.

Gwendy Mezzogiorno 💖👍😘Guendalina Middei
24/05/2026

Gwendy Mezzogiorno 💖👍😘Guendalina Middei

Mi voglio togliere questo sassolino dalla scarpa! Questa è una cosa che mi ha sempre dato fastidio e oggi lo dico chiaro e tondo! Vedete, da quando ho aperto questa pagina ho ricevuto una marea di critiche e di INSULTI.

Usi un dipinto che non piace a qualcuno? Sei un id**ta. Scrivi qualcosa che urta il moralismo di un altro? Ciò che dici è pericoloso e fuorviante. Parli degli scrittori russi? Semplice, sei alle dipendenze dello zar. Ecco, per tantissimo tempo il fatto che vi parlassi della letteratura russa è stato visto come se fosse una colpa. Perché ormai molta gente non è più in grado di fare una cosa semplicissima: accendere il cervello. Vi ricordate di quando annullarono nelle università le lezioni su Dostoevskii? O di quando misero al bando il caviale e la vodka?

Ecco io me ne sono sempre FREGATA del politicamente corretto. L’ho già detto ma lo ripeto: io amo la Russia, ne amo l’arte, la cultura, la letteratura. Chi di voi non ha almeno una volta nella vita sentito parlare di Dostoevskij? O di Tolstoj? E sì, c’è un motivo se in ogni parte del mondo le opere di Dostoevskij, a distanza di due secoli, continuano ad essere lette e amate. Ma adesso c’è una cosa ben più importante che vorrei dirvi!

Vedete la letteratura non significa UNA ma «INSIEME». L'arte non divide ma unisce, non separa ma avvicina, non si si scontra ma «incontra». Perché la cultura non è una gara, non è primato, podio o conquista. Le emozioni non hanno bisogno di salire su un podio, non fanno distinzioni tra «noi» e «loro». Se ne fregano delle divisioni. Non c'è verità che un cuore, da qui all'altro capo del mondo, non senta.

Ecco perché aprii questa pagina, ecco perché iniziai a scrivere libri! Lo pensai allora e continuo a pensarlo anche adesso: i libri, come tutto ciò che è arte, sono sempre stati ponti e finestre e non muri. E forse, ma dico forse, in un mondo sempre più chiuso, gretto e meschino, dovremmo insegnare ai ragazzi proprio questo: ad abbattere questi cavolo di muri! Tutto qui.

Con affetto, la vostra Guendalina Middei ( ➡️ Ai nuovi: è da poco uscito in Universale economica il mio «Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera». Qui potete scoprire di cosa parla e leggerne un estratto gratuito: https://www.amazon.it/Innamorarsi-Karenina-leggere-classici-lezioni/dp/8807950839

Pascoli Giovanni 👍🥰😃💖
22/05/2026

Pascoli Giovanni 👍🥰😃💖

Si muove il cielo, tacito e lontano:

la terra dorme, e non la vuol destare;
dormono l’acque, i monti, le brughiere.
Ma no, chè sente sospirare il mare,
gemere sente le capanne nere:
v’è dentro un bimbo che non può dormire:
piange; e le stelle passano pian piano.

—Giovanni Pascoli
Notte dolorosa

20/05/2026

Uno spazio privato e sicuro o un disco esterno su cui riversare back up in modo metodico e programmato , delle attività , dei social , mail, etc.

Letizia Battaglia
15/05/2026

Letizia Battaglia

Letizia Battaglia (Palermo, 5 marzo 1935 - Cefalù, 13 aprile 2022) è stata una fotografa, fotoreporter e politica italiana.

Inizia la sua carriera nel 1969 collaborando con il giornale palermitano L'Ora.
Nel 1970 si trasferisce a Milano dove incomincia a fotografare collaborando con varie testate. Nel 1974 ritorna a Palermo e crea, con Franco Zecchin, l'agenzia "Informazione fotografica", frequentata da Josef Koudelka e Ferdinando Scianna. Qui si formano i fotografi Luciano del Castillo, Ernesto Bazan, Fabio Sgroi. Nel1974 si trova a documentare l'inizio degli anni di piombo della sua città, scattando foto dei delitti di mafia per comunicare alle coscienze la misura di quelle atrocità.
Suoi sono gli scatti all'hotel Zagarella che ritraevano gli esattori mafiosi Salvo insieme ad Andreotti e che furono acquisiti agli atti per il processo.
Diviene una fotografa di fama internazionale.
Ma Letizia Battaglia non è solo "la fotografa della mafia". Le sue foto, spesso in un vivido e nitido bianco e nero, si prefiggono di raccontare soprattutto Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, i suoi morti di mafia ma anche le sue tradizioni, gli sguardi di bambini e donne (la Battaglia predilige i soggetti femminili), i quartieri, le strade, le feste e i lutti, la vita quotidiana e i volti del potere di una città contraddittoria. Negli anni '80 crea il "laboratorio d'If", dove si formano fotografi e fotoreporter palermitani: la figlia Shobha, Mike Palazzotto, Salvo Fundarotto.

Letizia Battaglia è stata la prima donna europea a ricevere nel 1985, ex aequo con l'americana Donna Ferrato, il Premio Eugene Smith, a New York, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il fotografo di Life. Un altro premio, il Mother Johnson Achievement for Life, le è stato tributato nel 1999.
Ha esposto in Italia, nei Paesi dell'Est, Francia (Centre Pompidou, Parigi), Gran Bretagna, America, Brasile, Svizzera, Canada. Il suo impegno sociale e la sua passione per gli ideali di libertà e giustizia sono descritti nella monografia delle edizioni Motta: Passione, giustizia e libertà (lo stesso titolo di una sua mostra recente).

Dal 2000 al 2003 dirige la rivista bimestrale realizzata da donne Mezzocielo, nata da una sua idea nel 1991.

Nonostante le sue radici profondamente siciliane, la Battaglia si era trasferita nel 2003 a Parigi, delusa per il cambiamento del clima sociale e per il senso di emarginazione da cui si sentiva circondata, ma nel 2005 è tornata nella sua Palermo.
Nel 2008 appare in un cameo nel film di Wim Wenders Palermo Shooting.
Nel 1979 è cofondatrice del Centro di Documentazione "Giuseppe Impastato". Si è occupata anche di politica a cavallo tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90. È stata consigliere comunale con i Verdi, assessore comunale a Palermo con la giunta Orlando. Nel 1991 è eletta deputato all'Assemblea Regionale Siciliana con La Rete, nell'XI Legislatura. In questa legislatura è vice presidente della Commissione Cultura. Nel 1996 non si ricandida.
Nel 2006, in occasione del Festival Sguardi altrove, Milano, è stato proiettato il film-documentario per la Tv svizzera di Daniela Zanzotto Battaglia - una donna contro la mafia, a lei dedicato.

Nel 2014 è stato proiettato su Sky Arte il documentario "Letizia Battaglia - Amoreamaro" per la regia di Francesco Raganato.

httpsa//youtu.be/cOwJnNbjK9o:::https://youtu.be/cOwJnNbjK9o

''Io adoro essere una fotografa, adoro i fotografi e adoro la fotografia. La parte più affascinante del mio lavoro è che riesco a prendermi il mondo ovunque io sia, me lo porto lì in quel pezzettino di frammento di pellicola, e lo porto con me, in quel fatto, quella storia, quella persona, quell'avvenimento. Faccio in modo che la vita di quell'immagine possa continuare, anche se essa fu immortalata dieci anni fa o un giorno fa. Io ho questo documento in mano. È una cosa esaltante, una cosa che mi rende ricca, che mi rende meno fragile''.

-Letizia Battaglia-

14/05/2026
Ecco alcune perle dal Poeta Pasolini💖
10/05/2026

Ecco alcune perle dal Poeta Pasolini💖

"I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia [Alla mia nazione] di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di vilipendio. Salvo poi a perdonarmi – nei casi migliori – perché sono un poeta, cioè un matto. […] Ecco cosa succede a fare discriminazione tra ideologia e poesia: leggendo quel mio epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono il solo significato letterale, logico, che si configura come un insulto alla patria. Ma poi, rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato puramente irrazionale, cioè insignificante. In realtà il momento logico e il momento poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e indissolubilmente fusi. La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima e merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che, a essere indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è la borghesia reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa come sede di una classe dominante, benpensante, ipocrita e disumana."

Pier Paolo

📰 Dialoghi su "Vie Nuove" articolo del 9 novembre 1961
📓 "Alla mia nazione" in "Nuovi epigrammi" (1958-1959) nella raccolta "La religione del mio tempo" (1961)

Ecco questi versi saldi e incisivi e buongiorno a tutti!

Alla mia nazione
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

📷 Pier Paolo Pasolini a casa sua, Roma (23 maggio 1962) © Vittorio La Verde/Tutti i diritti riservati

Buona giornata!

Lo Zio Frank , un grande musicista, compositore, rivoluzionario ,freak, un grande “tutto” della mia adolescenza , quando...
27/12/2025

Lo Zio Frank , un grande musicista, compositore, rivoluzionario ,freak, un grande “tutto” della mia adolescenza , quando avevo bisogno di esempi positivi di altissimo livello

𝗜 𝘃𝗼𝘀𝘁𝗿𝗶 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗽𝗼𝘃𝗲𝗿𝗲 𝘀𝗳𝗼𝗿𝘁𝘂𝗻𝗮𝘁𝗲 𝘃𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗯𝘂𝗴𝗶𝗲 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗰𝗿𝗲𝗱𝗲𝘁𝗲.
𝗦𝗶𝗮 𝗱𝗮𝗻𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝘃𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗴𝗻𝗼𝗿𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘁𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗶 𝗴𝗶𝗼𝘃𝗮𝗻𝗶 𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗶 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗺𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮𝗻𝗼.
— 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗸 𝗭𝗮𝗽𝗽𝗮 1940 - 1993


Indirizzo

Murano

Telefono

+393384481519

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Riky Cunnigham pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a Riky Cunnigham:

Condividi

Digitare