03/09/2026
Nel 1982, 44 anni fa, appena arrivato ventenne a Milano dalla natia Imperia, scoprii subito il Plastic, allora appena nato.
Nicola Guiducci era il deus ex machina musicale di quel luogo strano, alternativo, territorio di pura avanguardia. La musica era intelligente e sorprendente: si passava dalla classica al jazz, come il brano che sentite in sottofondo, magari con in mezzo i Talking Heads.
Il Plastic sarebbe diventato leggendario, ma allora era solo un parallelepipedo grigio senza fronzoli.
Ben presto diventò la mia seconda casa. Ci andavo praticamente tutte le sere.
Non ricordo di essere mai stato protagonista di nulla. Non partecipavo: guardavo. Mi alimentavo, io provinciale, di tutti quei segnali che raccontavano un mondo “altro”, abitato dall’eccentricità e dalla creatività.
A un certo punto fu naturale portarmi dietro la Pentax K1000, con flash e diapositiva a colori.
Scelta coraggiosa, vista oggi: la diapositiva richiedeva un’esposizione perfetta e la macchina aveva ovviamente il fuoco manuale. Che quasi tutte le fotografie siano giuste mi sembra sinceramente miracoloso.
Ero una pippa agli esordi, con due piedi nel dilettantismo imperiese e un mignolo nel professionismo milanese. Se queste dia sono corrette, probabilmente fu la classica fortuna dell’esordiente.
Ma quello che mi interessava era osservare. Quei vestiti, quelle facce, quell’atmosfera.
Mi interessavano, già allora, le persone. L’umanità.
Perché quello che rendeva speciale il Plastic, oltre alla musica di Nicola Guiducci, erano le persone che lo frequentavano: creativi, musicisti, stilisti e artisti.
Come quel ragazzino alto e magro che una sera fermai chiedendogli di disegnare, sul retro del mio primo biglietto da visita milanese, uno dei suoi omini.
Quel ragazzino si chiamava Keith Haring.
Per più di quarant’anni queste fotografie sono rimaste lì, nelle scatolette con sopra scritto PLASTIC.
Adesso ho finalmente comprato uno scanner.
Eccole qui.
Le notti del Plastic di Milano, 1984.