06/09/2025
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«Che mestiere è, uno che ammazza i vivi e resuscita i morti? » Questa domanda, fatta dal padre di Ferdinando Scianna quando il figlio decide di dedicarsi alla fotografia, resta impressa e racchiude tutta la tensione e la forza di questo documentario diretto da Roberto Andò.
Il nuovo film di Andò, "Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra", segue la scia del precedente "L’Abbaglio", ma cambia completamente registro. Siamo sempre in Sicilia, ma il periodo si sposta in avanti: dal XIX secolo della storia garibaldina si arriva al Novecento, fino a oggi. La pellicola abbandona il colore e punta su un bianco e nero netto, deciso, che riflette la sensibilità del protagonista e della sua terra. Stavolta, niente ricostruzioni d’epoca o costumi: la narrazione passa attraverso Scianna stesso, le sue fotografie, i suoi ricordi e il dialogo con Andò.
Al centro non c’è solo la figura di Scianna, celebre fotografo nato a Bagheria e primo italiano a entrare nell’agenzia Magnum, ma anche l’ombra costante di Leonardo Sciascia, amico, mentore e, per Scianna, quasi un secondo padre. Il rapporto tra Scianna e Sciascia è fondamentale: le foto che Scianna ha scattato per lo scrittore lo hanno segnato per sempre, e Andò dichiara apertamente che proprio grazie a quelle immagini ha formato la sua visione di cinema.
Il documentario si muove veloce, condensando in poco meno di un’ora e mezza una vita fatta di incontri, svolte e scatti memorabili. Si passa dalle prime foto scolastiche alle campagne di moda con Marpessa per Dolce & Gabbana, dall’ingresso in Magnum agli scatti dietro le quinte di “Mafioso”, fino ai ricordi condivisi con altri grandi della fotografia come Gianni Berengo Gardin. Scianna emerge come uno spirito curioso, mai dogmatico, sempre pronto a cogliere l’attimo e trasformarlo in un’immagine.
Il bianco e nero, sia delle foto che del film, non è solo una scelta estetica: rappresenta il modo in cui Scianna vede il mondo, fatto di contrasti, ombre e luce. C’è un momento in cui Andò e Scianna visitano la casa di Sciascia, dove il tempo sembra essersi fermato: lì si capisce che la memoria, il presente e il passato, la vita e la morte, possono convivere nello spazio sospeso di una fotografia.
Il film non cerca di dare risposte facili né di razionalizzare il mistero della creazione artistica. Mette Scianna davanti alle sue foto, lasciando che ogni scatto apra una storia, un ricordo, una domanda. Si sente che c’è molto di non detto: le amicizie con personaggi come Henri Cartier-Bresson e Borges, il rapporto personale con la morte, la Sicilia che fa da sfondo ma anche da protagonista. Ma forse è proprio questa la forza del documentario: far intravedere quanto di irrisolto, di ambiguo, di “ombra” rimane nell’arte e nella vita di Scianna.
In poco tempo, Andò riesce a trasmettere la densità di un’esistenza e la profondità di uno sguardo, senza mai cadere in formule ovvie o retoriche. Resta solo la curiosità di vedere, ancora una volta, cosa si nasconde tra il bianco e il nero di una fotografia.