23/07/2026
Nei miei seminari racconto spesso la storia della pallina magica.
La immagino come un piccolo punto di luce che prende vita tra le mie mani. All’inizio è quasi impercettibile, poi comincia a muoversi, curiosa. Esplora lo spazio, sfiora ogni superficie, osserva ogni dettaglio, finché trova il punto esatto in cui la luce può diventare protagonista.
Nel suo viaggio incontra le ombre. Non le evita, ma le accoglie. Le attraversa, le accarezza, rimbalza sulle superfici e genera riflessi che iniziano a dialogare tra loro. È un gioco fatto di equilibrio, sensibilità e intuizione, in cui ogni minimo spostamento cambia il risultato e ogni piccolo punto luminoso trova il proprio significato.
Poco alla volta nasce l’immagine. È come se prendesse forma da sola, costruendosi attraverso migliaia di minuscoli punti di luce, ognuno indispensabile agli altri. Un frammento dopo l’altro, fino a trasformarsi in qualcosa che va oltre la semplice fotografia: un’emozione resa visibile.
È questo il modo in cui vivo la luce. Non è soltanto ciò che illumina un soggetto, ma il pennello con cui dipingo, la voce con cui racconto e la materia con cui trasformo un’idea in un’immagine capace di emozionare chi la osserva.
Perché, in fondo, fotografare non significa semplicemente mostrare ciò che esiste. Significa dare forma a ciò che si sente, usando la luce come linguaggio.