29/09/2025
Il valore di una fotografia, il valore di una storia
Quando mi sono trovato davanti a Ferdinando "Fefè" De Giorgi, non era nemmeno un anno fa, mi son detto:
“Non si può fotografare un palleggiatore senza prendergli le mani”.
Perché quelle mani, modeste e nobili allo stesso tempo, sono la sua storia. E guarda caso, lui s’è messo davanti all’obiettivo con la naturalezza di uno che non deve dimostrare niente: le mani incrociate davanti, senza enfasi, come a dire “io sono questo”.
Eccola, la sua postura: composta, dritta, mai tronfia.
C’è l’umiltà di chi ha scalato una montagna un gradino alla volta, senza l’aria di chi pretende di nascere in vetta.
E nell’obiettivo m’è parso quasi di vedere non l’uomo, ma il ragazzo che fu, quello di cui dicevano sempre:
“Però se avesse qualche centimetro in più…”.
E invece lui, cocciuto, passo dopo passo, ha fatto scivolare i granelli del destino dalla sua parte.
Il mio lavoro di fotografo in quel momento non era solo catturare un volto, ma una storia: e la luce, che scivola morbida sulla giacca scura, e il sorriso largo ma mai invadente, rivelano proprio quello. Un uomo che non si misura in centimetri, ma in dedizione.
Perché Fefè, prima da giocatore e poi da allenatore, il tetto del mondo l’ha toccato più e più volte. E ieri, nelle Filippine, con quella vittoria mondiale sulla Bulgaria, ha rimesso un altro mattone sulla leggenda.
Qual'è la lezione?
La sua foto lo racconta meglio delle parole:
non guardare ciò che ti manca, ma punta dritto a quello che vuoi diventare.
E io, con la macchina fotografica in mano, mi son limitato a fare quello che potevo:
fermare un attimo.
Il resto, lo racconta Lui.
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