09/07/2026
Il femminicidio e la violenza di genere oggi hanno un nome, una legge, ma sono emergenze che hanno radici antiche, millenarie.
Sono il risultato che ci portiamo dietro da tempo immemore che denota una frattura profonda, un archetipo tragico che attraversa la storia della nostra civiltà e che la drammaturgia occidentale, fin dalle sue origini greche, ha lucidamente registrato come dinamica di potere e sottomissione.
Il nostro intento, attraverso la messa in teatro di un dramma come NON UCCIDERLA, è quello di non considerare il femminicidio come raptus o atto di follia, ma di scoprire con l’aiuto e il sostegno di tutti e tutte, quali sono i motivi profondi alla base di un gesto estremo che diventa sempre più ‘normale’ e relegato a due righe di succulenta cronaca.
La domanda che ci poniamo è: vogliamo davvero sradicare questa violenza? Allora fermiamoci tutti e parliamoci, uomini e donne, adulti e ragazzi.
A noi non importano le statistiche che riportano i femminicidi mensili, anche una sola donna uccisa ci riguarda.
Soprattutto vogliamo disgiungere la parola "amore" dalla parola "possesso".
Sono incompatibili.
Quando una donna rivendica la propria autonomia e pronuncia la parola "fine", deve essere lasciata libera e se l’illusione del controllo dell’uomo dovesse crollare rovinosamente, allora bisognerà agire culturalmente sull’autonomia dell’uomo e sulle sue parti maschili e femminili non integrate.
Non può l’uomo pretendere di ‘possedere’ il femminile solo perché non riesce a trovarlo in sé stesso.
Questo uomo, a cui apparteniamo per la stragrande maggioranza, non vive la donna come un essere libero, autonomo e autodeterminato, ma come una proiezione di cui nutrirsi psichicamente.
Nel momento del distacco, quando la donna sistematicamente annichilita e insultata dice ‘basta ho sopportato abbastanza’, l'orgoglio del maschio ferito e quindi ‘’vittima’’ si trasforma in furia omicida, socialmente accettata sia da uomini che, ahimé, da donne.
Il complesso corpo femminile diventa così il terreno di un'antica punizione patriarcale, un modo egotico violento di riaffermare una centralità detronizzata.
Come si interviene davvero? La risposta non è solo legislativa o punitiva: è profondamente educativa e culturale.
La vera prevenzione comincia nell'infanzia, scardinando i modelli eroici iper-muscolari e dominanti proposti ai ragazzi.
Occorre insegnare ai giovani che la fragilità, l'empatia, il pianto e la capacità di elaborare la perdita non ‘castrano’ la loro forza, ma la rivitalizzano.
Se educheremo un uomo alla tenerezza, ad accogliere, a piangere e a fallire stupendamente, questo non cercherà una donna che trattenga e gestisca, come se fosse un deposito bancario, queste qualità emotive al posto suo.
Questo uomo nuovo non sarà più un parassita psichico dipendente dalla straordinaria molteplicità femminile.
Il vero ponte tra maschile e femminile nasce da questa riconciliazione interiore.
Solo integrando la propria ‘ombra’, l'uomo smetterà di vedere la libertà della donna come una minaccia alla sua mascolinità, alla sua virilità, alla sua stessa vita psichica e sarà finalmente capace di starle accanto, pronto a camminare assieme.
Pietro Annicchiarico