Sigross & Le torte di Rossella

Sigross & Le torte di Rossella idea regalo
Sigross Imagae -
foto di Rossella Giorgio A vostra disposizione per commenti e Suggerimenti.

Sono semplicemente una neo mamma, amante della fotografia, (senza "arte nè parte" ma con la voglia di scoprire il mondo attraverso un "obiettivo")... ed ho pensato a dei regali utili realizzati in modo "originale" per far felici tante mamme! Tutte le foto di questa pagina sono protette da copyrights:
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25/11/2025
16/11/2025
13/11/2025

🌹A te, che sei stata
luce nel posto
sbagliato:

Amica mia,
ti sei innamorata di un uomo che portava cicatrici sotto pelle,
e le sue ferite hanno finito per tagliarti.
Non perché tu fossi sbagliata.
Non perché amavi nel modo sbagliato.
Ma perché hai portato luce dove lui aveva imparato a vivere nel buio.
La tua tenerezza gli bruciava come sale su una ferita.
La tua presenza stabile gli ricordava tutto ciò che non era.
Il tuo amore sano lo metteva a n**o.
Non sapeva cosa farsene di una donna che gli dava presenza.
Lui, cresciuto tra muri e promesse non mantenute,
aveva confuso l’amore con la lotta, il calore con la tempesta.
E tu sei arrivata, con mani gentili e occhi fermi.
Ma lui cercava vertigini, non pace.
Tensione, non verità.
Voleva essere salvato,
e quando non ce l’hai fatta, perché nessuno può salvare chi non si lascia toccare,
ti ha punita per averci provato.
Ti ha detto che eri tu il problema.
Che eri sbagliata, pesante, esagerata.
E tu hai creduto che amarlo più forte fosse la soluzione.
Hai dato il doppio.
Sperando che il tuo amore gli insegnasse a restare.
Ma il cuore che non vuole guarire, trasforma ogni carezza in minaccia.
Ogni confine in un’offesa.
Ogni sincerità in un attacco.
Hai amato un uomo che non era pronto.
E lui ha confuso il tuo cuore con una gabbia,
quando in realtà tu gli avevi solo aperto la porta di casa.
Ma ascoltami bene:
non sei mai stata “troppo”.
Sei stata luce, in un mondo che conosceva solo la notte.
- Erika Serena Takdeer

12/11/2025

Seppellì il marito un lunedì.
Partorì il mercoledì.
E il venerdì era già per strada, con una neonata legata sulla schiena, a bussare al mondo in cerca di un lavoro.

Perché nel vocabolario di Elizabeth Morrow, la parola “resa” non esisteva.

Primavera del 1887, Dodge City, Kansas.
Aveva solo 22 anni quando la febbre tifoide le strappò l’uomo che amava in tre giorni di agonia.
Era incinta all’ottavo mese.
Aveva diciassette centesimi in tasca.
E conosceva appena due persone in tutta la città — entrambe troppo impegnate a sopravvivere.

Il funerale fu un debito scritto su carta.
La maternità, un grido di vita in un mondo che non ascoltava.

Alle donne come lei restavano tre scelte: sposare un altro uomo, tornare nella casa d’origine o sprofondare nella miseria.
Ma Elizabeth non aveva una casa a cui tornare.
E non avrebbe mai scelto un marito per disperazione.

Così creò una quarta via.
Una che non si trova nei libri di storia, perché si scrive morendo un po’ ogni giorno e rinascendo ogni mattina.

Lavava panni per famiglie che non ricordavano il suo nome, le dita spaccate, la pelle lacerata dall’acqua ghiacciata.
Mentre strofinava, sua figlia dormiva in una scatola foderata con sacchi di farina.
Quando non bastava, puliva bar all’alba — spazzando pavimenti segnati dalla vergogna altrui.
E quando ancora non era sufficiente, accettava i turni notturni in hotel — cambiando lenzuola, svuotando pitali — mentre sua figlia piangeva altrove, affidata a una vicina che faceva pagare anche il silenzio.

La fame era una presenza costante.
La stanchezza, una condanna.
Alcune notti, Elizabeth tremava sul corpo addormentato della figlia — per il freddo, per la paura, per la matematica spietata della povertà.

Indossò lo stesso vestito per due anni.
Mangiò pane secco raccolto dalle briciole di altri.
Invecchiò di dieci anni in uno solo.

Ma non saltò mai un affitto.
Non lasciò mai sua figlia senza latte.
Non smise mai di cantarle una ninna nanna, anche quando la voce si spezzava in pianto.

Nel 1895 mise da parte abbastanza per aprire una piccola pensione.
Nel 1900 possedeva l’intero edificio.
E sua figlia Mary crebbe vedendo una madre trasformare la miseria in dignità — un giorno brutale dopo l’altro.

Mary divenne insegnante. Poi direttrice. Una delle prime donne del Kansas a ricoprire quel ruolo.
E nel 1923, nel suo discorso alla cerimonia di diploma di Dodge City, iniziò così:

“Mia madre mi ha insegnato che la dignità non è ciò che ti regalano, ma ciò che ti rifiuti di perdere.
Ha lavato pavimenti perché io potessi salire su questo palco.
Questo non è solo sopravvivere.
È rivoluzione — fatta di sapone e stoffa grezza.”

Elizabeth visse fino a 83 anni. Abbastanza per vedere la figlia andare in pensione con onore, i nipoti laurearsi, e i pronipoti crescere in un mondo che lei aveva conquistato con mani sanguinanti e un cuore incrollabile.

Un giorno le chiesero: “Cosa ti ha tenuta in piedi nei giorni impossibili?”
Lei ci pensò un istante e rispose:

“Ogni mattina guardavo Mary e mi dicevo:
Questa bambina non sentirà mai la fame.
Questa bambina non dovrà mai implorare.
E quel pensiero era più forte di ogni stanchezza.”

Alcune donne sopravvivono.
Altre resistono.
Ma Elizabeth Morrow costruì una dinastia sulle sue spalle — un giorno spietato dopo l’altro — e lo chiamò amore.

10/11/2025

🥹

27/10/2025
25/10/2025

Mi chiamavo Manuela. Ero una fisioterapista, una madre, una collega che quella mattina aveva preso un caffè con le amiche e poi era andata a lavoro come sempre. Avevo un figlio che era il senso di tutto: la ragione per cui mi alzavo, la forza che mi fermava quando la paura cercava di farmi fuggire.

Per due anni e mezzo la mia vita è stata un inferno fatto di messaggi vocali, di telefonate notturne, di insulti e di promesse di vendetta. Non erano soltanto parole: erano una gabbia che si andava chiudendo attorno a me. Lui mi scriveva: “La mia vita è un inferno, Manuela, ho solo uno scopo, e non te lo posso dire, ma tu stai giocando col fuoco, io sono una bomba a orologeria”. Mi diceva che avrebbe avuto “la sua rivincita”, che sarebbe stata “spaventosa”, che avrebbe fatto “come Hannibal Lecter”. Una volta ha detto chiaramente: “Ho quattro ore di registrazione a casa di voi due che parlate… con me non la passi, Manuela, ti faccio vedere io”.

Ho risposto più volte con voce calma, cercando di tenerlo lontano per mio figlio: “Non ho nessuno, sei un pazzo, vai a farti curare… Ti supplico di non mandarmi più messaggi. Ti rendi conto cosa dici davanti al bambino? Voglio tranquillità per mio figlio”. Ma il terrore continuava, si insinuava nel quotidiano: nella strada, nell’auto, nei silenzi tra le suonerie del telefono.

Non ho denunciato subito. Perché denunciare in quel momento, per me, significava esporsi ancora, significava mettere il bambino sotto i riflettori di un processo che ti obbliga a raccontare il peggio della tua vita. Perché avevo paura per lui, per me, per le conseguenze che quelle minacce potevano avere sulle persone che amo. Perché speravo ancora che smettesse, che il tempo sopisse la sua furia, che potessi ottenere quel “quieto vivere” che gli chiedevo con voce tremante nei messaggi.

E invece la bomba è esplosa. Lo ha fatto il 4 luglio del 2024: una giornata qualunque per chi non sa, per chi non ha ascoltato, per chi non si è accorto del crescendo di paura. Io sono uscita dal lavoro, ho salutato il mio bambino: “Amore, adesso mamma viene a prenderti”. Ho provato a proteggermi, a correre, a nascondermi dietro a un’auto. Ho pregato che la fine fosse lontana. Non è stato così.

Riascoltare oggi in aula gli audio che mi mandava, e sentire la stessa voce che dice “Te ne accorgerai, non immagini cosa posso farti… Ti sei scavata la fossa con le tue mani”non è solo dolore: è una lezione per tutti. Quegli audio non sono suoni isolati: sono prova di un percorso di persecuzione che nessuno ha saputo fermare in tempo.

Questo post non è solo il mio racconto. È la voce di tutte quelle donne che hanno chiesto aiuto e che non sono state ascoltate abbastanza. È la voce di chi ha scelto la prudenza per proteggere i propri figli e ha pagato con la vita. È la voce di chi è stata messa in bilico tra denunciare e proteggere chi resta.

Non voglio indignazione passiva. Voglio che chi legge capisca che il femminicidio non è un gesto improvviso di follia: è l’esito tragico di mesi, anni di controllo, di messaggi, di minacce reiterate. È il frutto avvelenato di una cultura che normalizza il possesso e che troppo spesso riduce la violenza a una “questione privata”.

Chiedo giustizia per me, per mio figlio, per le mie amiche, per tutte le donne. Ma chiedo anche azione concreta: ascolto serio delle denunce, misure di prevenzione realmente efficaci, protezione immediata per chi denuncia, più attenzione dei vicini e della comunità quando sentono urla o minacce, percorsi di uscita che non lascino isolata la vittima.

Se state leggendo, non voltate lo sguardo. Se una donna vicino a voi è impaurita, prendete sul serio le sue parole. Se sentite una minaccia, chiamate, segnate, aiutate. Non lasciamo che la storia di un’altra donna diventi la nostra apatia.

Per mio figlio, per me, per tutte quelle che non ci sono più: ricordate. E agite.

Irene Vella

21/10/2025

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