08/10/2025
Ci sono cose che crescono senza chiedere il permesso. Ai bordi, tra le crepe, nell’ombra. Piante di nessuno, silenziose, che resistono. Le ho raccolte con mani leggere, non per possederle, ma per imparare da loro la misura del silenzio. La luce ha fatto il resto: ha inciso, ha rivelato.
Ho scelto di lavorare lentamente, lasciando che la materia stessa dettasse il ritmo. La lentezza è diventata parte del processo, un modo per restare in ascolto di ciò che spesso passa inosservato. Questa ricerca mi ha spinto verso una tecnica antica, quasi meditativa: l’antotipia. Ho utilizzato pigmenti vegetali e tessuto cellulare come supporto, lasciando che il tempo, la luce e la fragilità del materiale costruissero l’immagine.
In questa pratica, la memoria si manifesta e allo stesso tempo sbiadisce, come un ricordo che si affievolisce ma non scompare del tutto. È un gesto di fiducia nella natura e nella sua capacità di scrivere con la luce. Alla fine, ho deciso di fotografare queste tracce effimere per conservarne l’essenza, fissando in un’altra forma ciò che per sua natura è destinato a dissolversi.
In queste immagini, la fotografia diventa quindi un dispositivo di indagine sensibile: come una
radiografia, attraversa le superfici e mette in relazione le strutture profonde dell’umano e del vegetale.
La materia organica si fonde con la traccia umana, non
in opposizione ma come estensione reciproca. Nel paesaggio di Castello di Ama, il gesto fotografico si fa cura: guarda con attenzione, accoglie, restituisce la fragilità dei legami tra le cose.
Dalle trame più sottili alle forme del paesaggio, ogni immagine conserva il segno di una connessione profonda, che ci ricorda a chi — e a cosa — apparteniamo.