08/09/2026
8 SETTEMBRE 1943: LO ZILLASTRO, IL GIORNO DELL'ABBANDONO
Ci sono date della storia italiana che non possono essere ricordate soltanto con una formula. L'8 settembre 1943 è una di queste.
L'armistizio era stato firmato a Cassibile il 3 settembre, ma per giorni migliaia di soldati italiani continuarono a combattere senza sapere nulla. Poi, l'8 settembre, arrivò l'annuncio di Badoglio: l'Italia aveva cessato le ostilità contro gli Alleati. È il giorno dell'armistizio, ma anche il giorno in cui lo Stato italiano dimostrò drammaticamente di non essere stato capace di governare le conseguenze delle proprie decisioni. E bisogna avere il coraggio di dirlo: l'8 settembre fu una delle pagine più vergognose e disastrose della nostra storia politica e militare.
Ma cosa doveva fare, concretamente, un soldato italiano?
Questa è la domanda che pesa ancora oggi.
Un esercito schierato su fronti diversi, reparti accanto ai tedeschi, altri di fronte agli Alleati, comandi spesso privi di disposizioni chiare e, soprattutto, nessun piano adeguato per affrontare il repentino cambio di fronte.
L'Italia cambiò alleanza lasciando i propri soldati senza sapere come comportarsi.I tedeschi avevano predisposto i loro piani preventivamente. Avevano intuito tutto da tempo. I nostri reparti, in moltissimi casi, si trovarono invece allo sbando: alcuni resistettero, altri furono disarmati, altri ancora catturati, deportati o costretti a scegliere da soli quale strada prendere.
Badoglio e Vittorio Emanuele III avevano il dovere di garantire una direzione, degli ordini e una continuità di comando. Invece, nel momento più drammatico, il Paese precipitò nel vuoto di potere. E la fuga da Roma verso Brindisi del Re, del Governo e dei vertici militari, lasciando la capitale e soprattutto le Forze Armate senza una guida effettiva, rimane una delle immagini più amare della nostra storia nazionale. La vergogna dell'8 settembre non appartiene a quei ragazzi che aspettavano ordini. Appartiene a chi aveva la responsabilità di impartirli e non seppe farlo nel momento decisivo.
E poi c'è lo Zillastro.
L'8 settembre, mentre l'Italia si preparava all'annuncio dell'armistizio, i paracadutisti dell'VIII Battaglione del 185° Reggimento della Nembo erano ancora impegnati in combattimento in Aspromonte. Non sapevano che l'Italia aveva già firmato l'armistizio. E così combatterono contro i canadesi, che poche ore dopo sarebbero diventati gli alleati dell'Italia. 400 paracadutisti Italiani contro 5000 canadesi. Inutile aggiungere altro se non l'eroismo dei nostri parà ma, ad ogni modo, è interessante riflettere su questo tema.
Pensiamoci: soldati italiani che combattono una battaglia mentre il loro Paese ha già deciso di cambiare schieramento.
Non erano loro ad aver deciso l'armistizio.
Non erano loro ad aver deciso quando comunicarlo. Non erano loro ad aver predisposto i piani per proteggere l'esercito da quella situazione. Erano soldati. E stavano semplicemente facendo il loro dovere sulla base degli ordini che avevano ricevuto. Per questo la tragedia dell'8 settembre non può essere scaricata sulle spalle di chi portava la divisa. La vergogna sta nelle gravissime carenze politiche e militari con cui venne gestito quel passaggio. Un esercito può essere sconfitto. Può perdere una guerra. Ma non dovrebbe mai essere abbandonato nel momento in cui cambia il destino del Paese.
Lo Zillastro è uno dei tanti simboli di tutto questo: uomini lasciati nell'incertezza, costretti a combattere senza sapere che la storia aveva già cambiato direzione. Eppure quegli uomini seppero ancora dimostrare coraggio, disciplina e fedeltà al proprio dovere. La vergogna di quello scempio etico che fu l'8 settembre appartiene a chi li mise nella condizione di affrontare quella tragedia senza ordini adeguati e senza una guida capace di assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie decisioni.
Ricordare l'8 settembre significa anche avere il coraggio di dirlo. Senza reticenze. Senza retorica di comodo.