23/02/2023
- 𝗚𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝟴 - 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑠𝑒𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎
Oggi, ad , è una domenica di febbraio gioiosa: ce lo dicono pure le 𝑧𝑎𝑔𝑎𝑟𝑒𝑙𝑙𝑒 colorate, che troviamo appese da casa a casa, da albero ad albero, da lampione a lampione. Una contropartita di linee fluide e dai colori vivaci spezza la 𝑟𝑎𝑡𝑖𝑜 del paesaggio antropico, smorza i toni dell'abbandono e ne rilancia un'eco diversa tra i monti, che pure abbracciano e fanno lo scenario. La fortuna vuole che in cielo il sole non trovi ostacoli, che resti l'unico protagonista di queste festive ore di luce. Ma quaggiù la neve non molla la presa, si attacca alla terra, alla legna, all'asfalto; esercita in cumuli il suo potere chimico e ci tiene ancorati alle soglie della sua stagione, lasciandosi andare soltanto dai tetti, in un pianto incessante di piccoli rivoli.
Qualcosa nell'aria ci dice che è presto per la lunga estasi collettiva, a cui ci prepariamo da giorni; che anzi, è tempo di restare da soli, di adattarsi al contesto, di abituarsi alle nuove visioni d'altura.
Oggi qui si festeggia un tra i più antichi d'Italia e noi, grazie alla mediazione di Rocco e Paolo -Totarella - entriamo nel momento più privato della vestizione dei 𝑃𝑜ł𝑒̈𝑐𝑒̈𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒̈. Una tradizione antica, pagana, da cui ereditiamo le maschere, i riti, le danze, la farsa. Nelle case si stratifica l'abito, si costruisce, scialle sopra scialle, fazzoletto su fazzoletto, la struttura inferiore del Pulcinella bello, che si corona e completa con un copricapo di piume e fiori colorati, attorno a uno specchio circoscritto da perle. Un monumento alla bellezza, alla 𝑣𝑎̀𝑛𝑖𝑡𝑎𝑠, all'ebbrezza, forse alla primavera che avanza.
Fuori e dentro le case l'accoglienza si scioglie in numerosi bicchieri di vino, nelle donne che passano con salumi e taralli, nella condivisione gentile che annulla il nostro crimine di invadenza. Per le strade i Belli danzano al ritmo di una musica popolare e si scontrano con l'irruenza dei loro alter-ego, i Brutti vestiti di nero e di stracci. Una danza degli opposti che si annulla nella presenza dell'Orso, della bestialità che ridisegna una parità tra i diversi, seppure soggiogata dalle catene.
Nel fracasso della festa, del gioco collettivo che mescola le carte, in cui non si distinguono più i volti dalle maschere, le piccole contrade si fanno coraggio, infondono un richiamo che ripristina l'ordine, l'armonia delle cose.
Qui, per caso, troviamo un nuovo ritratto: siede dietro una porticina di legno e da lì ferma il tempo, dal 1960.