25/10/2023
Ho amato i luoghi abbandonati dal primo momento, perché nell’abbandono ho riscoperto un briciolo della mia anima primitiva. Quella giovane e caotica, libera, come avrebbe voluto essere, di correre per gli immensi deserti o le altissime montagne del Perù. Un altro tempo, sospeso, interrotto. Qui tra questi sassi si aprono dimensioni altre, nuove vie. E senti le voci, le risate di gioia dei ragazzini, la vita dei campi, l’odore della stalla. Ed è proprio così che un luogo non è più quel luogo, ma una porta verso qualcosa che è intimo e trascendente. Un lento ritrovarsi, rivivere vite che non si sono vissute e provarne una tremenda nostalgia. In questi luoghi ho ascoltato le mille voci che dal silenzio emergevano; il vento che sbatteva le porte. Le storie parallele di tragedie e ferite, poiché dall’abbandono delle radici si esce a pezzi e i frammenti spesso non si ricompongono. Viviamo in una terra difficile, che per secoli ha visto: guerre, invasioni, terremoti, frane, alluvioni, eruzioni vulcaniche. Una terra splendida e tremenda che ha costretto i suoi figli a vivere riparati in luoghi inaccessibili, tra rocce taglienti e panorami di infinita bellezza. Quanto di quel patrimonio umano oggi cade in rovina? Quanto di quel patrimonio oggi è fruibile dal pubblico e in che modo? In un’epoca in cui il camminare lenti sta tornando di moda, dovremmo cominciare a porci tali questioni per cui non esistono risposte semplici. Un patrimonio sospeso, con delle potenzialità, lasciato lì a seccare al sole, mentre i crolli continui, le stagioni che mordono, si prendono poco a poco ciò che resta; ma in fondo questo è prova del fatto che quelle pietre vivono di una vita propria indipendente dai destini umani, ma che anzi li contengono all’infinito, nel mutare continuo. Sono una scatola magica da cui è possibile tirar fuori di tutto ed è per questo che luoghi sospesi come le nostre ghost town, si prestano perfettamente a questi rimescolamenti concettuali, quel giocare tra dimensioni temporali, tra l’oggetto inanimato e il corpo umano ed è vero che una casa lasciata all’abbandono subisce l’effetto del tempo, proprio come un corpo che attraversa le stagioni della vita e ne subisce i graffi. E così ho scelto di raccontare l’infinita dolcezza di questi luoghi, ma anche l’asprezza del territorio, la durezza del vivere, la fede e la superstizione. Le architetture spoglie e spezzate, ferite dalla violenza della natura. Pasolini scriveva: “ Io sono una forza del passato solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d’altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini e le Prealpi, dove sono vissuti i fratelli. – Guardo i crepuscoli, le mattine su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, come i primi atti della Dopostoria, cui io assisto per privilegio d’anagrafe, dall’orlo esterno di qualche età sepolta. Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta. E io, feto adulto, mi aggiro più moderno di ogni moderno a cercare fratelli che non sono più”.
Ringrazio Pasqualina Caiazzo per Aver creduto Nel mio progetto e per aver partecipato con tanta passione, coraggio e creatività lasciandosi ispirare dalla poesia di questi luoghi.
Alessandra Rimonti per aver partecipato con il suo straordinario talento da danzatrice.
E infine a Ristorante da Sabatino ai Camaldoli per averci ospitato in questa avventura.