29/04/2026
Mi sono sempre chiesta cosa volesse dire vivere la Resistenza al mare.
Sono nata in Brianza, dove le battaglie furono feroci e il sangue si mescolò alla terra delle colline. Sono nata dove la brigata Puecher trovò rifugio tra i boschi, in una geografia fatta di nascondigli e sguardi verticali. Sono nata dove la mia bisnonna, che sognava di fare la maestra di matematica, nascose due ragazzi nel fienile, mentre mia nonna, piccola e minuta, portava loro un pezzo di pane e un po’ di polenta per restare vivi.
Sono nata dove mio nonno materno, per un soffio, non finì sul carro di chi andava a morire. Sono nata con l’attesa di mio nonno paterno, prigioniero in India, che da lontano scrisse queste parole: «Siate calmi e sereni sempre, specialmente in questi giorni di travaglio per la Patria nostra in cui ognuno la sua parte, il suo dovere». Lui tornò solo nel 1946, come a dimostrare che la libertà non ha per tutti lo stesso orologio.
Quest’anno il 25 aprile mi ha trovata al mare, vicino a Venezia. Ho conosciuto la storia della brigata Piave e ho capito che non è diversa dalle nostre: stessi ponti saltati, stessi assalti, stessi segreti.
Ma qui, al mare, la Resistenza dovette fare i conti con l’orizzonte n**o, con la nebbia che ti avvolge ma non ti nasconde. Qui la libertà è un fatto orizzontale, esposto, limpido.
Ho capito che il 25 aprile durò tanti giorni: i giorni necessari a imparare a guardare l’orizzonte senza averne paura.