21/06/2026
"Devi uscire dalla tua zona di comfort."
L'ho sentita su un palco, l'ho letta in un post con la foto al tramonto, me l'ha detta un coach che non mi conosceva da più di dieci minuti.
È un consiglio che funziona benissimo finché non ti chiedi una cosa semplice: quella persona, una zona di comfort, l'ha mai avuta?
Nel mio ultimo articolo su "Meno Fuffa, Più Mercato" racconto una storia personale che non avevo mai scritto con questi dettagli — su una diagnosi e una nascita arrivate lo stesso identico giorno, nel 2005, e su cosa ho imparato sulla differenza tra fuggire da un posto e costruirlo. Niente retorica eroica: è una storia più prosaica di quanto ti aspetti, e proprio per questo più utile da leggere.
Da lì arrivo a una domanda che vale anche in azienda: prima di dire a qualcuno — un collaboratore, un team, un cliente — di "uscire dalla comfort zone", ti sei mai chiesto se gli hai mai aiutato a costruirne una? È lo stesso errore, mi sembra, di chi vuole "fare disruption" con l'intelligenza artificiale su un processo che non è mai stato stabile in primo luogo.
Se sei stanco di sentirti dire di rischiare di più senza che nessuno ti chieda se hai già una base solida da cui partire, questo articolo è scritto pensando a te.
Una storia personale su una nascita, una diagnosi e la differenza tra fuggire da un posto e costruirlo