25/12/2023
Miracolo sulla 11
Questa mattina ho assistito ad un miracolo, dovete credermi. E se fossi in voi, ci crederei a scatola chiusa, senza farmi troppe domande, ascoltando questa mia storia con il cuore senza filarci troppo su, con la testa. Io tutto questo l’ho visto con i miei occhi per davvero, quindi accettate quello che vi sto per raccontare perché è proprio andata cosi.
Se invece non volete credere nei miracoli, chiudete occhi e orecchie e tornate dopo Natale. Ma vi scongiuro, se dentro di voi, nel vostro intimo, in questo preciso istante sentite anche se flebile, il calore di una piccola fiamma, dico, quella leggera e piacevole scarica elettrica che sempre precede le cose belle, bhe, allora, mettetevi comodi e rallegratevi insieme a me.
Me ne stavo venendo al giornale di buon’ora. I miei tacchi risuonavano duri e secchi sui sanpietrini della Piazzetta Vigo, lungo il tragitto verso il molo di Chioggia. Faceva un freddo da morire, non c’era un filo di vento e la laguna era una tavola piatta. L’aria era leggerissima e gelida, il cielo bianco. Stava arrivando la neve sulla Serenissima.
Ho atteso quel che basta per iniziare ad incupire il mio spirito e a divagare con la mente rivolgendo brutti pensieri nei confronti dei mezzi pubblici, ma alla fine la Linea 11, che collega Chioggia a Venezia, è arrivata silenziosa.
La Linea 11 non è un semplice battello, è un trattato su questo secolo. Collega la nostra laguna, tutte le sue isolette, le lingue di terra strette strette in mezzo all’acqua e la sempre magnifica Venezia. La gente sale, scende, corre, si affanna, dorme, mangia, piange, vive e muore lì dentro. Insomma si porta dentro tante vite. Quelle dei mie figli, per esempio, quando andavano a scuola e poi all’università, i loro amici e compagni. Un numero di cinesi, tutti uguali all’apparenza, che hanno acquisito metà delle attività turistiche della zona. Ma anche immigrati di ogni lingua con i loro mazzi di rose rosse e accendini. E poi le nonnine con i sacchetti e i trolley che tutti i giorni vanno al mercato perché la spesa ‘grossa’ a Venezia non la si fa e si compra di giorno in giorno quello che si cucina e si mangia. Operai, politici, camerieri, cuochi, interpreti, artisti, autisti di barche e tanti, ma dico tanti, turisti da tutte le parti del mondo, pelli chiare e scure che mi mescolano tra loro con lingue e accenti diversi, vestiti tipici e modi di fare. Ed infine gli adolescenti con i risvoltini ai jeans, fantasmini come calzini e scarpe da ginnastica a Dicembre contrapposti ai cappottoni con il collo in pelliccia delle signore bene.
Sono salita e ho preso posto in piedi. Il battello era già colmo. Di fronte a me un ragazzo africano, seduto composto che teneva sulle ginocchia un bel regalo di Natale avvolto in una appariscente carta da bambino. Arrivati alla fermata di Pellestrina è salito un anziano, un ‘vecio’ con la pelle abbronzatissima che strideva con il pallore del cielo. Le sue rughe erano profonde. Solo a guardarlo negli occhi sembrava dicesse ‘Mi aa tò età, saltavo i fossi par longo!’. Questo vecchietto mi ricordava Lino Toffolo, con il naso a patata e lo sguardo simpatico e burlone che hanno tutti i veneziani. Un pò come mio nonno Bepi, che era un ragazzo del 99 e ha visto la prima montagna e la prima neve quando, durante la prima guerra mondiale, e venne reclutato giovanissimo.
Il ragazzo africano si è subito alzato sorridendo, cedendo all’anziano signore il suo posto. L’anziano signore allora ha aperto il suo volto in un grande sorriso, tale e quale a quello di Totò in ‘Miseria e Povertà’, ha ringraziato con i suoi occhi grandi il ragazzo di colore, e ha cercato tra la folla qualcuno che avesse necessità di sedersi, finché non ha incrociato lo sguardo di una signora dalla pelle olivastra avvolta in uno Hijab color tortora.
La signora si fece spazio gentilmente tra la gente raggiungendo il suo posto a sedere e regalando un sorriso colmo di gratitudine all’anziano, al ragazzo impacchettato e pure a me, che non c’entravo proprio nulla, ma avevo assistito a tutta la scena imbambolata e sognante, e lei se ne era accorta. Ho ricambiato il sorriso, mi sono guardata attorno: tutti intorno a noi sorridevano.
Pochi metri più indietro una ragazza biondissima, tutta ricci con un violoncello sulle spalle, che aveva tutta l’aria di essere una studentessa del conservatorio, era al telefono con la sua amica. E le raccontava del fidanzato e delle loro mirabolanti avventure durante il loro viaggio in Costa Rica, del mare, della gente sorridente, dei balli in spiaggia e della ‘Pura Vida’. E parlava forte, ma forte forte, dentro alle sue cuffiette, ma non dava fastidio a nessuno perché parlava di cose belle e ci portava nel suo mondo di scoperta e novità.
Proprio davanti a lei una famiglia di turisti americani, mamma, papà e tre figli adolescenti, si raccontavano il loro viaggio tra Verona, Vicenza e Padova e tutte le meraviglie che avevano visto nei giorni precedenti quando all’improvviso l’altoparlante del battello ha esclamato ‘ Fermata Alberoni, Stop Alberoni!’, il ragazzo più piccolo è esploso “What? Stop Maccaroni? Isn’t it cruel?’ e tutti hanno riso: la mamma, il papà, i fratelli e pure tutti noi della Linea 11, che senza falsa modestia, qualche lingua la mastichiamo.
In quel momento il sole si fece spazio tra il cielo bianco e fece splendere il nostro battello. I raggi luminosi entravano dalle grandi vetrate ed il pulviscolo sospeso divenne polvere fatata che, accarezzandoci dolcemente, ci aveva trasportato in un mondo incantato. Pura magia. Il momento perfetto in cui il tutto è in armonia, dove non esistono spintoni ed insulti ma solo gentilezza. Una convivenza affettuosa tra persone che non si conoscono ma che rispettano il prossimo e la sua originale storia personale. Un momento in cui nessuno era risucchiato dentro alla sua vita virtuale e plastificata ma assaporava il momento, il ‘qui e ora’, la vita.
Un vero e proprio miracolo che ho visto con i miei occhi e che voi avete ascoltato con le vostre orecchie. Ne siete coscienti?
É successo davvero nella durezza dei nostri giorni, nella pressione continua a cui ci abbassiamo ogni giorno, a scuola, in ufficio, a casa con i nostri cari, andando al lavoro in macchina agli incroci assassini.
É successo che tutta la rabbia si fermasse un momento e che l’energia si tramutasse e che tutto il buono che c’era si espandesse e moltiplicasse e che noi ne fossimo consapevoli. Dentro alla Linea 11, quella mattina, nel bel mezzo nella laguna veneziana, ci si sorrideva, ci si comprendeva, ci si voleva bene. E l’abbiamo sentito tutti, io, il ‘vecio’, il ragazzo africano, la musicista riccia, gli americani e gli altri passeggeri.
Magari state pensando che mi sono inventata tutto e che questo momento non è mai stato vissuto, ma io ve lo ribadisco: il miracolo l’ho visto con i miei occhi. Il miracolo di una vita vissuta in accordo con quello che ci circonda e che può succedere a tutti noi solo se provassimo a sentire con il cuore, sintonizzandoci sulla frequenza dell’amore.
Foto e racconto riscritto da Anna Diletta Daffan sul testo originale di Alberto Infelise 'Miracolo di Natale sul 18'.