Didi_heide

Didi_heide Vivo, scrivo, faccio foto.

Guidando si fanno incontri inimmaginabili, gonfi di incredulità. Ci si racconta storie mirabolanti, a noi stessi intendo...
10/01/2024

Guidando si fanno incontri inimmaginabili, gonfi di incredulità. Ci si racconta storie mirabolanti, a noi stessi intendo, e il più delle volte siamo certi che proprio quelle storie che ci raccontiamo siano verità assoluta. Succede spesso. Avevo una conoscente che vedeva tutti cornificarsi: “Ho visto Caio che baciava Tizia.. si si… era lui, sono sicura al limone.. no, no, acida sarai tu, non capisci, li ho visti, erano loro!” Ma come fai in macchina con pochi secondi di tempo a disposizione a scattare nel tuo cervello un fermo immagine che sia perfettamente in linea con la realtà? E insomma, alla fine, Caio non era Caio ma era Sempronio e Tizia non era Tizia ma era Sempronia e guarda un pò non era moro, ma era biondo e non stavano limonando, ma si stavano abbracciando e no, non erano amanti ma fratello e sorella, Sempronio e Sempronia appunto.
Ecco, ma non è che io sia esente da queste ‘fantasie reali’. anche io, come tutti gli esseri umani (anche tu, sì), vedo cose, vedo gente, ma soprattutto mi racconto storie tipo questa qui.
Ho incrociato un Fiorino bianco da lavoro. Dentro c’era una donna di una certa età con gli occhiali grandi e tondi e dietro di lei, un pannello divideva i due posti guida dalla parte posteriore. Sono sicura di aver visto attrezzi appesi a quel pannello come succede nelle officine. Sicuramente c’era un giratubi e una serie di cacciaviti e pinze. La donna avevo un copricapo, in prima battuta identificato come un asciugamano grigio. Ma asciugamano non era, forse erano capelli ma cosa dico, era un soggolo, ovviamente un soggolo con un manto da testa: una suora, c***o, una suora, perdindirindina! Lo giuro. L’ho pure vista due volte. Una suora meccanico. La conoscete?

Arcangelo Sassolino   #2023 📍 Mostre in Basilica Palladiana 📸 Anna Diletta Daffan
26/12/2023


Arcangelo Sassolino #2023

📍 Mostre in Basilica Palladiana
📸 Anna Diletta Daffan



Miracolo sulla 11Questa mattina ho assistito ad un miracolo, dovete credermi. E se fossi in voi, ci crederei a scatola c...
25/12/2023

Miracolo sulla 11

Questa mattina ho assistito ad un miracolo, dovete credermi. E se fossi in voi, ci crederei a scatola chiusa, senza farmi troppe domande, ascoltando questa mia storia con il cuore senza filarci troppo su, con la testa. Io tutto questo l’ho visto con i miei occhi per davvero, quindi accettate quello che vi sto per raccontare perché è proprio andata cosi.

Se invece non volete credere nei miracoli, chiudete occhi e orecchie e tornate dopo Natale. Ma vi scongiuro, se dentro di voi, nel vostro intimo, in questo preciso istante sentite anche se flebile, il calore di una piccola fiamma, dico, quella leggera e piacevole scarica elettrica che sempre precede le cose belle, bhe, allora, mettetevi comodi e rallegratevi insieme a me.

Me ne stavo venendo al giornale di buon’ora. I miei tacchi risuonavano duri e secchi sui sanpietrini della Piazzetta Vigo, lungo il tragitto verso il molo di Chioggia. Faceva un freddo da morire, non c’era un filo di vento e la laguna era una tavola piatta. L’aria era leggerissima e gelida, il cielo bianco. Stava arrivando la neve sulla Serenissima.

Ho atteso quel che basta per iniziare ad incupire il mio spirito e a divagare con la mente rivolgendo brutti pensieri nei confronti dei mezzi pubblici, ma alla fine la Linea 11, che collega Chioggia a Venezia, è arrivata silenziosa.

La Linea 11 non è un semplice battello, è un trattato su questo secolo. Collega la nostra laguna, tutte le sue isolette, le lingue di terra strette strette in mezzo all’acqua e la sempre magnifica Venezia. La gente sale, scende, corre, si affanna, dorme, mangia, piange, vive e muore lì dentro. Insomma si porta dentro tante vite. Quelle dei mie figli, per esempio, quando andavano a scuola e poi all’università, i loro amici e compagni. Un numero di cinesi, tutti uguali all’apparenza, che hanno acquisito metà delle attività turistiche della zona. Ma anche immigrati di ogni lingua con i loro mazzi di rose rosse e accendini. E poi le nonnine con i sacchetti e i trolley che tutti i giorni vanno al mercato perché la spesa ‘grossa’ a Venezia non la si fa e si compra di giorno in giorno quello che si cucina e si mangia. Operai, politici, camerieri, cuochi, interpreti, artisti, autisti di barche e tanti, ma dico tanti, turisti da tutte le parti del mondo, pelli chiare e scure che mi mescolano tra loro con lingue e accenti diversi, vestiti tipici e modi di fare. Ed infine gli adolescenti con i risvoltini ai jeans, fantasmini come calzini e scarpe da ginnastica a Dicembre contrapposti ai cappottoni con il collo in pelliccia delle signore bene.

Sono salita e ho preso posto in piedi. Il battello era già colmo. Di fronte a me un ragazzo africano, seduto composto che teneva sulle ginocchia un bel regalo di Natale avvolto in una appariscente carta da bambino. Arrivati alla fermata di Pellestrina è salito un anziano, un ‘vecio’ con la pelle abbronzatissima che strideva con il pallore del cielo. Le sue rughe erano profonde. Solo a guardarlo negli occhi sembrava dicesse ‘Mi aa tò età, saltavo i fossi par longo!’. Questo vecchietto mi ricordava Lino Toffolo, con il naso a patata e lo sguardo simpatico e burlone che hanno tutti i veneziani. Un pò come mio nonno Bepi, che era un ragazzo del 99 e ha visto la prima montagna e la prima neve quando, durante la prima guerra mondiale, e venne reclutato giovanissimo.

Il ragazzo africano si è subito alzato sorridendo, cedendo all’anziano signore il suo posto. L’anziano signore allora ha aperto il suo volto in un grande sorriso, tale e quale a quello di Totò in ‘Miseria e Povertà’, ha ringraziato con i suoi occhi grandi il ragazzo di colore, e ha cercato tra la folla qualcuno che avesse necessità di sedersi, finché non ha incrociato lo sguardo di una signora dalla pelle olivastra avvolta in uno Hijab color tortora.

La signora si fece spazio gentilmente tra la gente raggiungendo il suo posto a sedere e regalando un sorriso colmo di gratitudine all’anziano, al ragazzo impacchettato e pure a me, che non c’entravo proprio nulla, ma avevo assistito a tutta la scena imbambolata e sognante, e lei se ne era accorta. Ho ricambiato il sorriso, mi sono guardata attorno: tutti intorno a noi sorridevano.

Pochi metri più indietro una ragazza biondissima, tutta ricci con un violoncello sulle spalle, che aveva tutta l’aria di essere una studentessa del conservatorio, era al telefono con la sua amica. E le raccontava del fidanzato e delle loro mirabolanti avventure durante il loro viaggio in Costa Rica, del mare, della gente sorridente, dei balli in spiaggia e della ‘Pura Vida’. E parlava forte, ma forte forte, dentro alle sue cuffiette, ma non dava fastidio a nessuno perché parlava di cose belle e ci portava nel suo mondo di scoperta e novità.

Proprio davanti a lei una famiglia di turisti americani, mamma, papà e tre figli adolescenti, si raccontavano il loro viaggio tra Verona, Vicenza e Padova e tutte le meraviglie che avevano visto nei giorni precedenti quando all’improvviso l’altoparlante del battello ha esclamato ‘ Fermata Alberoni, Stop Alberoni!’, il ragazzo più piccolo è esploso “What? Stop Maccaroni? Isn’t it cruel?’ e tutti hanno riso: la mamma, il papà, i fratelli e pure tutti noi della Linea 11, che senza falsa modestia, qualche lingua la mastichiamo.

In quel momento il sole si fece spazio tra il cielo bianco e fece splendere il nostro battello. I raggi luminosi entravano dalle grandi vetrate ed il pulviscolo sospeso divenne polvere fatata che, accarezzandoci dolcemente, ci aveva trasportato in un mondo incantato. Pura magia. Il momento perfetto in cui il tutto è in armonia, dove non esistono spintoni ed insulti ma solo gentilezza. Una convivenza affettuosa tra persone che non si conoscono ma che rispettano il prossimo e la sua originale storia personale. Un momento in cui nessuno era risucchiato dentro alla sua vita virtuale e plastificata ma assaporava il momento, il ‘qui e ora’, la vita.
Un vero e proprio miracolo che ho visto con i miei occhi e che voi avete ascoltato con le vostre orecchie. Ne siete coscienti?

É successo davvero nella durezza dei nostri giorni, nella pressione continua a cui ci abbassiamo ogni giorno, a scuola, in ufficio, a casa con i nostri cari, andando al lavoro in macchina agli incroci assassini.

É successo che tutta la rabbia si fermasse un momento e che l’energia si tramutasse e che tutto il buono che c’era si espandesse e moltiplicasse e che noi ne fossimo consapevoli. Dentro alla Linea 11, quella mattina, nel bel mezzo nella laguna veneziana, ci si sorrideva, ci si comprendeva, ci si voleva bene. E l’abbiamo sentito tutti, io, il ‘vecio’, il ragazzo africano, la musicista riccia, gli americani e gli altri passeggeri.

Magari state pensando che mi sono inventata tutto e che questo momento non è mai stato vissuto, ma io ve lo ribadisco: il miracolo l’ho visto con i miei occhi. Il miracolo di una vita vissuta in accordo con quello che ci circonda e che può succedere a tutti noi solo se provassimo a sentire con il cuore, sintonizzandoci sulla frequenza dell’amore.

Foto e racconto riscritto da Anna Diletta Daffan sul testo originale di Alberto Infelise 'Miracolo di Natale sul 18'.

L'Amore ❤️🔱Piazza del Nettuno, Bologna.
05/11/2023

L'Amore ❤️🔱

Piazza del Nettuno, Bologna.

Lui guardava innamorato la coppa di ceramica bianca come fosse l'amore della sua vita. Il ricongiungimento di un idillio...
02/11/2023

Lui guardava innamorato la coppa di ceramica bianca come fosse l'amore della sua vita. Il ricongiungimento di un idillio lontano, mai assopito. Nemmeno un 'grazie' al cameriere che con professionalità, forzando il braccio sinistro dietro la schiena diritta, gli aveva adagiato la coppetta davanti.
Lui era un signore dal borsalino nero che copriva i capelli altrettanto neri dal taglio maschile di media lunghezza. Vestiva un cappotto nero con bottoni neri, pantaloni di fustagno lisci e neri con ai piedi scarpe di pelle nera.
Quell'ammasso di nero faceva a c***otti con il suo sguardo giovane, fresco di occhi sprizzanti d'eccitazione, pieni di semplice avidità come solo un bambino potrebbe lasciar trasparire.
Stava occupando uno dei tanti tavolini vuoti posti all'esterno del ristorante e, mentre lo stesso cameriere mi portava dei fumanti tortellini in brodo, pensavo che probabilmente stavo mangiando troppo e che forse, delle tigelle e della mortadella e dello squacquerone e delle crescentine, potevo farne a meno.
Aveva ragione Lui.
Sotto a quel nero travestimento, non aveva pensato a fare la cosa giusta e se farla prima, dopo o nient'affatto.
Senza passare attraverso tagliatelle al ragù, gramigna alla salsiccia e cotoletta alla petroniana, Lui aveva unicamente scelto: "Tiramisù, please.."

Perché sparare?Il mio trisnonno era un soldato e il suo grande tesoro era il fucile. Il mio bisnonno possedeva quel fuci...
27/07/2023

Perché sparare?

Il mio trisnonno era un soldato e il suo grande tesoro era il fucile.
Il mio bisnonno possedeva quel fucile di suo padre e poi anche altri che poi sono stati ereditati dal mio nonno il quale ne ha comperati di nuovi e poi a seguire mio padre che nella cassa di sicurezza ce li ha tutti, compresi quelli che si è conquistato lavorando. E poi ci sono io che, sì i fucili sono belli soprattutto quelli del nonno bis tutti intagliati nel legno e molto eleganti, ma di sparare non se ne parla nemmeno.
Questi fucili li appenderei per la canna al soffitto lungo il muro in sala da pranzo in ordine di appartenenza, dal più vecchio al più moderno.
Una specie di mappa di famiglia, un albero genealogico di ferro, legno e polvere da sparo, perché sicuramente dentro a questi attrezzi ci saranno i rimasugli degli scoppi che hanno colpito qualcosa o qualcuno o qualcosa e qualcuno insieme, traforando carne e tessuto e materia in qualche parte del mondo.
E quel piccolo museo di fucili potrebbe essere anche una mappa vera e propria composta metro per metro dalla quantità di passi fatti dai miei antenati con le armi in spalla ad inseguire un cervo, un cinghiale, un fagiano, un roditore da arrostire o un uomo. C’hai mai pensato?
Quante mappe si nascondono sotto a dei fucili?
Pure la mappa delle mani che li hanno imbracciati, le impronte delle dita che hanno premuto i grilletti provocando eccitazione, aspettativa e morte.
Perché te lo sei mai chiesto cosa fai quando spari? Apri un varco nel sangue. Lo sai?
Puoi sparare anche le parole. Quelle le puoi sparare senza senso, senza cattiveria, senza una ragione, senza un sentimento e cosa fai? Apri varchi, ancora. Negli altri. Si può morire in molti modi. Dissanguarsi a parole.
Quindi ecco, ti chiedo: perché sparare?
Io preferisco di gran lunga essere la pecora nera che appende i fucili come salami e scrive parole per spararle sì, ma verso il cielo, come fuochi d’artificio che rischiarano la notte, un bel botto, tutti che ridono e la musica che va a palla.

Grazie a Bianca sempre la parola giusta al momento giusto, sempre la proposta giusta al momento giusto. 🙏🏻
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