Pietro Rocco Bradascio - Videography and Photography

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VIDEOGRAPHY & PHOTOGRAPHY
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My latest video-production for Forto. A two-minute video summary on the importance of Global Trade. Enjoy!
09/01/2021

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This is "Forto: why we are in business" by Tanguy Vidal on Vimeo, the home for high quality videos and the people who love them.

Only lovers left alive•Sottile sottile il tramonto di Novembre, freddo ma socievole.Chiaro chiaro il rosa che sghignazza...
08/11/2020

Only lovers left alive

Sottile sottile il tramonto di Novembre, freddo ma socievole.

Chiaro chiaro il rosa che sghignazza fra rami corti corti, troppo corti e disadorni contro il piano più basso del cielo, appena dietro alle teste dei palazzi.

Piatta piatta l'acqua sporca del fiume, a volte nera, a volte a macchie, a tratti a forma di sopracciglio perplesso.

Poche poche le foglie secche galleggianti, forme a caso, tanto petalo irriconoscibile quanto dito perso da un vecchio ca****re.

Lento lento il giorno, o il pomeriggio, o una notte eccitata che spinge forte forte i frangiflutti, che se ne stanno lì fermi fermi.

C'è un lume lontano lontano, forse luce di una barca viva, forse il riflesso di un bacio nello specchio di due amanti, il nodo stretto stretto tra visibili e invisibili.

Scure scure le mie gambe dondolanti un po’ sospese, e le gru sulla riva che le guardano curiose.

Fisso cosa? Cose che non ci sono. Piccolo asteroide caduto per errore? Piccolo piccolo, troppo piccolo perché faccia danno, troppo leggero perché formi una voragine. Solo solo e un po’ amaro, come quel sorriso involontario del risveglio mentre ci si strofina gli occhi.

Comune giorno di un anno qualsiasi, insignificante. Vertigini e nausea nelle distanze, troppe distanze. Urlo forte forte, nessuno ascolta. Chi si ama, chi finge, chi indossa gli occhiali da sole. Lunga lunga la curva, fosca e perversa, strada chiusa senza uscita. Solo gli amanti sopravvivono.

Alla fine della conversazione mi sentivo particolarmente soddisfatto: non mi aveva chiesto quanti anni avessi. Anzi, non...
27/08/2020

Alla fine della conversazione mi sentivo particolarmente soddisfatto: non mi aveva chiesto quanti anni avessi. Anzi, non ero semplicemente soddisfatto. Ero inaspettatamente sorpreso. Così sorpreso che mi sentii improvvisamente a disagio e, nel solito, inevitabile tentativo di auto-sabotarmi, col pensiero provai a ripercorrere la lunga telefonata, durante la quale era chiaramente successo di tutto: si era alzato il vento, aveva cominciato a piovere, avevo sentito per la prima volta sia il verso di un cigno, sia un ufficiale e prolisso discorso di rimprovero in tedesco da parte di una maestra a un gruppo di bambini schiamazzanti.
Il lago cominciava a incresparsi ed io avevo mal di gola. Senza una precisa ragione pensai che avrei dovuto bere di meno. Poi pensai di nuovo alla conversazione, ai complimenti lucidi, al discorso sull’importanza dello spirito di gruppo e al suo spavaldo accento francese. Mi accorsi che ci avevo messo più di un’ora e mezza.
Credevo di avere la febbre. Sentivo che la fase di decompressione era iniziata e in fin dei conti c’ero abituato. In una situazione così surreale fui subito tentato di sedermi sulla panchina per il resto del pomeriggio. Non avevo più niente da perdere. Senza rendermene conto avevo anche inconsapevolmente smesso di disintegrare la mia autostima, che impavida tentava costantemente di farsi strada verso la cima del burrone con delle corde di sabbia e acqua.
Intanto fissavo l’orizzonte in lontananza. Non era la semplice libertà suggerita dall’abbondanza di spazio. Era la capacità di vedere con i miei occhi una moltitudine di possibili deviazioni, perfettamente illuminate dai raggi del sole, probabilmente incerte, ma nitide e attraenti. Lunghe a perdita d’occhio, come l’ispirazione di quella grande pozzanghera di vecchi rimpianti nel tempo divenuti possibilità, banchi di rivalsa.
C’era coraggio davanti a me. E mi baciava.

Li osservammo uscire dai loro ripari, avanzare sospettosi, quasi stessero vedendo il mondo per la prima volta. Ognuno di...
21/08/2020

Li osservammo uscire dai loro ripari, avanzare sospettosi, quasi stessero vedendo il mondo per la prima volta. Ognuno di loro pareva ignorare gli altri, si teneva basso nella radura, così basso che sembrava volesse abbracciare il terreno per assorbirne informazioni e istinti.
La luce della controra esacerbava il contrasto delle loro sagome scure, tradiva il silenzio della loro prudenza, ne rendeva i movimenti ingenui e prevedibili. una coreografia di pezzi di roccia nera in un liquido denso, caldo e dorato.
Fummo certi che non potessero vederci o avvertire la nostra presenza.
Si spostavano ordinatamente, mantenendo la stessa distanza l’uno dall’altro, un’invisibile scacchiera di vita e di morte, sulla quale stranamente danzavano, si attraevano e subito dopo, guardandosi, di nuovo si allontanavano.
L’aria faceva sentire tutto il peso del suo occhio trasparente, la spietatezza del suo giudizio, le gravità della sua incombenza.
Mancava poco alla linea di confine che solo noi potevamo vedere. Troppo poco. Quel lasso di tempo microscopico si dilatò nella mia mente disperata, dubbiosa e già dolorosa.
Il fluido fiume di lava dorata avanzò e, dopo che l’ultima sagoma nera fu passata attraverso il confine invisibile, udii il sinistro cigolio del detonatore che veniva premuto.

La scacchiera è un’illusione, un mucchio di particelle complementari inanimate e tenute insieme dal solo capriccio della simmetria. Un’orbita senza fine di percorsi razionali che precipitano nell’irrazionalità.
Esplode nella sordità di un rumore gigantesco l’ultimo percettibile frammento di buon senso, nella negazione e nella spaventosa consapevolezza dell’irreversibilità del tempo. Così, mentre i due ballerini scompaiono in lacrime dietro le quinte, il pavimento dorato sotto i loro piedi si scioglie, crepitando all’infinito nella parte più buia delle nostre odiose menti soddisfatte.

Chiusi la porta e me ne allontanai, come se stessi allontanandomi dalla battigia proprio nel momento in cui la cresta de...
19/04/2020

Chiusi la porta e me ne allontanai, come se stessi allontanandomi dalla battigia proprio nel momento in cui la cresta dell’onda, calmatasi, si ritira accompagnata da un vanitoso scintillio del sole. C’era insicurezza nei miei passi, un’insicurezza fangosa, come radici vive che mi afferrassero le gambe, come terrore di un preludio di rimorso.
Già pensavo all’ombra che mi attendeva. Con l’indomabile potenza della mia mente già disegnavo un’autocondanna esemplare, sottoscrivevo un errore fatale prima ancora di poter anche soltanto commetterlo.
I sensi di colpa furono i primi a manifestarsi e affollarsi, come interi popoli al porto in attesa di navi in attracco.
Passai in rassegna le mie ultime possibilità, la quantità di fiato che mi restava, il tempo residuo a mia disposizione, prima che legioni sconosciute mi catturassero e mi gettassero in prigione.
Come ampiamente previsto, il panico giunse ed io lo assaporai, dal principio all’epilogo, a bocca aperta, stremato, vittima consapevole di quell’insensata flagellazione.
Eppure c’ero riuscito e ci misi poco a rendermene conto. Avevo chiuso la porta e me ne ero allontanato senza cedere alla mano vellutata dell’esitazione che per tutto il tempo aveva provato a scendere sotto l’altezza del mio gonfio ventre.
Come un amplesso doloroso, come una battaglia pugni contro spade, guadavo il venefico fiume della rinuncia e, finalmente fiero, volgevo lo sguardo al sentiero limpido e ben illuminato davanti a me. Finalmente fiero marciavo a grandi passi, a capo dell’esercito di tutti i miei piccoli e grandi demoni.

Ho trascorso l’intera giornata a respingere una sfera di disagio che premeva contro la spalliera della mia sedia. Io fis...
16/04/2020

Ho trascorso l’intera giornata a respingere una sfera di disagio che premeva contro la spalliera della mia sedia. Io fissavo il desolato spazio del tavolo davanti ai miei occhi, concentrato, preoccupato, incapace di distinguere forme e colori. Allora cominciavo a pensare di chiedere aiuto, poi cambiavo subito idea perché temevo di non essere in grado di emettere suoni. Quindi chiudevo gli occhi per qualche secondo, mentre la sfera dietro di me spingeva ancora più forte e io, miserabile, fingevo di non essere mai andato a dormire e di essere fermo e in attesa, in coda a uno strascico di veglia: l’unico modo per allontanare quelle strane paure per un po’ e provare a tornare a discernere quello che stava realmente accadendo nel desolato spazio del tavolo davanti ai miei occhi.
Sono o non sono un disperato, un lupo dal pelo lucido e scuro che ruggisce ottimismo, poi piange ogni notte alla luce di una luna giudice, lattiginosa e fuorviante, mentre la foresta scorre, ruota su se stessa, ride, fugge, quasi come se io, lupo, fossi l’ultima forma di vita accasciata su una lastra di ghiaccio, sottile e luminosa, protesa senza fine sull’orlo della cascata al termine di un pianeta piatto e spietato.

In queste stanze tutte uguali la luce cambia poco durante il giorno. La mia mente percorre un sentiero liquido e non mi ...
14/04/2020

In queste stanze tutte uguali la luce cambia poco durante il giorno. La mia mente percorre un sentiero liquido e non mi aiuta a esorcizzare questa sensazione d’immobilità che qualcuno, osando, chiamerebbe prigionia.
Ti penso in tutti i momenti di tregua da quei flussi di coscienza. Mi riempie di calore sentire l’esigenza del tuo tocco, del tuo sguardo indiretto e del tuo improvviso comparire alle mie spalle, come passi lontani e poi immediatamente vicini.
T’immagino sorridere mentre fingi di non ascoltare i miei soliloqui, i capricci inquieti della mia furiosa indecisione quotidiana.
T’immagino mentre ti prepari a un bacio in qualche altra stanza, e allora io mi metto a cercare parte della tua ombra che fa capolino dalle porte.
Il silenzio ci tiene vicini, amore mio. Ci legittima e ci consente di vedere la nostra passione per qualche istante, di tanto in tanto, come attorno a un focolare, e di scegliere il modo per tenerla in vita fino alla prossima, ipotetica, imprevedibile stagione.
Il silenzio ci descrive, amore mio, entra in qualche modo nei nostri pensieri.
Ti penso per l’ultima volta, stasera, mentre giaccio disteso e osservo quel sottile spazio virtuale che è sospeso appena sopra il mio corpo, lo avvolge, ed è in costante attesa della tua pelle intensa. Ti penso mentre assorto mi chiedo quale sia il colore dei tuoi occhi, la forma delle tue labbra, l’effetto della tua mano che sussulta e si posa appagata sulla mia.

Due finestre per guardare meglio il cielo e le altre finestre.Due sedie per cenare insieme e spostarsi a piacimento into...
04/04/2020

Due finestre per guardare meglio il cielo e le altre finestre.
Due sedie per cenare insieme e spostarsi a piacimento intorno al tavolo.
Due cuscini per sentire la mancanza di qualcuno e poi spostarsi e sentire la mancanza di se stessi.
Due bicchieri per averne sempre uno da riempire.
Due lampade per illuminare angoli subalterni in momenti diversi, per essere visti meglio e per tenere il buio il più possibile vicino al soffitto, dove nessuno trascorrerebbe la notte.
Due libri per leggerne uno fra le righe dell’altro.
Due specchi affinché la verità sia necessariamente riflessa.
Due orologi per ignorare il tempo e crogiolarsi nell’incantevole confusione di due paia di lancette che non gireranno mai all’unisono.
Due chitarre per far sì che né ritmo né melodia passino di moda.
Due fuochi per non dimenticare di cercare e riconoscere le simmetrie anche da molto lontano.
Due occhi per scorgerne altri due e in essi scoprire segreti di cui ci si vergogna silenziosamente.
Due mani per stringerne altre due e liberare nel tatto tutte le proprie emozioni frustrate, tutto il delicato bisogno di contatto, tutta la disperazione di questa strana sterilità della pelle, questa sua impermeabilità, tutto il docile richiamo mancato di un abbraccio appagante, tutta la vibrazione sessuale, tutto il sorriso degli organi, tutto quello dei muscoli quando si contraggono incontrando altri muscoli.
Due labbra per pronunciare parole che mai si pronunciano, per dare voce a energie prigioniere, promesse taciturne, distanze forzate, amori sempre e comunque disperati.

Mi sono addormentato con la luce ancora accesa dietro di me, certo di chiudere gli occhi sul tuo volto distante, ma nell...
01/08/2019

Mi sono addormentato con la luce ancora accesa dietro di me, certo di chiudere gli occhi sul tuo volto distante, ma nell’inganno della notte ho percepito una solitudine tangibile, assoluta, e il ricordo impreciso di bellissime parole digitate più per necessità che per sentimento. Ho inseguito da molto lontano i ronzii fuggiaschi sui balconi nell’oscurità, ho cambiato direzione adescato dal tramestio di segnali acustici, numerosi più degli schiocchi di vecchi baci copiosi come tempeste di fine primavera. Ho lasciato che il desiderio mi attraversasse e sapesse di tutti i miei segreti, mi accarezzasse come farebbe la veglia in quegli impercettibili momenti in cui diviene sonno.
Tuttavia mi risveglio imperlato di sudore sfuggendo all’ultimo spasmo di soffocamento. Annaspo verso il dispotico sole che sbraita attraverso le irruenti fenditure delle tapparelle, e cerco, un po’ annichilito, la traccia della tua pulsante presenza. A un passo dalla consueta disillusione, la mia ingenua poesia lentamente si sgretola come le ali di una farfalla nella sua ora e diviene pulviscolo silenzioso in controluce.
Il mio ultimo sorriso è di un fiore in un campo di fiori, istericamente felice, che si dimena trattenuto dal gambo. Che ha visioni di amori perduti prima che vissuti. Che vive la sua breve vita privato della salvezza del contatto fisico. Che oscilla sopra alla sua ombra, che pure a volte lo abbandona secondo le ore del giorno e il capriccio delle stagioni.
Prima di un altro freddo giorno d’agosto, il mio ultimo sorriso si specchia, patetico e slavato, in uno schermo scuro, inodore, sterile come l’assenza del tuo petto dietro la mia schiena mentre inerme mi lascio andare.

Potreste provare a combattare il caldo previsto per sabato sera venendo al Castello Caracciolo di Sammichele per visiona...
07/06/2019

Potreste provare a combattare il caldo previsto per sabato sera venendo al Castello Caracciolo di Sammichele per visionare foto che ho scattato mentre gironzolavo per la Corea, New York, Santeramo, Taiwan, Altamura e probabilmente anche Bristol, se non vado errato. Ah e sta pure Bari. In omaggio a tutti gli avventori, bottiglie di plastica vuote dell'acqua Sant'Anna fino a esaurimento scorte (la mia coinquilina non gradisce la presenza di plastica in casa). Anche dei baci sui capelli, eventualmente.

META - Mercato della Terra e delle Arti

META | 8 giugno 2019 - GLI ARTISTI
📸MOSTRA FOTOGRAFICA DI Pietro Rocco Bradascio - Videography and Photography
Ritratti, momenti di vita quotidiana, emozioni nascoste in immagini apparentemente "ordinarie": un viaggio in scatti, che vi aspetta al META, nel giardino di Castello Caracciolo, a Sammichele di Bari.
Non perdetevelo!

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"[...]Il silenzio improvviso di alcuni strumenti musicali coincise con l’affastellarsi di persone giù verso il tronco, v...
05/06/2019

"[...]Il silenzio improvviso di alcuni strumenti musicali coincise con l’affastellarsi di persone giù verso il tronco, verso la pitë. Il mormorio mutò registro e gli allegri gridolini si fecero epitaffio vocale per l’abete, sacrificato e destinato a testimoniare l’orgoglio e il verace senso di tradizione che d’istinto era tramandato durante il susseguirsi di quegli istanti. Uomini, donne, vecchi, giovani si distribuirono lungo i tiranti, zaino in spalla, mentre i loro compagni si preoccupavano di somministrargli vino. Il sentiero parve illuminarsi e sollevarsi, fumoso, eccitato eppure timoroso, quasi contrito, striscia di mare caldo pronto ad accogliere l’abete divenuto imponente drakkar di montagna, in bilico prima dell’oceanica discesa. I due vogatori sul dorso del tronco si sbracciavano e sbraitavano, imprecavano e davano indicazioni.
Iamusinnë!
Era ora di partire.

E così la pitë salpò con un rombo, fiera e maestosa, imponente nume portatore delle anime dei suoi galeotti, circondata da un alone denso di polvere e urla schiumose come onde marine.[...]"

Trovate il resto del racconto qui:
http://www.quandoarriviscrivi.it/2019/06/03/odissea-di-un-abete-bianco/

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Berlin
12101

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