30/08/2026
“Bisogna fotografare quello che si pensa, non quello che si vede” …
Parlare di Franco Fontana significa parlare di uno sguardo capace di trovare nel paesaggio linee, geometrie ed equilibri inattesi. E poi il colore: rossi, verdi, gialli, azzurri profondi che diventano forma, spazio, emozione. Attraverso l’inquadratura Fontana cercava ciò che esisteva già, ma non avevamo ancora visto. Fotografare diventava così un atto di sottrazione: togliere il superfluo per far emergere l’essenziale.
“Da Modena, uno sguardo sul mondo” …
nato a Modena nel 1933, si avvicina da autodidatta alla fotografia all’inizio degli anni Sessanta. Mentre il bianco e nero domina la fotografia d’autore, Fontana sceglie il colore e ne fa il centro della propria ricerca. Tra gli anni Sessanta e Settanta il suo linguaggio diventa riconoscibile: campi, colline, strade, muri e cieli si trasformano in superfici cromatiche, linee e geometrie. Il paesaggio resta reale, ma attraverso il suo sguardo diventa altro. Le sue fotografie entrano nelle collezioni di importanti musei internazionali e vengono esposte in Europa, Stati Uniti, Giappone, Australia e molti altri Paesi. In una lunga carriera pubblica oltre settanta libri e partecipa a centinaia di mostre.
“Fotografare è scegliere” …
la grandezza di Fontana sta anche nella semplicità apparente delle sue immagini. Davanti a un paesaggio sapeva osservare e scegliere: un orizzonte diventava una linea, una collina una superficie, una strada un segno. Non inventava la realtà: la riconosceva. L’immagine nasce da ciò che includiamo e, soprattutto, da ciò che lasciamo fuori. La sua ricerca si estende oltre il paesaggio, dall’architettura al n**o, dalle città alle ombre, dalla figura umana alla Polaroid. Lavori come Terra da leggere, Skyline, Paesaggio urbano, Presenzassenza, Fullcolor e Polaroids raccontano un percorso sempre fedele alla ricerca di luce, forma, colore e spazio.
“Quello che resta” …
l’eredità di Franco Fontana non è uno stile da imitare. Fermarsi ai campi colorati, agli orizzonti essenziali o alle geometrie urbane significherebbe restare in superficie. La sua lezione è più profonda: trovare una visione propria. Guardare un luogo già fotografato mille volte e cercare ciò che ci appartiene; togliere invece di aggiungere, aspettare la luce, dare peso a una linea, a un colore, a uno spazio vuoto. Ogni volta che portiamo la macchina fotografica all’occhio scegliamo quale parte del mondo raccontare. Franco Fontana ci lascia colori, geometrie, ombre e paesaggi ridotti all’essenza. Ma soprattutto una domanda che ogni fotografo dovrebbe farsi davanti all’obiettivo: non soltanto cosa sto guardando, ma cosa sto vedendo davvero? È nello spazio sottile tra guardare e vedere che continua a vivere la sua fotografia.
Ringrazio Carmine De Paola per il tributo al grande maestro, venuto a mancare ieri all’età di 92 anni. Ricordo che la FIAF nel 2011 gli ha dedicato un volume monografico collana Grandi Autori Franco Fontana nella Collana Grandi Autori della fotografia contemporanea, curato da Roberto Rossi e Claudio Pastrone. Una sua foto celebre è presente nella Galleria Permanente a Cielo Aperto a Bibbiena, Città della Fotografia.
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