18/06/2026
Ostinatamente ad est – G15
Quarantasette gradi
Ci siamo svegliati presto stamani.
Intorno alle sette eravamo già in moto.
Speravo di mitigare un po’ il caldo ma è stata una pia illusione:
c’erano già trentasei gradi.
La cittadina di Aqrah era deserta, come se la gente — tirato tardi nella chiassosa notte di chiacchiere — ora, rintanata in casa, cercasse di riprendersi dai bagordi.
Stamani ho trovato dei piccoli adesivi sulla mia borsa:
Pokémon o qualcosa del genere.
Come se un bambino ci avesse giocato sopra usandola come una lavagna.
Scendiamo dalla collina, superiamo un paio di posti di blocco.
Il soldato ci ferma ma oggi la parola magica:
“Italian tourist”
sembra funzionare.
Ci mandano subito via senza neppure guardare i passaporti.
Il tragitto è breve:
poco più di cento chilometri per arrivare a Erbil.
Traffico denso e semafori snervanti che spesso ti lasciano cuocere per oltre duecento secondi sulla riga dello stop.
E quando dico cuocere lo dico con cognizione di causa:
oggi il termometro, in mezzo al traffico, ha segnato quarantasette gradi.
Dobbiamo tornare dal meccanico.
La pinza del freno anteriore della moto di Pierfelice continua a non lavorare come si deve.
Attraversiamo la città quando, a meno di un chilometro dall’officina, il mio telefono si surriscalda al punto da smettere completamente di funzionare.
Poco male.
Chiediamo a un tassista di guidarci fino alla meta.
“Eagle Nest”, il Nido dell’Aquila:
un’officina specializzata nella preparazione moto.
Il posto è uno specchio.
Ordine maniacale e pulizia da camera operatoria.
Tra le splendide moto in lavorazione una Ducati Panigale V4 fa bella mostra di sé.
Ma ora è venuto il momento di parlare di Erbil.
Per me forse è più facile partire dalla storia recente.
Oggi è una città sospesa tra:
l’antichissima Mesopotamia,
la geopolitica,
e l’identità curda.
Nel 2014 l’avanzata dell’ISIS arrivò pericolosamente vicina a Erbil.
Per un momento sembrò possibile che il Kurdistan iracheno potesse crollare:
migliaia di profughi,
yazidi massacrati nel Sinjar,
cristiani in fuga.
Oggi la città, nonostante le tensioni con Baghdad, è in pieno sviluppo.
I grattacieli si moltiplicano e le infrastrutture faticano a stargli dietro.
La corrente va e viene lasciando tutti sospesi per qualche istante.
È come quando in cucina apri la porta del forno:
il condizionatore smette di proteggerti e il calore ti investe in pieno volto.
Come vi ho raccontato non abbiamo un piano preciso, pertanto le poche ore rimaste le spendiamo a girovagare per l’enorme bazar.
Quello che impressiona è la quantità incontabile di negozi che vendono oro.
Accanto a ferramenta,
tè,
ricambi,
negozi poverissimi,
esplodono vere e proprie pareti di oro abbagliante.
Qui, più che altrove, l’oro non è soltanto lusso o ostentazione.
È patrimonio familiare,
dote,
sicurezza,
un bene facilmente trasportabile in tempi instabili.
Entriamo in un piccolo bar attratti dalla scritta:
“Caffè italiano”.
Il proprietario parla la nostra lingua.
Ci serve un ottimo espresso e ci racconta di aver lavorato per dieci anni a Bologna prima di aprire qui.
Passiamo una buona mezz’ora a parlare della vita.
Poi, al momento di pagare, non vuole nulla.
“Offro io”, dice, “per il piacere delle chiacchiere.”
Usciamo all’aperto su una piazza frutto di una recente riqualificazione urbana.
Una torre dell’orologio vagamente somigliante a quella di Londra domina lo spazio pubblico.
Ma ciò che colpisce davvero è la contaminazione tra modernità e tradizione.
Locali con grandi narghilè ad acqua dove la gente resta seduta per ore mentre il fumo profumato riempie lentamente l’aria.
Sul viale bancarelle improvvisate, spesso semplici coperte stese a terra, con venditori in abiti tradizionali curdi.
Non folklore:
forse la cosa più autentica che puoi osservare senza arrampicarti sulle montagne.
Tessuti consumati dall’uso,
scarpe impolverate,
mani segnate dal lavoro.
Accanto, il colle artificiale della cittadella domina il centro.
Uno dei luoghi abitati continuativamente più antichi del mondo.
Ma di questo spero di parlarvene domani.
Ora si è fatta l’ora di cena.
E qui la cena è sempre uno spettacolo.
Dal locale più ricco a quello più povero funziona allo stesso modo:
ti siedi, ordini, e il tavolo si riempie immediatamente di cose che non hai chiesto.
Meze, verdure, yogurt, salse, sottaceti, erbe, pane, hummus...
Non devi mai guardare un tavolo vuoto.
È una forma diversa di ospitalità.
Lo spazio si riempie subito e il tempo rallenta.
Stasera abbiamo scelto un ristorante yemenita, più raffinato del solito.
Sapori, spezie, sfumature per me completamente nuove.
E fantastiche.
Bene, si è fatta l’ora di riporre la penna e andare a dormire.
E, come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.