24/07/2026
Ostinatamente ad est – G51
Il tempo che si consuma
Oggi è stata una tappa di rientro. Abbiamo un po' cambiato i nostri piani: domani dovrebbe piovere e abbiamo preferito fare più chilometri possibile sotto il sole.
Pertanto niente visita alla zona archeologica di Pella, dove nacque Alessandro Magno. È la prima volta in quasi due mesi di viaggio che rinunciamo a vedere un luogo.
Ecco che, alla fine, nella vita ritorna sempre il tempo. Il maledetto tempo che si insinua nelle cose e tra i nostri desideri.
Il grande José Mujica diceva:
"Quando compri qualcosa, non la paghi con i soldi. La paghi con il tempo della tua vita che hai dovuto spendere per guadagnare quei soldi. E c'è una differenza: l'unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si consuma."
E ancora:
"Per vivere bisogna avere libertà, e per avere libertà bisogna avere tempo."
È ovvio che oggi c'è un po' di tristezza, ma il viaggio non è ancora del tutto finito e laggiù, in fondo, c'è ancora una curva da esplorare, e poi un'altra, finché ci sarà un alito di vita.
Ieri a Tekirdağ abbiamo mangiato sul molo, in un ristorante sul mare. Era una sorta di friggitoria, con i tavoli così unti che ci potevi condire l'insalata.
All'altezza del mio orecchio avevo il banco del pesce, con sopra una montagna di alici che scintillavano tanto erano fresche, e proprio davanti al naso mi guardava un branzino.
A me piace l'odore del pesce crudo, non mi dà fastidio.
Dico sempre che, quando avrò l'Alzheimer e mi perderò tra i banchi del supermercato, mi piacerebbe sentire un altoparlante che gracchia:
"Attenzione, il bambino Luca si è perso ed è in attesa della sua mamma davanti al banco del pesce."
Rimango sempre colpito dai colori e dai profumi. Ieri è andata un po' così: dovevo scegliere se bere una birra in un ristorante occidentale oppure respirare un po' di vita in uno turco, dove gli alcolici non si vendono.
Ovviamente ho scelto la vita, ma la voglia era forte e ho provato a chiedere:
— Ma mica, per un fortuito caso, avete una bira?
Si pronuncia proprio così, con quella r un po' romana.
Il cameriere ha accennato un sorriso, è sparito lesto e, dopo poco, mi sono visto recapitare sul tavolo una birra vestita da Coca-Cola.
Una sorta di cappuccio di plastica nascondeva la lattina. L'unico sacrificio è stato berla con la cannuccia.
Il locale era un po' così e lo stesso cameriere, nell'appoggiare il vassoio con la montagna di alici fritte, si è accorto che il mio piatto aveva una piccola macchia nera sul bordo. Con naturalezza lo ha preso, l'ha grattata via con l'unghia e, soddisfatto, mi ha riproposto la stessa stoviglia sotto il naso.
Non ho distolto l'attenzione dalle alici, profumate e fumanti. Queste sono quisquilie di scarso rilievo rispetto al contesto.
Sempre ieri, nel tentativo di densificare il tempo, volevamo concederci anche un bagno turco, l'ultimo di questo viaggio.
Avevamo visto che ce n'era uno e non ci siamo lasciati scoraggiare dal quartiere: una strada deserta tra fatiscenti case popolari, vecchie poltrone di stoffa sdrucite lasciate sul marciapiede e i rovi che smangiucchiavano il bordo della strada.
L'hammam era del XVII secolo, bellissimo e da poco ristrutturato. L'inserviente mangiava una çorba in un angolo del bancone. Grassoccio, con un occhio velato dalla cataratta, ti guardava con un'aria poco rassicurante.
Avete presente il brutale Hamidou, capo delle guardie del carcere turco nel film Fuga di mezzanotte? Ecco, entrando mi è tornata in mente proprio quella scena.
Poi, gentilissimo, interrompendo il suo desinare, ci ha chiesto quale trattamento volessimo.
— Massaggio e scrub, ho risposto. Nulla di meno.
Dopo un po', mentre ero sdraiato sul göbek taşı cercando di rilassare il corpo, me lo sono visto riapparire con il peştemal per chiedermi se fossi pronto.
Pronto a cosa? mi sono domandato in silenzio.
Facciamola breve: aveva mani di velluto. Ha rimesso a nuovo la mia povera schiena e, alla fine dello scrub, mi ha cosparso anche di un delicato olio emolliente.
Direi che, nonostante le apparenze, è stato un trattamento fantastico.
Bene, ancora un'ultima cosa da appuntare per la memoria.
Stasera, ormai al calare della luce, mentre cercavo un ristorante nell'abitato di Veria, tra palazzi moderni e quasi nascosta in un avvallamento del terreno, è emersa una piccola chiesa bizantina.
Fu costruita quando la Macedonia era sotto il dominio ottomano e i cristiani dovevano edificare luoghi di culto poco appariscenti.
Ma non è stato l'edificio a impressionarmi, bensì gli affreschi che decoravano il porticato. Il fatto di poterci arrivare a un palmo di distanza.
Nessun vetro, nessuna barriera, nessun custode.
Dopo sette secoli quei santi sono ancora lì, affidati più al rispetto dei visitatori che a sofisticati sistemi di sicurezza.
Naós Anastáseos tou Christoú. La Chiesa della Resurrezione di Cristo.
Se penso a tutte le altre cose che questi luoghi potrebbero ancora donarmi, mi prende quasi lo sconforto. Perché so già che non avrò il tempo di vederle tutte.
Pertanto, seduto al fresco della sera, mi co***lo ritrovando i sapori e le parole che hanno accompagnato la mia vita in Grecia.
Un ouzáki, me fystíkia, un saganaki e un po' di choriátiki.
E come sempre, se tutto è andato bene, allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.