28/08/2026
Sussurrami l’assenza
prima che diventi nome.
Dimmi di ciò che manca
e tuttavia preme,
di ciò che non appare
e pure inclina il mondo,
come te riflessa sul mare
quando nessuno ti guarda.
Parlami della non presenza:
di quella materia sottile
che abita le stanze dopo il passo,
i letti dopo il corpo,
le parole dopo la voce.
Insegnami
la grammatica dell’invisibile.
Spiegami se l’ombra
è davvero sottrazione di luce
o un’altra forma della sua memoria,
se il silenzio è vuoto
o il punto esatto
in cui il suono si raccoglie
prima di tornare.
Sussurrami del mare.
Del suo latino antico,
della sua sintassi di sale,
delle vocali profonde
che la risacca pronuncia
contro gli scogli.
Dimmi delle ombre marine,
delle loro geometrie mobili,
del nero che non è morte
ma profondità,
del fondale che custodisce
ciò che la superficie dimentica.
Dammi la tua bellezza, Luna,
ma non quella docile
che piace ai poeti.
Dammi la parte ustionata,
i crateri,
le collisioni,
la polvere cosmica,
la tua anatomia di ferita.
Insegnami il fascino
di chi non possiede luce
e tuttavia illumina.
Regalami il tuo magnetismo:
quella persuasione senza parola,
quella forza che non tocca
e muove oceani,
corpi, insonnie,
bestie, sangue, calendari.
Curami dagli sbalzi d’umore,
se puoi.
Non farmi diventare una superficie
senza maree.
Insegnami piuttosto
la tua scienza delle fasi,
l’eleganza di diminuire
senza scomparire,
l’arte di essere traccia di luce
senza rimpiangere la pienezza.
Fa’ che io non sia lunatica.
Fa’ che sia lunare.
Che sappia mutare
senza disperdermi.
Che sappia oscurarmi
senza credere al buio.
Che sappia tornare.
E quando sarò appena un margine,
una sillaba di luce
sul nero smisurato,
ricordami questo:
anche ciò che non si vede
continua a esercitare
la propria gravità.
Claudia Scavone
28 agosto 2026