Peaks & Pics - Le Fotografie di Fabrizio Penso

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El Caregòn del Padreterno 👑❄️Sul Col de la Puina il tempo si ferma e il Pelmo si erge come un gigante di pietra che cust...
04/11/2025

El Caregòn del Padreterno 👑❄️

Sul Col de la Puina il tempo si ferma e il Pelmo si erge come un gigante di pietra che custodisce segreti antichi, ricordandoci di quanto siamo piccoli su questa terra.
"Il Pelmo si alza come un enorme altare di pietra" ci racconta Dino Buzzati, scrittore bellunese che è cresciuto all'ombra di questi colossi di dolomia.

📍 Il Pelmo è chiamato "el Caregón del Padreterno” da chi vive nelle vallate vicine: la leggenda narra che Dio stesso lo scelse come “trono” per ammirare compiaciuto la creazione del mondo. Ma non è finita qui: la sagoma del Pelmo visto dal versante cadorino lo fa etichettare come “el capèl del Doge”, per via della somiglianza con il tipico copricapo dei dogi veneziani.

🏔️ Questa montagna è stata la prima vetta dolomitica conquistata dall’uomo: nell’autunno del 1857 l’alpinista irlandese John Ball, partendo da Borca di Cadore, raggiunse la cima in mezza giornata. Un record per allora e che aprì la stagione della conquista delle vette dolomitiche, che dal 1857 al 1867, furono tutte scalate da alpinisti anglosassoni.

⚡ Durante la Grande Guerra, i sentieri su cui oggi “pascoliamo” nascondevano postazioni austriache scavate nella roccia e nel ghiaccio, anche se tutto il comprensorio del Pelmo era fondamentalmente inserito in una linea secondaria del fronte di guerra, dedicata più ai rifornimenti e allo spionaggio - in ogni caso, camminare qui è letteralmente camminare nella storia.

📍 Val di Zoldo × Val Fiorentina Confini che uniscono, non dividono

Un’altra scampagnata da mettere in calendario per quest’inverno, giusto? ❄️👇

La storia di Curon e del Lago di Resia è nota: una zona ideale per ospitare un bacino idroelettrico che diventa un bacin...
25/08/2025

La storia di Curon e del Lago di Resia è nota: una zona ideale per ospitare un bacino idroelettrico che diventa un bacino idroelettrico. Una storia vista molte volte in Italia, dove fino agli '70 del secolo scorso, l'energia idroelettrica era la forma principale di generazione di corrente, nonostante le enormi complessità di costruzione e gestione degli invasi e della distribuzione.

Curon Vecchio era lì, in mezzo ad una vallata poco profonda e dedita prevalentemente alla pastorizia, con circa 500 anime. Le condizioni ideali per la Montecatini per procedere con la costruzione di una diga. L'avventura legale del Vajont ha insegnato che sugli espropri non serve trattare e in più non c'è tempo da perdere: l'Italia ha fame di energia, ma senza i soldi svizzeri nessun progetto sarebbe mai partito. Ed ecco che gli Svizzeri finanziano copiosamente l'opera in cambio di un usufrutto di molti decenni. E quando gli svizzeri ci mettono i soldi, bisogna correre. Ecco che in poco tempo, dal 1943 al 1949, si espropria tutto, si demolisce tutto, si costruisce la diga e la centrale collegata e si inonda il nuovo invaso. Nel 1950 la conformazione del territorio è definitiva, così come la vediamo oggi.

Fin qui, sembra una storia con un finale negativo: certo per le 72 famiglie che hanno dovuto sgomberare casa, perdere i terreni e ricostruirsi una vita il finale è negativo, ma nell'assieme questa storia ha più risvolti positivi. Innanzitutto l'ambiente è stato alterato, ma a differenza del Vajont non si è voluto esagerare: non c'è stata alcuna sfida alla natura.
In più, dal punto di vista economico, i benefici per l'Alta Val Venosta sono stati indubbiamente notevoli, passando da una zona a vocazione agricola di scarsa rilevanza, a zona turistica di ampia notorietà.

Anche qui l'overtourism si fa sentire, soprattutto per colpa dei "viaggi della speranza" che portano pullman carichi di insensibili turisti mordi e fuggi a fare una foto al campanile in acqua, un selfie per i social e via verso casa, a 5 ore di strada.

Assurdo. Da vietare. Perché in realtà la zona offre una visione turistica più slow e umano-centrica, evitando di dare la sensazione di sfruttamento sia del turista, sia del luogo. Sui sentieri si incrocia poca gente, e tutti ci si saluta: la stessa cosa che provavo da giovane in altre parti che ora sono totalmente depredati dal punto di vista turistico.

Dal silenzio ai selfie: come abbiamo distrutto la montagna per un pugno di like.È di qualche giorno fa l’ennesimo sfogo ...
01/08/2025

Dal silenzio ai selfie: come abbiamo distrutto la montagna per un pugno di like.

È di qualche giorno fa l’ennesimo sfogo del presidente del CAI di Bolzano, che fa eco a quello di Belluno: le Dolomiti sono ormai diventate la patria del turismo cafone, e non se ne può più.
Le parole usate sono ovviamente più diplomatiche e piene di savoir-faire, ma il concetto è fondamentalmente questo.

A ben vedere, però, sono anni che esperti di montagna, scalatori, alpinisti e appassionati veri puntano il dito contro la trasformazione delle “terre alte” (per dirla in latinorum) in parchi giochi ad uso e consumo di cittadini in trasferta, alla ricerca di qualche emozione “social” da contrabbandare per un pugno di like. Pretendendo, nel frattempo, di annichilire natura, storia e cultura locale.

Non importa se una forcella sia bella o br**ta (paesaggisticamente parlando), facile o impegnativa da raggiungere: una foto da lì può garantire un pacchetto di “notorietà” effimera, della durata di 24 ore. Lo storytelling (fotografico e non) viene poi costruito su misura e dato in pasto a una popolazione di cloni che non aspetta altro che i dati insight per capire se valga la pena andarci. La chiamano vitalità. È solo superficialità.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Chi sono i colpevoli?
Tanti. Quindi nessuno.

La possibilità di ottenere margini facili e profitti maggiori (“skei”, in veneto tecnico) ha trasformato alberghi a conduzione familiare in centri plurisensoriali gourmet, spesso in mano a catene straniere. Le famiglie, un tempo proprietarie, sono oggi semplici gestori pro tempore, finché il marketing dello storytelling lacrimoso avrà ancora bisogno di loro. Poi, ciaone. In nome del sacro totem del profitto.
Con buona pace del nonno che faceva tornare i villeggianti ogni estate.

Il marketing detta le regole, lo storytelling esegue. Meglio una “botta e via” (come racconta Paolini ne Il Milione), con i turisti trasformati in bancomat da spremere una sola volta, tanto non torneranno più.

Il bollino UNESCO? Per le Dolomiti è la madre di tutti i guai.
Ogni sito UNESCO, più che protetto, viene sfruttato turisticamente in maniera feroce, rendendolo di fatto inaccessibile.
Lo si vede a Venezia, lo si vede sulle Dolomiti, lo si inizia a vedere anche in siti più giovani come Padova, dove – secondo molti esperti – il bollino Urbs Picta ha contribuito allo svuotamento del centro storico e alla chiusura di numerose attività commerciali.

Nel breve il riconoscimento UNESCO porta introiti importanti. Ma non è sostenibile.
Così, invece di vendere l’appartamento della nonna, molti lo trasformano in B&B, fiduciosi nell’arrivo dell’orda da spennare.
Risultato? Tessuto cittadino svuotato, prezzi impazziti, locazioni turistiche folli. I turisti stanno solo un giorno, mangiano un panino al parco, zero soldi all’economia urbana, montagne di rifiuti alla comunità. Basta guardare Venezia.

In montagna il copione è lo stesso.
Eventi temporanei come le Olimpiadi di Milano (non chiamiamole “di Cortina”, dai…) devastano il rapporto uomo-natura per ottenere tutto e subito: soldi, visibilità, consenso.
Lì almeno sai chi incolpare: chi ha voluto una pista da bob inutile o una pista da sci allargata per pochi ricchi.

Ma il turismo cafone? Chi lo ha voluto? Il bollino? I social? Gli “influencers” (con la “s”, ovviamente ironica)?

Vi propongo due foto: scattate ad agosto 2011 e agosto 2012, entrambe a Ferragosto, quindi nei giorni di massimo afflusso turistico. La qualità è quella che è: il sistema m4/3 non era il massimo e io venivo da corsi in cui ti spiegavano che il paesaggio era solo una cartolina inutile. La street invece era "arte", anche se fatta a caso da sconosciuti.

Le Dolomiti erano appena entrate nel gotha UNESCO, ma la Val Gardena era rimasta fuori per “eccessiva antropizzazione”.
Eppure, in cima al Seceda e sulla piana del Fermeda, il turismo si disperdeva, le funivie avevano limiti fisiologici, e mettere un tornello acchiappa-euro sarebbe stato antieconomico.

Ora? Il caos. Tutto è cambiato.
Turismo mordi e fuggi. Alberghi deluxe che collezionano stranieri danarosi (arabi e russi in primis). Più burqa che scarponi. Più TikTok che silenzi.

Come siamo arrivati a questo punto? Perché è importante capirlo?
Perché l’appassionato (merce sempre più rara) si preoccupa quando una frana chiude una strada, quando la dolomia crolla per il caldo.
Si può dire lo stesso del russo che viene solo per bere prosecco in bustina? Dell’arabo a caccia di capi griffati per la moglie n°7? Della cinesina in diretta TikTok mentre si smalta le unghie sul Seceda (sì, caso realmente vissuto)?

Se la Val Gardena sparisse per un disastro naturale, a loro importerebbe?
No. Semplicemente ascolterebbero un altro storytelling e andrebbero da un’altra parte. Con buona pace di chi, oggi, li vede come manna dal cielo.

Queste due foto sono la prova che non stiamo vivendo un boom turistico: stiamo vivendo un collasso culturale. Ma allora perché scrivere questo post? Non per avere più like. Ma per smetterla di rincorrerli.

Pian dei spin - parte 2vista invernale del Pelmo (sì, lo so: un mio tarlo) da quello spiazzo sopra il rifugio Aquileia d...
24/04/2025

Pian dei spin - parte 2
vista invernale del Pelmo (sì, lo so: un mio tarlo) da quello spiazzo sopra il rifugio Aquileia di cui vi ho parlato ieri. Grazie all'imboccata di Elena Cappello, ho scoperto che la zona si chiama "pian dei spin" e se oggi è un bellissimo anfiteatro naturale con vista Pelmo, fino a qualche decade fa era un'area di sosta, meta di un "pellegrinaggio" annuale da parte del CAI di Fiume, allora Yugoslavia. La fonte è un libro scritto da un accompagnatore di media montagna (chiamarle "guide" ormai sa di vecchio) di Borca di Cadore dell'epoca, che nel 1985 ha scritto un breve saggio sulla storia che è continuata fino al 1989, e che ha visto negli anni '60 e '70 il momento più alto.
Una volta all'anno, in giugno, una squadra di soci CAI istriani (ribadisco: allora yugoslavi) avevano il permesso di fare un breve soggiorno in Italia con visto che oggi definiremo turistico. La meta era il Rifugio Città di Fiume, ma siccome la durata del visto era "aperta" e compresa fra 5 e 10 giorni, il loro scopo era quello di fare durare la "gita" il più a lungo possibile. All'epoca, il rifugio non era in ottimo stato, visto che il grande restauro che ha trasformato la Malga Durona in Rifugio Alpino è del 1964, ma la struttura era piccola e apriva solo in alta stagione estiva. Ecco quindi il colpo di genio: serviva uno posto che fosse gratuito (il vicino Camping Cadore è stato inaugurato negli anni '70, ma l'ospitalità aveva un costo che forse non era nelle possibilità economiche del gruppo) in cui fermarsi qualche giorno, con attrezzature da campeggio piuttosto improvvisate e spesso recuperate strada facendo. Il pian dei spin era perfetto: bello, facilmente accessibile, ma in parte nascosto, era davvero la quadratura del cerchio.
Il pian dei spin è stato "conquistato" nel 1600 dagli agricoltori di Borca di Cadore, che sono andati a prendersi delle terre nel Zoldano per foraggiare le mandrie da latte che venivano usate nella famigerata "via dei formaj" (in pratica tutte le malghe del costone nord del Pelmo). Tutt'oggi, l'eredità di quella via rappresenta un'eccellenza gastronomica tipica della zona, con le malghe che annualmente vincono premi ambiti nei principal

🏔️“Odle" è un termine ladino che si potrebbe tradurre un po' liberamente come "aghi": effettivamente, le creste dell'omo...
14/04/2025

🏔️
“Odle" è un termine ladino che si potrebbe tradurre un po' liberamente come "aghi": effettivamente, le creste dell'omonimo gruppo sembrano tanti aghi disposti uno di seguito all'altro, in un susseguirsi di saliscendi a quasi 3000 mt di altitudine.

🇮🇹
Siamo in Alto Adige, e il gruppo delle Odle fa da “cerniera” naturale fra la Val Gardena (a sud), la Val di Funes (a nord) e la val Badia (a est). E’ uno di quei gruppi dolomitici che fino a 30 anni fa veniva classificato come “per intenditori”: bellissimo da vedere, meno facile da raggiungere, difficile da scalare.

🤳
Negli ultimi anni, grazie all’over-tourism legato al nefasto sigillo UNESCO e ai social, è diventato una delle location più paparazzate al mondo con migliaia di turisti che (in stagione) quotidianamente salgono da queste parti.
La loro collocazione e forma le hanno salvate d’inverno dato che è impossibile creare impianti di risalita e piste per lo sci da discesa: da dalla primavera a tutto l’autunno, c’è più traffico di umani e di droni che di auto in tangenziale di Milano all’ora di punta.

🌄 L’incanto dell’alba dal Rifugio Bolzano 🌄Quando i primi raggi di sole accarezzano le vette delleDolomiti, tutto si tin...
03/04/2025

🌄 L’incanto dell’alba dal Rifugio Bolzano 🌄
Quando i primi raggi di sole accarezzano le vette delle
Dolomiti, tutto si tinge di magia 💛
Dal Rifugio Bolzano, nelle giuste condizioni meteo e di
luce, lo spettacolo è mozzafiato: il cielo si incendia di
sfumature dorate, le rocce si accendono di rosa e ogni
respiro profuma di libertà.
Per chi ama la fotografia di paesaggio, questo è il
momento perfetto per catturare la bellezza
incontaminata delle Dolomiti: sulla foto è riconoscibile il
profilo del Latemar sul fondo e del Catinaccio in primo
piano, ma per ammirare le cime della Val Gardena
basta voltarsi di poco sulla sinistra. 📷✨
Ma oltre all’obiettivo, ci vuole anche il cuore, perché
amare la montagna significa viverla in ogni istante,
imparare a dare valore al tempo, sempre con rispetto e
meraviglia.

Da qui, poco più di 100 anni fa, tutto è iniziato. Da queste creste del Monte Verena, protetti da un forte che rappresen...
20/03/2025

Da qui, poco più di 100 anni fa, tutto è iniziato. Da queste creste del Monte Verena, protetti da un forte che rappresentava il meglio della tecnologia bellica italiana, al grido di “Avanti Savoia” il nostro esercito ha attaccato l’Impero Austroungarico. Per oltre 10 giorni, incessantemente i soldati italiani hanno bombardato il nemico arroccato nel forte di monte Luserna, senza mai colpirlo. A quel punto, gli ‘striaci si sono preoccupati: “scusate, non abbiamo capito” è il messaggio che hanno mandato con il Whatsapp dell’epoca, ovvero un gingillo Skoda da 30mm x 40kg di esplosivo. Solo un colpo, che però ha trafitto il muro di cinta dal forte Verena, si è conficcato fino alle gallerie interne e lì è esploso, facendo subito oltre 50 morti a cui sommarne altri a distanza di qualche giorno per le ferite riportate.
Questi 100 anni che ci separano da allora sembrano non essere passati: il mondo è in fiamme, e a guardare bene solo per la bramosia di pochi vecchi leader. Il mondo non vuole altre guerre, ma Putin, Trump, Netanyahu, Ali Khamenei, Xi Jinping sono disposti a tutto pur di avere ancora più potere di quello che già hanno. Perché? Sono politici vecchi, con idee vecchie, a fine carriera, che sanno di essere finiti politicamente, che guidano nazioni tutto sommato ricche (almeno potenzialmente) e grandi: non hanno bisogno di terre o risorse altrui. E quindi rimane sempre la solita domanda: perché siamo così vicini ad un’altra catastrofe?

Art.9La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.Tutela il paesaggio e il patrim...
04/03/2025

Art.9
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

parole meravigliose che colpiscono sempre per la loro grande modernità a discapito del contesto in cui vennero scritte. La previsione contenuta all’art. 9 consente di definire quella italiana una “Costituzione culturale”, che indubbiamente colpisce per la sua modernità: nella neo nata Repubblica, all’indomani di ben due conflitti mondiali e con un livello di analfabetismo che coinvolgeva almeno 6 milioni di cittadini, i padri e le madri Costituenti scelsero infatti di investire su cultura e progresso scientifico, addirittura annoverandoli tra i principi fondamentali. Ciò perchè era consapevoli della loro importanza come strumenti di emancipazione da logiche impositive arbitrarie, oltre che valido “motore” di crescita per la rinascita socio-economica del Paese.

Le vallate dei fiumi Isarco (prima) e Adige (da Bolzano in giù) sono la naturale frontiera occidentale delle Dolomiti.  ...
26/11/2024

Le vallate dei fiumi Isarco (prima) e Adige (da Bolzano in giù) sono la naturale frontiera occidentale delle Dolomiti. In quelle zone il passaggio dai paesaggi alpini più morbidi e verdi alle formazioni rocciose più frastagliate e caratteristiche delle Dolomiti è repentino: le rocce compatte e grigie che si trovano alla destra di Bolzano (semplificando in maniera didascalica) fanno da contraltare ad una serie di altipiani che -successivamente- introducono le cime chiare delle Dolomiti.
Il primo grande gruppo dolomitico che si incontra è quello dello Sciliar-Catinaccio (Schlern-Rosengarten), visibile a est di Bolzano. Proseguendo verso est, ci si addentra nelle altre aree dolomitiche, come il Gruppo del Sella, il Sassolungo/Sassopiatto.
Il C***o del Renon, secondo me, è uno dei punti di osservazione migliori per ammirare questi cambiamenti di forme, colori e materiali: dalla sua posizione, è possibile in un solo colpo d'occhio, ammirare tutte le più famose vette delle nostre Dolomiti.

Correva l'anno 2019: nel periodo del ponte dell'Immacolata ho avuto l'occasione di trascorrere un breve periodo di vacan...
20/11/2024

Correva l'anno 2019: nel periodo del ponte dell'Immacolata ho avuto l'occasione di trascorrere un breve periodo di vacanza sull'Altopiano del Renon.
Dalla Cina già echeggiava la paura per una forma di polmonite sconosciuta e che procurava la morte in pochi giorni, ma la si valutava al massimo come fenomeno locale.
A distanza di 5 anni, dopo una pandemia e con due guerre in corso capaci di cambiare il destino di tutta l'umanità, questa foto non è solo la rappresentazione di un trenino che avanza lungo il suo percorso in mezzo alla neve, ma un invito al rispettarsi reciprocamente nel segno di un comune impegno verso la difesa di un ambiente sempre più vulnerabile davanti ad interessi economici (il più delle volte di natura privata o privatistica).
Un ambiente malsano provoca malattie, guerre malsane distruggono o contaminano l'ambiente rendendolo di fatto non più adatto alla vita.
Queste osservazioni non sono altro che banalità, chiacchiere da Bar Sport di periferia. Eppure la politica (locale, nazionale, internazionale) sembra aver perso la visione sul futuro, non appare più in grado proporre soluzioni a medio/lungo respiro e, quando lo fa, non riesce a trasmettere nell'opinione pubblica la giusta motivazione a seguirle.
Nel breve periodo gli interessi economici legati allo sfruttamento del territorio (siano essi per fini estrattivi sia per fini industriali/produttivi) hanno la priorità sulla salvaguardia dell'ambiente: si cerca il risultato oggi, lasciando ad altri il compito di riparare i danni. Le ideologie del negazionismo e dei complotti a cui la fetta più debole della popolazione mondiale crede sempre più, sembrano forti perché manipolate da chi ha interessi economici a non cambiare nulla dello status quo.E' molto più facile dire che non ci sono problemi piuttosto che doverli affrontare.
Tutto questo che ha a che fare con una foto? Una foto può (anzi dovrebbe) far porre delle domande, instillare dubbi, far crescere le persone.
Non so se questa sia una "bella" foto, ma sicuramente è una "buona" foto, perché vedendola mia figlia ha voluto saperne di più e siamo finiti a parlare del perché delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, del clima impazzito, etc... Almeno una persona al mondo ha pensato che si possa cambiare le cose: beata ingenuità infantile oppure necessità non più procastinabile?

Gli uomini delle montagne si assomigliano. Tutti. In qualsiasi sperduto angolo di mondo vivano.E hanno in comune le radi...
22/07/2024

Gli uomini delle montagne si assomigliano. Tutti. In qualsiasi sperduto angolo di mondo vivano.
E hanno in comune le radici di una cultura che, probabilmente, è l’ultima testimonianza di tradizioni autentiche e genuine, che traggono la propria esperienza da un passato in armonia tra uomo e natura.
La cultura della montagna è l’ultimo cordone ombelicale che ci lega a un passato ancora vivo e concreto, capace di reinsegnarci il rispetto per noi stessi e per le priorità della vita; una tradizione capace di attualizzare i concetti di comunità e solidarietà; ma anche, soprattutto, di riportare in equilibrio il rapporto tra uomo e ambiente.
Questa cultura è in procinto di estinguersi, svanendo, giorno dopo giorno, nell’oblio. Rimpiazzata dall’effimera mitologia del “progresso”. Se ne stanno andando per sempre emozioni, suggestioni, profumi e sapori dentro i quali è scritta la nostra storia. Non so se sia giusto lasciare che tutto ciò accada oppure no: quello che vedo, anno dopo anno, è il segno tangibile di una mancanza di programmazione turistica fatta con la testa. Ormai tutto è tarato per trasformare la montagna in un luna park per soli ricchi.

Mi ricordo quando in estate si andava a sciare in Marmolada. Non grandissime piste, anzi: un paio e poi solo una, centra...
27/05/2024

Mi ricordo quando in estate si andava a sciare in Marmolada. Non grandissime piste, anzi: un paio e poi solo una, centrale, semplice e molto sconnessa. Ho sciato solo un paio di volte nella stagione estiva e mi son sempre chiesto che senso avesse: forse una tradizione da mantenere, più che un'esperienza da provare a tutti i costi.
Sta di fatto che nel giro di 30 anni massimo, non solo non si scia più in estate in Marmolada, ma a momenti anche in inverno, senza poi considerare che l'assottigliamento del manto ghiacciato diventa un problema da affrontare seriamente, anche alla luce della disgrazia che si è verificata due anni fa, con una valanga che ha ucciso molte persone.







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