01/08/2025
Dal silenzio ai selfie: come abbiamo distrutto la montagna per un pugno di like.
È di qualche giorno fa l’ennesimo sfogo del presidente del CAI di Bolzano, che fa eco a quello di Belluno: le Dolomiti sono ormai diventate la patria del turismo cafone, e non se ne può più.
Le parole usate sono ovviamente più diplomatiche e piene di savoir-faire, ma il concetto è fondamentalmente questo.
A ben vedere, però, sono anni che esperti di montagna, scalatori, alpinisti e appassionati veri puntano il dito contro la trasformazione delle “terre alte” (per dirla in latinorum) in parchi giochi ad uso e consumo di cittadini in trasferta, alla ricerca di qualche emozione “social” da contrabbandare per un pugno di like. Pretendendo, nel frattempo, di annichilire natura, storia e cultura locale.
Non importa se una forcella sia bella o br**ta (paesaggisticamente parlando), facile o impegnativa da raggiungere: una foto da lì può garantire un pacchetto di “notorietà” effimera, della durata di 24 ore. Lo storytelling (fotografico e non) viene poi costruito su misura e dato in pasto a una popolazione di cloni che non aspetta altro che i dati insight per capire se valga la pena andarci. La chiamano vitalità. È solo superficialità.
Ma come siamo arrivati a questo punto? Chi sono i colpevoli?
Tanti. Quindi nessuno.
La possibilità di ottenere margini facili e profitti maggiori (“skei”, in veneto tecnico) ha trasformato alberghi a conduzione familiare in centri plurisensoriali gourmet, spesso in mano a catene straniere. Le famiglie, un tempo proprietarie, sono oggi semplici gestori pro tempore, finché il marketing dello storytelling lacrimoso avrà ancora bisogno di loro. Poi, ciaone. In nome del sacro totem del profitto.
Con buona pace del nonno che faceva tornare i villeggianti ogni estate.
Il marketing detta le regole, lo storytelling esegue. Meglio una “botta e via” (come racconta Paolini ne Il Milione), con i turisti trasformati in bancomat da spremere una sola volta, tanto non torneranno più.
Il bollino UNESCO? Per le Dolomiti è la madre di tutti i guai.
Ogni sito UNESCO, più che protetto, viene sfruttato turisticamente in maniera feroce, rendendolo di fatto inaccessibile.
Lo si vede a Venezia, lo si vede sulle Dolomiti, lo si inizia a vedere anche in siti più giovani come Padova, dove – secondo molti esperti – il bollino Urbs Picta ha contribuito allo svuotamento del centro storico e alla chiusura di numerose attività commerciali.
Nel breve il riconoscimento UNESCO porta introiti importanti. Ma non è sostenibile.
Così, invece di vendere l’appartamento della nonna, molti lo trasformano in B&B, fiduciosi nell’arrivo dell’orda da spennare.
Risultato? Tessuto cittadino svuotato, prezzi impazziti, locazioni turistiche folli. I turisti stanno solo un giorno, mangiano un panino al parco, zero soldi all’economia urbana, montagne di rifiuti alla comunità. Basta guardare Venezia.
In montagna il copione è lo stesso.
Eventi temporanei come le Olimpiadi di Milano (non chiamiamole “di Cortina”, dai…) devastano il rapporto uomo-natura per ottenere tutto e subito: soldi, visibilità, consenso.
Lì almeno sai chi incolpare: chi ha voluto una pista da bob inutile o una pista da sci allargata per pochi ricchi.
Ma il turismo cafone? Chi lo ha voluto? Il bollino? I social? Gli “influencers” (con la “s”, ovviamente ironica)?
Vi propongo due foto: scattate ad agosto 2011 e agosto 2012, entrambe a Ferragosto, quindi nei giorni di massimo afflusso turistico. La qualità è quella che è: il sistema m4/3 non era il massimo e io venivo da corsi in cui ti spiegavano che il paesaggio era solo una cartolina inutile. La street invece era "arte", anche se fatta a caso da sconosciuti.
Le Dolomiti erano appena entrate nel gotha UNESCO, ma la Val Gardena era rimasta fuori per “eccessiva antropizzazione”.
Eppure, in cima al Seceda e sulla piana del Fermeda, il turismo si disperdeva, le funivie avevano limiti fisiologici, e mettere un tornello acchiappa-euro sarebbe stato antieconomico.
Ora? Il caos. Tutto è cambiato.
Turismo mordi e fuggi. Alberghi deluxe che collezionano stranieri danarosi (arabi e russi in primis). Più burqa che scarponi. Più TikTok che silenzi.
Come siamo arrivati a questo punto? Perché è importante capirlo?
Perché l’appassionato (merce sempre più rara) si preoccupa quando una frana chiude una strada, quando la dolomia crolla per il caldo.
Si può dire lo stesso del russo che viene solo per bere prosecco in bustina? Dell’arabo a caccia di capi griffati per la moglie n°7? Della cinesina in diretta TikTok mentre si smalta le unghie sul Seceda (sì, caso realmente vissuto)?
Se la Val Gardena sparisse per un disastro naturale, a loro importerebbe?
No. Semplicemente ascolterebbero un altro storytelling e andrebbero da un’altra parte. Con buona pace di chi, oggi, li vede come manna dal cielo.
Queste due foto sono la prova che non stiamo vivendo un boom turistico: stiamo vivendo un collasso culturale. Ma allora perché scrivere questo post? Non per avere più like. Ma per smetterla di rincorrerli.