PhotoStory

PhotoStory Fotografo ciò che mi attraversa e lo trasformo in parole. Niente pose, niente perfezione: solo attimi veri, colti al volo e raccontati come li sento.

Qui trovi scatti, pensieri e silenzi che dicono più di me. Sono uno che fotografa perché parlare, diciamocelo, a volte mi pesa. Non per cattiveria — semplicemente il mondo corre troppo, io un po’ meno, e allora preferisco scattare e scrivere, che almeno non mi interrompono. Ho imparato a osservare per sopravvivenza: certe giornate ti costringono a guardare bene se vuoi capire dove stai andando. A

me è capitato più volte, e ogni volta ho pensato: “Vabbè, se la vita vuole farmi cambiare strada, che almeno sia una strada con una bella luce”. Così ho iniziato a fotografare, più per istinto che per talento. Il talento lo lascio volentieri ai geni — io mi accontento di cogliere quello che altr* manco notano. Roma mi ha riallineato il cuore e il cervello, Napoli mi ha ricordato che il caos può essere poesia, e Panta Rei mi ha insegnato che le cose migliori arrivano quando smetti di fare il guerriero e inizi a respirare. Ogni posto che ho vissuto mi ha lasciato un pezzo… o un graffio, dipende dai giorni. Non sono un artista, non sono un filosofo, e non sono nemmeno uno di quelli che dice “la fotografia è la mia vita” — io fotografo perché certe cose, se non le fermo, mi scappano via. E poi mi dispiace. Così scatto. E dopo scatto, mi metto a scrivere due righe per capire cosa mi è passato addosso. A volte ci riesco, altre no; ma almeno ci provo, che già è qualcosa. Sono uno che crede ancora nelle piccole verità, quelle che ti arrivano quando meno te lo aspetti: una finestra aperta, un’ombra che si allunga, una persona che passa e non sa di essere un romanzo ambulante. Io le guardo, ci rido sopra, ci penso un po’ e, se merita, le racconto. Ho quattro punti cardinali personali: Ascoltare, Osservare, Comprendere, Compassione. Non sono un maestro spirituale — figurati — sono solo modi per non diventare un robot mentre il mondo si incendia di notifiche, opinioni e rumori inutili. Le mie foto non salvano il mondo e i miei racconti non cambiano le masse. E va benissimo così. Mi basta che, ogni tanto, qualcuno guardi un mio scatto e dica: “Ah, questa l’ho sentita anche io.”
Perché alla fine tutto qui: condividere quel minimo di umanità che ci resta senza fare i profeti, né gli eroi. E, se proprio devo dirla tutta, faccio foto perché sono testardo: voglio provare a vedere l’essere umano sotto il rumore. Anche quando il rumore rompe le scatole. Anche quando l’essere umano… pure.

Ho riaperto Flickr.Sì, proprio Flickr. Quello che avevo lasciato lì per un po’, come certe vecchie strade che non percor...
07/07/2026

Ho riaperto Flickr.
Sì, proprio Flickr. Quello che avevo lasciato lì per un po’, come certe vecchie strade che non percorri più ma sai benissimo che esistono ancora.
L’ho ripreso per una ragione semplice: la natura.
Perché la natura, per me, non è uno sfondo carino da fotografare quando capita. È una presenza. Un richiamo. Una specie di amore indelebile, di quelli che non hanno bisogno di troppe spiegazioni perché tanto, se provi a spiegarli troppo, li rovini.
Su Flickr pubblicherò soprattutto immagini legate alla natura: boschi, acqua, sentieri, luce, pietre, verde, silenzi, dettagli che spesso passano inosservati e che invece, se ti fermi un attimo, sembrano parlarti.
Non sarà una raccolta infinita di foto buttate lì per riempire spazio.
Sarà più un piccolo archivio emotivo: le immagini che considero più emblematiche, più vive, più vicine al mio modo di osservare.
Non sono un fotografo professionista.
Sono uno che si ferma, osserva, si perde un po’ e poi, quando la natura gli concede qualcosa, prova a portarselo via senza disturbarla troppo.
Se vi va, passate a dare un’occhiata.
Magari non trovate la foto perfetta.
Ma forse trovate un po’ di verde dove respirare.
https://www.flickr.com/people/baiano/

Ho messo un po’ d’ordine alle mie fotografie.Evento raro, quasi storico. Segnatelo.Sul mio portfolio trovate alcuni dei ...
07/07/2026

Ho messo un po’ d’ordine alle mie fotografie.
Evento raro, quasi storico. Segnatelo.
Sul mio portfolio trovate alcuni dei miei scatti raccolti con più calma: viaggi, luoghi attraversati, momenti particolari, dettagli che mi hanno fermato per strada e fotografie che, per un motivo o per un altro, ho deciso di non lasciare disperse nel telefono, nel computer o nel solito caos creativo dove “poi sistemo tutto” significa spesso “ci rivediamo tra tre anni”.
Non sono un fotografo professionista.
Sono un dilettante nel senso più sincero della parola: uno che fotografa perché ama farlo, perché certi luoghi chiedono di essere guardati meglio, perché a volte un’immagine riesce a dire quello che una spiegazione rovinerebbe.
Nel portfolio trovate Budapest, Praga, Riga, Piscina Mirabilis, street photography e altri piccoli progetti che cresceranno nel tempo.
È una vetrinetta, sì.
Ma senza la puzza sotto il naso.
Passate a guardare, con calma.
Magari non trovate la foto perfetta.
Però forse trovate un momento che vi resta addosso.
https://iolandino.myportfolio.com/

Ogni tanto scrivo.Non sempre so dove sto andando, ma faccio finta di avere una bussola interiore. A volte funziona, a vo...
07/07/2026

Ogni tanto scrivo.
Non sempre so dove sto andando, ma faccio finta di avere una bussola interiore. A volte funziona, a volte mi porta direttamente dentro un pensiero storto, una riflessione scomoda o un racconto che parte tranquillo e poi prende il caffè senza avvisare.
Su Substack ho messo insieme parole, immagini, appunti, riflessioni e qualche errore lasciato lì per ricordarmi che sono umano, non un comunicato stampa.
Se vi va di leggere qualcosa di sincero, imperfetto, un po’ storto ma vivo, passate a trovarmi.
Non prometto risposte.
Al massimo qualche domanda fatta bene.

Uno spazio di riflessione tra parole e immagini, per osservare il mondo con occhi nuovi. Click to read Iolandino Baiano, a Substack publication. Launched 2 years ago.

Start of the Kemeri Bog WalkSiamo ufficialmente nel periodo in cui tutti stanno partendo.Chi mette le foto al mare, chi ...
07/07/2026

Start of the Kemeri Bog Walk
Siamo ufficialmente nel periodo in cui tutti stanno partendo.
Chi mette le foto al mare, chi in montagna, chi davanti a un cocktail con l’aria di chi ha risolto i problemi dell’umanità. E poi ci sono io, che con questo caldo ho pensato bene di portarvi… in una torbiera.
Lo so, detta così non sembra proprio la classica cartolina estiva. Però fidatevi: la Lettonia è uno di quei posti che d’estate può diventare una bella idea. C’è fresco, c’è natura, c’è il mare, ci sono spiagge ampie, città tranquille e luoghi che sembrano usciti da un’altra dimensione.
Questa foto l’ho scattata allo Start of the Kemeri Bog Walk, nel Parco Nazionale di Ķemeri, non lontano da Riga e dalla zona di Jūrmala.
È l’inizio di una passerella di legno che attraversa la Grande Torbiera di Ķemeri, un ambiente umido, antico, fragile, fatto di mu**hi, pozze d’acqua scura, piccoli pini, betulle sottili e silenzi larghi. Una specie di palude, sì, ma detta così sembra quasi riduttivo. Perché quando ti ci trovi davanti non pensi: “Ah, una palude”. Pensi più qualcosa tipo: “Ok, qui la natura ha deciso di fare di testa sua”.
La cosa che mi ha colpito di più sono stati proprio quegli alberelli bassi, storti, resistenti, come se crescessero con calma, senza avere nessuna fretta di diventare foresta. Sembrano piccoli pini dispersi in un paesaggio sospeso, con l’acqua che riflette il cielo e la passerella che ti accompagna dentro senza disturbare troppo.
Ķemeri è anche una zona storicamente legata alle acque sulfuree e ai fanghi terapeutici. Per anni è stata conosciuta come luogo di cura, prima ancora che come meta naturalistica. E in effetti, camminando lì, un po’ quella sensazione arriva: non è un posto che ti intrattiene, è un posto che ti rallenta.
E forse, con questo caldo, rallentare è già una forma di sopravvivenza.
Questa è solo una delle foto che ho scattato in Lettonia. Alcune le ho già pubblicate, altre arriveranno con calma, perché certi luoghi non vanno buttati fuori tutti insieme. Vanno lasciati respirare.
Se vi trovate da quelle parti, soprattutto tra Riga e Jūrmala, fateci una passeggiata. Non aspettatevi il classico panorama da “wow” urlato. Qui il bello è più sottile: entra piano, poi resta.
E ogni tanto fa bene ricordarsi che la natura non deve sempre impressionarci. A volte basta che ci riporti al nostro passo.

Davanti a ciò che è immenso, non serve gonfiarsi per sembrare grandi. È una fatica inutile, e spesso pure ridicola. Il v...
19/06/2026

Davanti a ciò che è immenso, non serve gonfiarsi per sembrare grandi. È una fatica inutile, e spesso pure ridicola. Il vulcano non si sposta perché noi alziamo la voce, il mare non si calma perché abbiamo fretta, la vita non diventa più docile solo perché pretendiamo di comandarla. Allora forse la strada è un’altra: stare nella propria misura, senza vergogna. Respirare piano. Guardare largo. Remare, anche quando la riva sembra lontana e il mondo sembra troppo grande per le nostre braccia. Restare vivi con dignità significa questo: non vincere contro l’immenso, ma attraversarlo senza perdere umanità. Una piccola barca non deve dimostrare niente al Vesuvio. Deve solo tenere la rotta, sentire l’acqua sotto, accettare il silenzio sopra, e continuare. Perché a volte la vera grandezza non è diventare enormi, ma smettere finalmente di fingere di esserlo.

Oggi fotografiamo tutto.Un tramonto, un caffè, una strada bagnata, un volto distratto, una finestra con una bella luce.A...
16/06/2026

Oggi fotografiamo tutto.
Un tramonto, un caffè, una strada bagnata, un volto distratto, una finestra con una bella luce.
Abbiamo strumenti incredibili: telefoni sempre pronti, fotocamere sempre più potenti, app che correggono, filtri che lucidano, preset che trasformano anche una pozzanghera in un momento “profondo”.
Eppure, più guardo certe immagini, più mi viene una domanda scomoda:
stiamo davvero fotografando ciò che vediamo,
o stiamo solo ripetendo ciò che abbiamo già imparato a riconoscere come “bello”?
Perché oggi non manca la possibilità di creare.
Manca, forse, il coraggio di guardare senza copiare.
Di fermarsi prima dello scatto.
Di chiedersi non solo “funzionerà?”, ma:
“è davvero mio questo sguardo?”
La fotografia non dovrebbe essere solo una vetrina.
Dovrebbe essere un modo per restare presenti.
Un *terzo occhio*, sì, ma senza fare i mistici da bar: semplicemente uno sguardo più attento, più libero, meno addomesticato dagli algoritmi e dalle mode visive.
Ho scritto una riflessione su questo: sulla fotografia, sui social, sull’omologazione delle immagini e su quella creatività che non è morta, ma spesso resta sepolta sotto il rumore.
Forse la domanda non è solo se i social stanno uccidendo lo stile personale.
Forse la domanda vera è:
quando guardiamo il mondo, siamo ancora noi a guardare?

Tra social, preset e immagini tutte uguali, una riflessione sul bisogno di tornare a guardare davvero.

Una spiaggia libera non dovrebbe essere una spiaggia abbandonata.Dovrebbe essere spazio, respiro, cura.Invece troppo spe...
07/06/2026

Una spiaggia libera non dovrebbe essere una spiaggia abbandonata.
Dovrebbe essere spazio, respiro, cura.
Invece troppo spesso ci resta una scelta misera: pagare per avvicinarci al mare,
o camminare tra ciò che abbiamo smesso di vedere.
Continua a leggere la mia riflessione su: https://bit.ly/4uMRA16

Sono lì davanti all’acqua, con la macchina già tra le mani. Non sto cercando un’inquadratura precisa, non devo costruire...
21/04/2026

Sono lì davanti all’acqua, con la macchina già tra le mani. Non sto cercando un’inquadratura precisa, non devo costruire nulla. L’aria è fresca, ancora piena della notte, si sente nell’odore dell’erba bagnata e nel respiro che entra più lento. L’acqua scende veloce tra le rocce, si piega, cambia direzione senza sforzo. Non sceglie, non si ferma, non si accorge di niente.

Scatto senza pensarci troppo. Il dito si muove da solo, il suono secco dell’otturatore si perde dentro il fruscio continuo. Riguardo appena, poi torno a guardare fuori. Non ho bisogno di controllare tutto. In quel momento basta stare lì.

Qualcuno passa dietro, di lato. Non ci faccio caso davvero. Resta fuori da quello che sto facendo.

Dopo un po’ mi fermo e riguardo con più attenzione. E lì le vedo. Due figure in alto, appoggiate alla staccionata. Piccole. Ferme. Guardano lo stesso punto che stavo guardando io. Non le avevo cercate, non sapevo nemmeno di averle dentro.

Il respiro si interrompe a metà e resta lì. Le spalle scendono appena, come se qualcosa avesse tolto appoggio. Le mani si fanno più pesanti sulla macchina. Non mi muovo.

Guardo loro che guardano l’acqua.

E in quello spazio, accanto a me, resta vuoto qualcosa che ha una forma precisa. Non è un’idea. È lì, come un lato scoperto del corpo che prende freddo senza vento.

L’acqua continua a scendere, identica a prima. Non cambia niente fuori.

Resto fermo ancora un attimo, con lo sguardo che si sposta da loro al flusso e ritorna.

E mi rimane addosso solo questo.

Se è l’acqua che scorre senza bisogno di nessuno…
o se sono io che, fermo lì, mi accorgo di chi non c’è.

Camminano insieme, ma ognuno per conto suo.Classico.Non è distanza di metri, è distanza di testa.E non sempre è un probl...
16/04/2026

Camminano insieme, ma ognuno per conto suo.

Classico.

Non è distanza di metri, è distanza di testa.

E non sempre è un problema.

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Naples

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