12/04/2026
Pasqua è già passata da qualche giorno, e solo adesso sono riuscito a chiudere gli scatti realizzati in quella giornata un po’ strana, insolita. Un’idea nata così, senza grandi premesse, forse anche un po’ stravagante.
Ero rimasto da solo, per scelta. Ho mangiato qualcosa velocemente e, invece di restare fermo a far scorrere il tempo, ho preso la macchina fotografica, sono salito in auto e sono partito. L’idea era chiara: farmi il litorale flegreo, da Licola fino a Pozzuoli, provando ad arrivare a Napoli, e cercare qualche scena, qualche composizione utile per il progetto degli amici di Scrivendo con la Luce, Life on the Beach.
Parto da Licola. Mi fermo su un primo tratto di spiaggia, giusto il tempo di fare due scatti e rimettermi in movimento. La spiaggia è semivuota, qualche persona sparsa, qualcuno fermo a prendersi il sole senza fretta. Una scena semplice, quasi sospesa, come se la stagione non fosse ancora iniziata davvero. È nel tragitto che qualcosa comincia a cambiare: mentre guido, guardo fuori e quello che attraverso non è solo mare. La borgata che si affaccia sulla costa sembra consumarsi lentamente; palazzi e case mangiati dalla salsedine, facciate stanche, un degrado che non fa rumore ma resta lì, persistente.
Proseguo e mi fermo poco prima del molo di Torregaveta. Qui cambia già qualcosa: molti lidi sono ancora chiusi, altri delimitano gli accessi. La spiaggia si interrompe, a tratti sembra quasi che tu debba chiedere il permesso per attraversarla. E intanto, dentro, qualcuno è già seduto a mangiare, tranquillo, in posti curati, separati dal resto. Qualche altro scatto, poi avanzo fino al molo. Scendo, guardo, scatto. Qui torna una normalità diversa: la spiaggetta, la gente che si ferma, chi cammina, chi si appoggia e resta a guardare il mare. È uno di quei punti in cui, nonostante tutto, riesci ancora a respirare davvero.
Il parcheggio, invece, resta una piccola prova di resistenza: giri, aspetti, perdi tempo. A Miliscola la storia si ripete uguale. Più di un’ora per trovare un posto decente, o almeno non troppo lontano dal mare. Ironia della sorte: cerchi uno spazio per fermarti, e nel frattempo capisci che il problema degli spazi è ovunque.
Miliscola è bella, curata, si vede che è seguita e amata da chi ci vive e da chi viene da fuori. Ma appena ti sposti lungo la spiaggia, la scena cambia: lidi che sono diventati ristoranti, strutture che si sono prese spazio fino quasi a cancellare il passaggio. Verso il promontorio si sente ancora di più, una concentrazione che soffoca un po’ l’ambiente. In mezzo restano anche vecchie strutture abbandonate, pezzi lasciati lì senza più una funzione.
E intanto scatti.
Una famiglia che cammina lungo la battigia senza fretta. Cabine chiuse, allineate, già stanche prima di iniziare la stagione. Una barca ferma tra sabbia e acqua. Due persone sedute accanto che parlano poco, ma restano. Un pallone lasciato lì, da solo, come se aspettasse qualcuno. Poco distante qualcuno si stende, chiude gli occhi, come se bastasse quello per staccarsi da tutto il resto. In mezzo a tutto questo, una leggera ironia si fa spazio da sola: Life on the Beach esiste, ma non è quella che immagini prima di partire.
Riparto e costeggio la costa verso Pozzuoli, fino alla zona del lago Lucrino. Mi fermo di fronte al litorale da cui si vede la città. C’è un uomo su uno scoglio, fermo, a guardare il mare. Davanti a lui Pozzuoli, la città vecchia, il profilo che conosci ma che ogni volta ha qualcosa di diverso. Intorno altra gente, qualcuno osserva, qualcuno passa. Io mi fermo lì, e scatto.
Il colpo d’occhio regge. Il mare tiene tutto insieme. Sotto, però, torna il solito discorso: tratti trascurati, sporcizia lasciata sulla spiaggia, zone che potrebbero essere valorizzate e restano a metà. Non è solo una questione di gestione; è anche di passaggio, di abitudine, di come questi luoghi vengono vissuti e lasciati.
A quel punto capisco che non sto più inseguendo uno scatto preciso. Sto osservando. E quello che vedo non è semplicemente brutto o bello: è incompleto. Ed è curioso come questa parola, detta così, faccia meno rumore di “degrado”, ma dica molto di più.
Qualcosa, comunque, lo porto a casa. Non tutto quello che avevo in mente, non quello che pensavo di trovare. Ma abbastanza per capire che il senso della giornata non stava solo nelle immagini.
Non sono riuscito ad arrivare a Napoli. Ci ho provato il giorno dopo, ma lì era impossibile fermarsi davvero: troppa gente, troppo movimento, troppo poco spazio per guardare con calma. Ho fatto marcia indietro. Anche questa, a modo suo, è stata una scelta.
A distanza di una settimana ho riguardato tutto. Tra uno scatto e l’altro è venuto fuori un filo, uno stile, un colore che non avevo previsto. Non so se funzionerà, non so se piacerà. Ma è quello che è rimasto.
L’ho chiamato Easter on the Beach, Pasqua sulla spiaggia. Non quella che immagini, quella che trovi.
E forse il punto è proprio questo: parti per cercare immagini e ti ritrovi a fare i conti con un luogo che non si lascia semplificare. Il mare tiene, il resto prova a seguirlo. Nel mezzo, ci siamo noi, con quello che scegliamo di vedere e quello che, spesso, preferiamo lasciar fuori dall’inquadratura.
“Il mare non giudica, ma registra tutto. Noi invece selezioniamo, tagliamo, abbelliamo… e poi ci stupiamo se la realtà non entra mai in posa.”