26/02/2023
Controllavo spasmodicamente l'orario, come se fissare l'orologio potesse darmi il potere di arrestarne l'evolversi. Avevo preso posto nel vagone, nel quale ero entrata correndo, perché dovevo riposarmi prima di correre ancora. "Sono in arrivo in stazione, pensate di avere un posto per me?". La risposta dall'altra parte del telefono fu che le 14:15 sono l'orario dell'ultimo ingresso. Speravo che il treno ascoltasse quando lo imploravo di accelerare. E di fatti, forse lo fece, perché si fermò alla stazione di Bologna alle 14:06, con quattro minuti d'anticipo. Ma la distanza da percorrere impiegava 15 minuti e, a conti fatti, non sarei arrivata in tempo. Quindi ho iniziato a correre. Con lo zaino carico che sobbalzava, lo sguardo dei passanti attoniti, i dannati semafori che maledicevo.
Potrei dire che questa è semplicemente la mia determinazione, che davvero quando mi metto in testa di voler fare una cosa, non ci sono santi e preghiere, io la faccio. Ma non si tratta solo di questo, che alla fine è il mezzo, bensì di un movente, che all'inizio sembra banale, ma che spesso poi si rivela qualcosa di più grande.
Il banale movente quel giorno era che volevo farmi un pranzo bolognese degno di esser definito tale e che, non potendo assolutamente rinunciare a nessuno tra tortellini, lasagne e tagliatelle, nelle mie infinite ricerche per il posto giusto avevo trovato un ristorante che li servisse tutti e tre insieme, e avevano pure una faccia che... che ve lo dico a fare.
Sono arrivata alla Trattoria dal Biassanot alle 14:16, chiedendo, con un residuo di fiato avanzato nei polmoni, se potessi avere un tavolo. "Al fotofinish eh? Quel tavolo lì". Mai avuto un sollievo più grande, anche perché dovevo proprio spogliarmi e bere mezzo litro d'acqua. Tra le cose belle della solitudine c'è la libertà assoluta di scelta, e non ebbi dubbio su quale sedia mi avrebbe dato lo scenario migliore per il mio pranzo. Una piccola cornice dava la vista sull'immagine che nemmeno il miglior programma tv può sostituire: le mani lavoravano quella stessa pasta che poco dopo meravigliava il mio palato. Ho avuto il mio tris di primi, che per giunta era squisito, il calice e, tra un verso di godimento e l'altro, non ho mai staccato lo sguardo da quella stanzetta.
È così che, a fine pasto, con l'intenzione di scusarmi per il mio indiscreto ed incessante guardare (era più un semplice pretesto), ho soddisfatto la voglia di avvicinarmi a quella scena da incanto, e ho conosciuto Maria Paola. Con nostra sorpresa, scopriamo di avere nel cuore la medesima città, e iniziamo a parlare, a lungo, mentre il mio sguardo segue la creazione dell'arte.
Era questo il movente più grande, quello che non posso conoscere finché non lo esploro, quello che alla fine è un richiamo a cui sono spinta a dare ascolto: fare l'incontro più bello tra i tanti di questo viaggio.
Alla Trattoria ho mangiato davvero bene, e sarei tornata solo per questo, ma la promessa si è fatta certa dopo essermi sentita come a casa.