GABRIELE CORNI
Gabriele Corni (1972) vive e lavora a Bologna. Dopo aver perfezionato la tecnica della pittura ad olio nello studio di Norma Mascellani, prosegue sperimentando la costruzione tridimensionale con materiali metallici, collabora con la scultrice Silvia Zagni per approdare in seguito definitivamente alla fotografia. Attraverso le molteplici possibilità di intervenire con manipolazioni
di post produzione, come la pittura digitale, Corni torna alla sua esigenza primaria, quella dell’espressione pittorica, da cui non esclude, anzi accentua, la plasticità delle forme. Inizia quindi, la carriera di fotografo pubblicitario senza però mai lasciare la sua ricerca artistica. Corni sviluppa il suo lavoro mettendo il corpo al centro della sua ricerca: uno strumento per indagare tematiche legate all’attualità, come nel caso del progetto “Adoperabili” (2009), dove il corpo femminile diventa oggetto, fino ad arrivare alla serie di ritratti in acqua “Apnea”, ancora in corso d’opera, dove il corpo sommerso è un’analogia con le apnee del vivere quotidiano. La poetica di Corni conduce a diversi piani d’indagine sia sensoriale che intellettuale. Le opere della serie “Adoperabili" sono state acquisite dalla Fondazione Boghossian di Bruxelles. Nel 2016 con il progetto “Apnea” riceve la menzione d’onore a Codice MIA. Gabriele Corni Apnea
di Gigliola Foschi
Sguardi intensi, smarriti, tenaci, pensosi, turbati… Volti che ci guardano da lontano fino a raggiungerci, che emergono e s’inabissano, circonfusi da un velo lattescente che li avvolge, li accarezza o li opprime. Volti solitari e silenziosi, immersi nel proprio stato interiore, in un tempo senza tempo dove non arrivano la fretta e i rumori della quotidianità. Ritratti di bambini, di persone di ogni etnia e appartenenza sociale, a cui Gabriele Corni ha “strappato la maschera” immergendoli nell’acqua, obbligandoli ad abbandonare ogni proiezione ideale di loro stessi, a confrontarsi con un elemento che mette in gioco il loro essere più intimo e profondo. Un elemento altamente destabilizzante, ricco com’è di molteplici valenze simboliche, capace di farsi contenitore materno e luogo dell’origine, ma anche di trasformarsi in un’entità opprimente che toglie il fiato, che può trascinare nell’abisso e ricordarci come il tempo della nostra vita abbia una scadenza. Semisommerse in questo elemento primigenio, le persone perdono la loro maschera sociale per ritrovarne una più arcaica e antica che pare osservarci da un passato insondabile. I volti che questo autore ci presenta paiono sospesi in uno stato di raccoglimento: si sono allontanati dal controllo di se stessi e dal tempo pressante della contemporaneità, per ritrarsi nel profondo del loro essere. Ma tale ritrarsi trasforma simili volti in immagini suadenti e inquiete che ci interpellano, che ci ricordano un tempo in cui i ritratti dipinti potevano fare le veci della persona stessa. E lo potevano fare, non tanto perché somiglianti, o capaci di cogliere e rivelare l’anima e l’interiorità di chi veniva raffigurato, ma soprattutto in quanto presenze dotate d’intensità e mistero. Un mistero che emerge con forza anche dalle immagini di Gabriele Corni, dove l’identità delle persone ritratte non viene posta, né dedotta: essa resta lontana, fluttuante, ma allo stesso tempo condivisa e sfuggente, intensa e fluida.